Diario polacco n.3, alcune note sul polacco intraprendente

Quello che volevo era semplicemente varcare una frontiera, quale che fosse: non mi premevano lo scopo, il traguardo, la meta ma il mistico e trascendentale atto in sé di varcare la frontiera.

(Riszard Kapuscinski, In viaggio con Erodoto)

Per capire l’intraprendenza polacca, soprattutto quella delle nuove generazioni, basta conoscere i nobili intenti della lingua Esperanto, ovvero “di colui che spera”. Per chi non la conoscesse, è necessario sapere che questa è la lingua artificiale più conosciuta al mondo ed è stata creata dal polacco Ludwik Zamenhof nel 1887, avendo come obiettivo primario la comprensione fra i popoli attraverso una lingua neutra, formata in maniera semplice e con una grammatica facilmente assimilabile che prende in prestito termini e vocaboli da diversi idiomi. L’ideale che sta alla base della lingua esperanto è la democrazia linguistica, facendo cadere i rapporti di forza fra le lingue e tutelando anche le lingue minori. Pur essendo parlata nel mondo da più di sei milioni di persone, secondo le stime del Guinness dei primati, la lingua esperanto tra noi studenti erasmus è disconosciuta ma offre un ottimo esempio per spiegare l’apertura mentale e la curiosità internazionale dei polacchi. Interessante sapere inoltre che l’ideatore Zamenhof era un oculista, un oftalmologo per la precisione, uno di quelli che misura la vista, controlla quanti gradi ti mancano e ti prepara un paio d’occhiali per farti vedere meglio. Emblematico che un personaggio del genere, che ti aiuta a rendere migliore la tua vista, abbia pensato anche di creare una lingua per farti comunicare meglio. Come a dire, dopo aver visto cose nuove, esprimi al meglio e senza problemi ciò che hai osservato.

I polacchi hanno questa grande smania di vedere e parlare. Non ho ancora conosciuto un polacco che non abbia la ferma volontà di varcare la frontiera, di partire, fare esperienze internazionali, di vedere e conoscere il mondo, che sia tramite un progetto erasmus o comenius o direttamente attraverso un piano di studi all’estero. Questo si ripercuote ovviamente nella capacità di apprendimento delle lingue: l’inglese è parlato discretamente da quasi tutti, ma ognuno ha una lingua prediletta: c’è chi impara l’italiano e azzecca anche i congiuntivi dopo un anno e mezzo di studio, chi parla francese e chi spagnolo. Altri si dedicano al tedesco, vicino di casa, o al russo, coinquilino sempre ingombrante per chi ha natali polacchi.

Nel giovane polacco, da quanto ho appreso dagli incontri fatti in questo primo mese da studente erasmus, si vede subito una grande curiosità e volontà di realizzarsi. L’università, che incentiva lo studio ed è gratuita per gli studenti, è conclusa in regola dalla maggior parte degli studenti, tanto che qui la parola “studente fuori corso” è poco conosciuta. Da dire, tuttavia, che il percorso universitario è agevolato dalla flessibilità d’insegnamento e dalla frequenza obbligatoria a diversi corsi: ciò permette inoltre di passare molti esami senza dover sostenere un colloquio di valutazione e acquisire crediti agevolmente. Questo però non deve fare pensare a un percorso di studi in discesa: ci sono molti ragazzi infatti che scelgono di iscriversi a due corsi di laurea contemporaneamente, acquisendo nel giro di anni due titoli universitari e battendo sul tempo alcuni coetanei.

Da apprezzare inoltre nel sistema universitario polacco è la possibilità riservata a ragazzi che lavorano: il sabato e la domenica, attraverso dei corsi intensivi a pagamento, si svolgono lezioni universitarie ad hoc in preparazione degli esami per coloro che non possono essere presenti durante i giorni feriali. E, da quanto appreso da diversi ragazzi, sono parecchi coloro che seguono questi corsi. Un’opportunità che ben esemplifica il modello mentale della giovane generazione polacca.

“Per avere di più, bisogna lavorare di più. Per produrre di più, bisogna sapere di più”. Questo è un vecchio slogan comunista, ai tempi dell’Unione Sovietica. Il comunismo in Polonia ha fatto grandi danni ed è visto in maniera fermamente negativa. Tuttavia, tra le tante eredità della falce e del martello che si possono rintracciare nella storia polacca, questo slogan mi pare il più incoraggiante, avendo dentro di sé i bulbi dei tanti fiori che stanno crescendo in questa nuova stagione, in questa bella e rigogliosa primavera polacca.

(Alessandro Buttitta)

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