Melissi: “La Milano di Vinicio Capossela e Leone di Lernia”

Pupi di Zuccaro propone due capitoli dell’ultimo libro di Paolo Melissi, Milano senza vie di mezzo, edito da Pendragon. Un viaggio ironico e personale tra i luoghi, le tradizioni, le atmosfere e i personaggi del capoluogo meneghino. Di seguito il profilo di due personaggi.

LA STRANA VITA DI VINICIO CAPOSSELA A MILANO

Nato a Hannover da genitori di Calitri e Andretta (AV), rimpatria  e cresce in Emilia Romagna, fino all’incontro fondamentale con Francesco Guccini. Da circa vent’anni vive a Milano e ora occupa un appartamento in cui, in piena notte, gli capita di suonare il pianoforte, allietando gli inquilini del piano di sotto. Al 1994 risale il suo sodalizio con il poeta milanese Vincenzo Costantino Chinaski, che lo affianca spesso in spettacoli e recital. Recentemente ha pubblicato un libro più DVD La faccia della terra in cui si  aggira per le strade innevate del quartiere della stazione Centrale. Della città dice: “Di Milano mi piace la linea 1 del tram, e questo mi  sembra già molto. A dire il vero amo molto le assenze che ho riposto in questa città. Vivo in una zona di addii e partenze, e il fatto di stare in un luogo che non mi appartiene, il fatto di stare in un luogo in cui non ho niente, mi permette di immaginare tutto, di lasciare che le idee si facciano largo liberamente nella testa“.

Vinicio Capossela contribuisce a far emergere l’anima nascosta di Milano, con il suo occhio obliquo che coglie a fianco e sopra. E, in fondo, concorre a renderla più interessante, a trasformarla, a farne emergere la sottile suggestione. E quando Marco Travaglio in un’intervista gli ha chiesto: “Perché vivi a Milano?”, lui ha risposto: “Perché non mi è mai piaciuta. È una città un bel po’ morta,  nessuno accetta di vivere in un posto così. Ti condanna a una solitudine reiterata, ti allontana da tutti senza darti una meta in cambio. Ma favorisce il mio disegno, mi regala clandestinità interiore e autoemarginazione. Non capisci mai se è un rifugio o una prigione. Ci sono dei posti che finisci per essere quei posti, tipo Bologna. Milano no, Milano è un vuoto da riempire, un teatro dell’assenza. Quando un posto non è bello, ti ci costruisci la tua geografia emotiva. Ho molti più punti di contatto con i tram e le rotaie che con la Moratti”.

LEONE DI LERNIA, IL TAMARRO CHE AVANZA

Un altro pugliese alla corte di sant’Ambrogio. Leonardo, in arte Leone, Di Lernia tira avanti da decenni, rimanendo a galla lì dove non tutti riescono a farlo. Va avanti a suon di parodie di canzoni, cover di brani famosi e internazionali infarcite di scurrilità in versione dance, e fino a pochi anni fa era una delle voci della trasmissione radiofonica “Lo Zoo di 105”. Le sue cover hanno invaso l’etere italico con altrettanti tormentoni, basta ricordare: Ra ri ri ra ra ra, pesce fritto e baccalà (Gipsy Woman), Tu sei ignorante (Zombie), Uè paparul maccaron (Pump Up the Jam).

Ha saputo fiutare l’aria, il Leone di Puglia, afferrare al volo il treno veloce del successo becero, della farsa subumana, dello sberleffo radiofonico dall’altra parte del mondo rispetto a una trasmissione come “Alto Gradimento”. Leone Di Lernia è il tamarro che avanza, che intende prendersi il suo spazio a colpi di pancia e ha bisogno di gridare per far valere i suoi diritti. E lo è sia attraverso i suoi componimenti incisi su cd  sia attraverso i microfoni di Radio 105, divenuta per l’occasione più che altro un serraglio. Peccato, perché l’occasione di fare un po’ di satira e ironia sugli italici vizi c’era, anzi, il talento irriverente e senza freni di Leone avrebbe potuto colpire bene e in profondità. Invece ha scelto la volgarità di massa, che consola i più, che li rassicura del loro essere volgari, che conferma che sono gli altri a essere criticabili, non loro. Insomma, l’estetica del buzzurro, in questo caso – siamo lontani mille miglia dall’intelligente “operazione tamarro” portata avanti da Tony Tammaro a Napoli – prende semplicemente il sopravvento e diventa anche l’unico messaggio. Per rendere tutto un po’ più intellettuale: una canzone di Leone Di Lernia equivale a una scorreggia tirata in piazza Duomo dopo uno proiezione de Il petomane (ve lo ricordate, il film con Ugo Tognazzi?).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *