”Messina Denaro, il mio vicino di casa”. Intervista a Giacomo Di Girolamo

Giacomo Di Girolamo fa il suo mestiere, e lo fa benissimo. Con umiltà e competenza riesce a fare giornalismo e antimafia in un territorio ostico e pieno di insidie. Con il suo ultimo libro, racconta Matteo Messina Denaro, che potrebbe essere il suo “vicino di casa”.

Caro Giacomo, L’invisibile mi ha dato l’impressione del risultato di una vita di giornalismo. Sei giovane eppure hai già una bella esperienza. Puoi raccontarmi la tua storia nel giornalismo? Cosa hanno rappresentato per te la provincia di Trapani e Matteo Messina Denaro?
Ho cominciato a fare radio a 16 anni. Rmc 101, la radio di Marsala, la più ascoltata in provincia di Trapani. Mi mangio le parole (ancora oggi) eppure mi è toccata in sorte, la radio. Prima facevo i notiziari, poi dal 2000 ho cominciato a condurre programmi di approfondimento ed inchieste. Dal 2007 sono direttore della radio e del portale www.marsala.it. Facciamo 12 notiziari al giorno, programmi di approfondimento, dirette. Abbiamo ottenuto tantissimi riconoscimenti. Credo molto in un giornalismo non “resistente”, ma “residente”. Mi spiego: negli anni si è creato uno stereotipo sull’informazione in Sicilia del tipo “chi vuole raccontare la mafia, prima o poi finisce ammazzato”. Gli esempi, purtroppo, non mancano.
Tuttavia ciò si è trasformato in una sorta di alibi: la Sicilia è una terra irredimibile, solo gli eroi possono raccontarla davvero, e prima o poi finiscono ammazzati. Insomma, la delega a fare inchieste toccherebbe a pochi martiri. Mentre gli altri stanno a guardare e si preparano a battere le mani e a partecipare al corteo funebre. In realtà non è così. La Sicilia non ha bisogno di un giornalismo resistente, ma residente. Ovvero, di un giornalismo “ad altezza d’uomo”, in grado di raccontare, con semplicità, senza isterie, quello che succede nel territorio. Il mio compito è attraversare le vie della mia città, le città della mia regione, conoscere le persone, incrociare sguardi, e restituire a chi mi legge, a chi mi ascolta, la profondità degli sguardi che ho raccolto, il loro abisso, la violenza o la speranza che racchiudono. Matteo Messina Denaro è il mio vicino di casa, condividiamo moltissime cose, tante esperienze. Il prendere coscienza della sua vicinanza mi aiuta a non averne paura. Abbiamo paura di ciò che non si conosce, e fin quando deleghiamo la lotta alla mafia ai grandi inviati che vengono dal nord a raccontare la mafia ai siciliani le cose non cambieranno.

Com’è fare informazione in un posto come la provincia di Trapani?
Difficile come in altre parti d’Italia. Pochi mezzi, poche professionalità. Assenza totale di opinione pubblica, cioè di una società civile in grado di reagire alle inchieste pubblicate, agli scandali messi a nudo. Nessuna capacità di indignazione da parte dei cittadini, nessuna capacità di vergognarsi da parte di politici e imprenditori nonostante condanne pesanti. Nello specifico, comunque, in provincia di Trapani si avverte un isolamento maggiore verso chi denuncia o racconta certi fatti. Non è per complotto o per strategia. L’isolamento nasce perché c’è una resistenza culturale al cambiamento, e comunque si tende a guardare molto chi racconta un fatto non a cosa racconta. Su di me dicono che sono stronzo, comunista, spettinato, stravagante.

Antonio D’Alì, Antonino Papania, Bartolo Pellegrino. Chi sono?
Alcuni nomi della classe dirigente dell’isola. Che dicono di combattere la mafia e magari lo hanno anche fatto in alcuni casi e invece poi con molti loro comportamenti, o con le condotte di chi è vicino a loro, hanno creato quell’humus di torbidità che la mafia predilige per fare i suoi affari. D’Alì è indagato per mafia a Palermo. Bartolo Pellegrino è sotto processo a Trapani. A Papania hanno arrestato l’autista.

Giuseppe Grigoli, Sebastiano Scuto, Rosario Cascio?
La visione di cosa significa fare impresa in Sicilia. Un modello distorto di imprenditoria che scende a patti con Cosa nostra, ne fa gli interessi e se ne approfitta, creando un mercato totalmente distorto perché basato sulla sopraffazione anziché sulla libera concorrenza.

Com’è andata la promozione del libro? Hai girato l’Italia, hai parlato con molti lettori. La latitanza di Messina Denaro interessa ancora?
La mia inchiesta sta avendo molti riscontri, ed è giunta alla terza edizione. Sono contento perché il mio lavoro nasce dall’esigenza di raccontare questa terra, di portarla fuori dal suo isolamento. Nessuno parla della Sicilia Occidentale, come se l’Italia finisse a Palermo. E invece anche questa è Italia. Qui c’è un carico di violenza insopportabile. Insopportabile perché “inenarrato”, più che “inenarrabile”. Raccontare le storie ci aiuta a conoscere, e la conoscenza ci rende liberi.
Agli italiani il tema interessa, purtroppo vengono distratti da altro. L’agenda dell’informazione a volte sembra creata più per distrarre che per informare.

Nel libro emerge una certa amarezza. La provincia di Trapani come la Sicilia “alla seconda”. Tutti i difetti aumentati a livello esponenziale. Non c’è proprio aria di cambiamento?
Io credo nel cambiamento e ne vedo i segni. Fino a qualche tempo fa era impensabile pubblicare un’inchiesta come la mia. Così come oggi tanto si fa nelle scuole. Tuttavia la strada è ancora lunghissima, i segnali non sono tutti univoci, alcuni sono in controtendenza, e bisogna capire che la mafia ha cambiato pelle. Non è più quella dei campieri e della droga, è qualcosa di molto più ibrido e raffinato, meno tradizionalista e più incline al business. Se la mafia è cambiata, dobbiamo ripensare l’Antimafia. Invece ci piace crogiolarci nelle tante stanze dell’Antimafia che abbiamo costruito per parlare e parlarci addosso, anziché prendere atto che bisogna fare un salto di qualità. Non ha senso ad esempio vantare l’arresto dei latitanti (che rappresentano spesso la mano militare di Cosa nostra) e continuare a mantenere un sistema delle gare d’appalto che, secondo la Banca d’Italia, sembra essere costruito apposta per consentire infiltrazioni e distorsioni.

(Nino Fricano)

Pubblicato su www.whipart.it

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