“La mia Milano”, intervista a Paolo Melissi

Con il suo “Milano senza vie di Mezzo” (edizioni Pendragon), Paolo Melissi ha tracciato la sua geografia personale della capitale meneghina. Un libro utile e divertente, che getta una luce nuova su luoghi comuni, posti, tendenze, personaggi del capoluogo lombardo. Pupi di Zuccaro ha intervistato l’autore.

Il libro si compone di tanti frammenti, ma proviamo a fare un “si” e “no” più globale. Una bella generalizzazione, di quelle becere. Perché Milano si? Perché Milano no?
Milano sì perché è (ancora) una città delle opportunità, degli incontri e delle possibilità E’ una “grande” città, non sarà New York e nemmeno Roma, ma ha il fascino del molteplice. Senza dubbio, poi, può costituire un’attrattiva per chi ha a che fare o si interessa di editoria. Milano no per la sua tendenza alla plastificazione, alla perdita dell’Umano, alla meccanizzazione della vita individuale e di massa.

Nel libro citi decine e decine di locali milanesi, di cui elenchi pregi e difetti. Te ne intendi di cucina, servizio, atmosfera. Sei davvero così mondano?
Non sono molto mondano, tutt’altro. Basta ricordare i posti in cui si è stati.

Credi che, dopo aver scritto quello che hai scritto, andrai più a cena – mettiamo – al Baci&Abbracci o al Pattini&Marinoni?
Non ci andavo più comunque. Si fanno scelte estetiche, economiche o politiche.

Puoi raccontarmi la tua prima volta a Milano? Per te, che vieni da Napoli, cos’ha rappresentato il capoluogo lombardo? Ce l’avevi la valigia di cartone?
L’impatto è stato temibile! La Stazione Centrale aveva un’atmosfera cupa, e credevo d’essere finito sul set di Blade Runner. C’era un freddo disumano: -5°, una temperatura che a Napoli consideravo fantascientifica! Nel corso della prima notte nevicò abbondantemente, e al mattino venne a bussare (giuro) col becco un piccione alla finestra. Era un piccione spiumazzato e depresso, che cominciò a presentarsi ogni mattina: io aprivo la finestra e gli davo da mangiare molliche di pane. La valigia non era di cartone, ma un corrispettivo aggiornato.

Abiti a Milano da quindici anni. È cambiato qualcosa da allora?
Per quanto mi riguarda più o meno tutto. Ma anche la città è cambiata, e non in meglio, mi sembra. In quindici anni è cresciuto in maniera quasi esasperante il tentativo di “piallamento” sociale, la distruzione di ogni forma “istituzionale” di diversità, un processo di normalizzazione che passa attraverso la rimozione dei centri sociali, la guerra spietata ai venditori ambulanti, l’inasprimento delle tensioni tra chi è nato in Italia e chi viene da altri paesi…

(Nino Fricano)

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