La caciotta

di Gianpiero Caldarella (l’articolo è già apparso qui)

Sono belli i pastori. Hanno volti che sembrano resistere al tempo da secoli. Ricordano un passato che non c’è più. Quando le metropoli e le megalopoli non esistevano ancora. Il produttore e il consumatore non erano divisi dagli oceani. La natura era a portata di mano. Il buon pastore indicava la retta via. E se per caso una notte qualunque passava una stella cometa, ecco i pastori pronti a offrire qualcosa per il bambino che nasceva. Sono generosi i pastori. Per questo la nostra civiltà ha pensato di strapparli dalla realtà e consacrarli al mito, rendendoli gli immancabili protagonisti di una delle micro-società più impeccabili della storia: il presepe. Di fronte al presepe, va detto, le pubblicità del Mulino Bianco, sembrano delle sbiadite imitazioni.

Non c’è presepe senza pastori. E per fare un pastore non basta un giorno, ce ne vogliono molti di più. Per questo un pastore può costare anche 800 euro. Lo sa bene Genny di Virgilio, artigiano napoletano che da anni in via San Gregorio Armeno realizza e vende sia i tradizionali pastori stile 700, sia i “nuovi pastori”, quelli che inchiodano le loro pecorelle davanti al piccolo schermo, quelli che sanno mungere l’etere con le loro mani lisce e piene di crema, quelli come Belen o Berlusconi. La richiesta di pastori negli anni non è mai mancata. Per alcune persone avere quattro pastori in casa è come avere un Rolex. Più di tremila euro poggiati sul muschio non sono cosa da poco. Sì, è un segno di prestigio, un appagamento estetico, ma anche un investimento. Lo sanno bene i collezionisti.

Ma lo sanno bene anche i ladri che qualche notte fa hanno sequestrato circa trecento pastori dalla bottega di Genny di Virgilio. Per fortuna qualcuno ha visto la scena e ha telefonato in tempo ai carabinieri che hanno potuto recuperare i pastori sequestrati, che intanto erano stati imballati, pronti per essere spediti. Una volta ogni tanto i pastori ce la fanno. Solo due mesi fa ai pastori era andata peggio. Infatti, dopo essere partiti da Olbia in nave, trecento pastori sardi sono stati “sequestrati” dalle forze di polizia al porto di Civitavecchia. È stato impedito loro di raggiungere la capitale perché non avevano autorizzazioni a manifestare e sono stati obbligati a riprendere la nave per tornare indietro. Ci sono stati degli scontri, a molti ha fatto una certa sensazione vedere questi pastori animarsi. La collera dei pastori non è contemplata nel presepe.

Siamo così abituati alle nature morte che alla vista di quelle facce segnate dal vento, con barbe folte, mani ruvide, abiti di velluto e parole prive di orpelli, qualcuno avrà pensato che il presepe televisivo si fosse guastato. La natura, quando è viva, a volte produce strane allergie. I pastori, che solo in Sardegna si contano a migliaia, protestano perché il loro latte di pecora è pagato solo 60 centesimi al litro, meno di quanto basta loro per vivere. A questo punto è interessante notare che un pastore realizzato a San Gregorio Armeno, in vendita a 800 euro, vale l’equivalente di 1300 litri di latte, cioè quanto dieci pecore di razza sarda producono in un anno. Forse questi pastori potrebbero fare i pastori per stare meglio. Se cambiassero mestiere ed entrassero nel business dei presepi forse vivrebbero più agiatamente.

E invece loro sono ostinati e così rieccoli stavolta a Milano il 25 febbraio, i soliti 300 pastori sardi, a manifestare davanti alla sede della Borsa. Gira qualche volantino, dove c’è scritto che “la politica regionale, nazionale ed europea non si preoccupa dei nostri problemi e preferisce sostenere le Lobby delle multinazionali. (…) Ormai tutto quello che viene prodotto dalla terra non ha nessun valore, siano essi beni di natura animale o vegetale anche se si tratta di prodotti indispensabili per la Vostra esistenza. E il consumatore paga tutto più caro. (…) Attorno ai pastori e agricoltori si e sviluppata una burocrazia parassitaria che tutto consuma e niente produce, divorando montagne di soldi pubblici spesi solo per alimentare il loro famelico mantenimento. Una burocrazia mostruosa che a niente serve e niente produce. Tutto in nome di pastori e agricoltori che sono stati presentati all’opinione pubblica come costosi assistiti.”

I pastori sardi dicono che le uniche cose che hanno ricevuto negli ultimi vent’anni sono solo “miseri contributi in cambio della rinunzia alla produzione” e che “se sparisce la pecora in Sardegna non c’è più niente. È la nostra Fiat la pecora”. Non sembra un volantino della Fiom, c’è qualcosa di più. Sì, è una lotta per il lavoro, ci sono rivendicazioni salariali e si parla di dignità del comparto, ma ha tutta l’aria di essere anche una battaglia culturale e antropologica. La natura contro le lobby, l’autorganizzazione contro l’assistenzialismo. Per il resto, non so se la Fiat e la pecora possono essere messi sullo stesso piano o bancone da macelleria che si voglia. Non so se Marchionne saprebbe mungere anche una pecora. Di certo c’è che guardando verso Termini Imerese quella pecora sembra una carcassa. Invece, le quote latte al nord sembrano viaggiare in Ferrari, grazie al decreto milleproroghe e al sostegno della Lega Nord. Altro che Fiat! Vanno veloci gli allevatori del nord, gli splafonatori che non rispettano il limite. Le multe, naturalmente le paghiamo tutti noi italiani. Siamo molto più bravi a fare le pecore che a riconoscere i veri pastori.

Autore: Marco Bisanti

mela penso

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