La Venere di Siracusa di SALVATORE PIOMBINO

There's always something missing © Paolo Castronovo
è la donna così com’è, così come la si ama, come la si desidera, come la si vuole stringere. (…).
La Venere di Siracusa è una donna, ed è anche il simbolo della carne.
GUY DE MAUPASSANT

travestirsi, la censura, l’oppio, la religione…
BLUVERTIGO, L’Assenzio

Di lamatina

Sono seduta su una poltrona di fronte al muro nella grande camera da letto che la signora Rosa ci ha allestito al secondo piano. Ci piace stare qui, dove si sentono solo le risate delle belle picciotte nostre, il tintinnio dei portagioie sulle grandi consolle di legno e le molle dei materassi quando una delle disgraziate ci si butta di peso. Da dove sono seduta riesco a vedere la Venere di Siracusa. Si sta provando una redingote grigio fumo su una camicia maschile che immacolata le ricade sulle cosce tornite e nude. Adelina gioca ad alzargliela continuamente mentre Mariuccia finge di prenderle le misure come una sartina navigata, ma lo sappiamo tutte che lo fa solo per poterle mettere le mani addosso. Le sistema le spalline, poi sbuffando dice che bisognerà imbottirle i fianchi per mascherare la curva fimminina.

Allungo una mano verso il tavolino per raggiungere la mia boccetta di etere persa fra portasigarette di legno, nastri e ampolle di profumo. Ne diluisco una parte in un bicchiere colmo a metà di Nero d’Avola per berne una lunga sorsata.

 

«Cretiiina ma che fai! Vedi che poi stasera non puoi neanche muoverlo quel culo secco che ti ritrovi di fronte al colonnello!»

 

Mi grida Adelina mentre ripone nell’armadio la redingote. All’ombra dell’anta pittata intravedo un pantalone scuro ripiegato con cura e una cravatta appesa al gancio di rame. Tiro la testa all’indietro sulla spalliera mentre ogni rigidità naturale si scioglie e braccia, gambe e schiena diventano come ricotta lavorata. Sprofondo nella mia poltrona mentre mi accorgo che dalle finestre sprangate filtra un po’ di luce. Non ho la forza di dire a una delle ragazze di tirare le tende di velluto – che qui nessuno può guardare fuori e viceversa – percepisco solo l’orrore affiorare sotto le palpebre insieme alla solitudine e alla rabbia per aver dimenticato ogni volto che ho sfiorato, il sapore delle mele cotogne col primo freddo e la neve come lontano sbuffo bianco all’orizzonte.

Tanto che mi rimane?

I capelli colorati di Mariuccia raccolti in un tuppu dietro la testa, le braccia bianchissime di Adelina e il suo neo disegnato con la matita scura vicino all’ombelico, ecco cosa. Mi accorgo che vicino a me qualcuno sta parlando, non riesco a girare la testa se non di poco per guardare nello specchio. È la signora Rosa che mi passa un grosso bicchiere pieno d’acqua con quelle sue mani incartapecorite e macchiate. Accanto alla sua figura la mia immagine riflessa è quella di una povera derelitta con la bocca aperta per metà e gli occhi a pampineddra. Lei si alza sistemandosi la gonna e quasi grida con quella sua parlata ragusana menando l’indice per aria come un direttore d’orchestra all’opera.

 

«… a voi dico! Non fate scherzi stasera che il colonnello è piemontese ah? Lo serviamo nella sala degli affreschi, con tutti gli onori. Al tavolo vuole solo femmine, niente masculi che in queste occasioni gli danno sui nervi. Adelina hai capito? E non ridere che ti piglio a cinghiate ah? Ora basta, andatevi a fare il bagno e poi vi truccate. Come la madonna per il tredici maggio vi voglio, tutte belle bianche e scioccate ah?»

 

Chiude sbattendo le ante scrostate della porta, Adelina e Mariuccia guardano verso la tenda di velluto dove si è nascosta la Venere di Siracusa e ridono abbracciandosi prima di cadere gambe all’aria per terra.

 

a la sira.

 

La sala degli affreschi è sgombra.

Tutti i divani sono stati spostati e accostati alle pareti convesse, solo un tavolino di legno intagliato è stato lasciato al centro della sala insieme a quattro sedie con lo schienale basso. Sopra ci sono alcuni bicchieri di tipo pontarlier con il cucchiaino forato sistemato sull’orlo, un mazzo di carte, delle fiches e accanto una zuccheriera d’argento e una bottiglia senza etichetta. Non sento ancora le braccia e non appena Mariuccia mi adagia su una sedia le lascio ricadere entrambi ai fianchi come quelle di una bambola di bisquit riempita di segatura.

Intorno a noi, illuminati fiocamente dalle lampade di panno gli affreschi scrostati della sala raccontano la storia di Aretusa, la povera disgraziata trasformata in fonte d’acqua dolce da Diana per mantenerne la verginità, quella di Aci e Galatea osteggiati da Poliremo, e ancora il ratto di Proserpina, amante dei fiori. Distolgo lo sguardo dalle sue mani che stringono zagare e gelsomini immacolati, la loro vista mi riporta all’esterno, a un paesaggio accecato dal sole d’agosto, all’odore acre dei limoni fra i rami spinati, alle pale dei fichi d’india che preparano il loro frutto, alle terre brulle e assolate dalla canicola che invita a restare al fresco.

Osservo invece il colonnello mentre entra impettito guardandosi attorno. Ha una mano sul panciotto di seta grigia e con l’altra continua a lisciare un paio di baffi biondicci e unti. È alto e molto magro, ha piccoli occhi acquosi e una stempiatura accentuata da due grossi favoriti ben pettinati. Adelina continua a far scattare il mento contro la spalla ogni volta che le rivolge la parola e Mariuccia – con indosso solo un busto di seta – seguita a sfiorarsi le ciocche colorate e a muovere le anche lentamente.

 

«Signora le avranno già detto che è perfetta per il varietà. Dovrò parlare con qualche mio amico impresario perché con quei capelli… »

 

Le dice il colonnello.

Adelina mi guarda e fa una smorfia complice portando in fuori le labbra: «aumma aumma», vedrai come ci si diverte adesso. Mariuccia intanto si è seduta sulle ginocchia del colonnello, una mano fra i suoi capelli impomatati, l’altra sulla sua giacca che cerca di giocare con il bottone d’oro appuntato a mo’ di spilla sul bavero, i polpastrelli ne sfiorano i contorni prima che la mano si riapra e scorra lasciva fino al panciotto per poi risalire fino al collo e alla nuca del graduato.

 

«Allora colonnello me le fa vedere le sue carte? Ancora non so giocare bene… »

«Dubito fortemente che lei non conosca le regole del gioco. Vogliano scusarmi, ma ho portato con me una bottiglia di vin Mariani, l’ho lasciata di là e ora mi piacerebbe berne un bicchiere con voi signore… »

 

«Colonnello non si preoccupi questo è meglio del vin Mariani.»

 

Non so neanche da dove sia arrivata ma ora accanto alla sedia del colonnello c’è la Venere di Siracusa. Indossa un pantalone scuro di foggia maschile e un’ampia camicia di lino abbottonata fino al collo che ne copre le forme. Come ogni volta mi incanto a guardare il suo viso: le ampie e folte sopracciglia nere, gli zigomi alti, gli occhi leggermente a mandorla e il mento squadrato. Con mani sapienti versa il liquido smeraldino contenuto nella bottiglia senza etichetta fino a riempire la pancia del bicchiere pontarlier, poi prende una zolletta di zucchero dal contenitore per sistemarla sul cucchiaino forato e vi versa delicatamente goccia dopo goccia dell’acqua gelata.

 

«Ma come si permette! Ho detto… ho chiesto espressamente alla signora Rosa di non avere uomini in sala, nemmeno servitori! Vada fuori… esca le ho detto!»

 

Sorrido mentre gli occhietti del colonnello scendono verso la mano della Venere di Siracusa poggiata sul suo ginocchio. Adelina intanto ha preso a mescolare il bicchiere dando corpo a una louche morbida e umbratile. Mariuccia, ormai in piedi, osserva la scena tirandosi su le calze di lana rossa sulle cosce e pur di non ridere fissa un punto sul soffitto. Io – in preda a una strana e crescente eccitazione – ho preso a ripetere all’orecchio del colonnello «talìa, talìa dai talìa».

La Venere di Siracusa è ora in piedi e nel silenzio più totale ha iniziato a sciogliersi i capelli che le ricadono scomposti sulle spalle e sul viso. Si sbottona poi la camicia, partendo dai polsi, per mostrare presto anche il collo e lo sterno bruciato dal sole.

Alla vista del seno pesante della Venere di Siracusa il colonnello spalanca le labbra in una ridicola pantomima muta, poi stringe le mani ai braccioli della sedia stendendo le gambe rigide come ciocchi di legno. Piega il capo di lato, sconcertato ma inevitabilmente attratto dalla malia della Venere di Siracusa.

Il graduato percorre con sguardo attento ogni centimetro della sua pelle ambrata, l’incavo del collo, il ventre piatto e la linea dello sterno fra i seni esposti alla luce dei candelabri di cristallo. Abbassa lo sguardo solo per un attimo quando si accorge della tenacia sfrontata di quello di lei, poi si alza in piedi e le sfiora il gomito sospirando.

Il suo scatto ci coglie tutte di sorpresa.

In pochi secondi le è addosso ansimando e strappandole la camicia dai pantaloni, emette strani rumori come risucchi umidi e a rantoli smorzati poi la stende sul pavimento affondando il viso nel suo petto e artigliandole le ginocchia con le mani sottili e bianchicce. Biascica qualcosa con la bocca piena di capelli corvini e gli occhi socchiusi. Adelina mi prende per un braccio mentre Mariuccia scoppia in una risata piena, seguita a ruota da noialtre ormai in piedi.

Ridiamo, ridiamo sempre più forte, in maniera sguaiata e folle, mentre il colonnello con le braghe alle ginocchia si consuma avvinghiato alla schiena possente e abbronzata della Venere di Siracusa.

Il racconto di Salvatore Piombino è stato finalista al Subway Letteratura Premio Speciale Città di Palermo 2010

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