Diario Polacco, i rischi della Sicilia che non conosce Copernico

Dzien Dzobry! Nel paese che fu caro a quel magnifico reporter che si chiamava Ryszard Kapuscinski, scrivo queste prime parole da viaggiatore in terra straniera, trovandomi nella Polonia del boom economico, della grande disciplina e del profumo di libertà acquisito negli ultimi anni. Precisamente sono a Torun, la città di Nicolò Copernico che Pirandello ci ricorda tanto bene, facendo esclamare al suo frustrato protagonista il famoso “Maledetto sia Copernico!” in quel libro straordinario qual è Il fu Mattia Pascal. Copernico ci ha insegnato, con tanto di teoria presto osteggiata dai censori e moralisti del tempo, che non è il Sole a girare intorno alla Terra ma il contrario. Una grande intuizione che oggi appare banale ma che in realtà non lo è.

Quando ci si mette in viaggio verso terre lontane ci sono diversi motivi che spingono a partire: l’aprire nuovi orizzonti, capire veramente chi sei e dove puoi arrivare, un’indipendenza che tanto desideri ma che alla fine un pò rimpiangi, un sogno di libertà che, penso, si affievolirà con l’età. Essere qui in Polonia nella città di Copernico, a cui tra l’altro è dedicata l’Università presso cui sono studente Erasmus, è importante perché ti spinge alla consapevolezza del tuo stato.

Proveniendo dalla Sicilia dove il siciliano medio crede che non ci sia oltre il mare nulla di migliore o più rilevante se non qualche opportunità di lavoro da scottare a caro prezzo tra nostalgia e malinconia, il rischio è di avere una visione precopernicana, tolemaica dove ci si sente al centro dell’universo, in una condizione di assoluta indifferenza verso il resto del mondo. Prendere gli aerei, giocare con le tue resistenze, colpire il tuo spirito d’adattamento, mettersi a parlare con turchi e lituani in nome di un ideale di interculturalità e spirito di ricerca, è quanto di più copernicano possa fare un siciliano. Pazzo, certo. Perché sfidare il gelo polacco quando in Sicilia c’è il clima ideale?

Perché farsi migliaia di chilometri per andare in una città che neanche sulla mappa trovi al primo colpo? Perché lasciare quanto di più caro hai, dalla favolosa fidanzata alla calda famiglia fino agli amici, per trascorrere quattro mesi e mezzo in terra polacca, lontano da tutti e immerso in una cultura che non è la tua? Alla fine cosa ti offre questo erasmus? Le materie non te lo potevi dare anche qui, soprattutto quando sei arrivato alla fine del tuo percorso? Le risposte razionalmente non ci sono. Non c’è motivazione che tenga perché ogni tua scelta e ogni tua singola decisione avrà sempre un po’ il retrogusto del senso di colpa, certe volte dell’egoismo quando sei in vena di masochismo mentale.

Ma, diceva Gramsci (sebbene in altro contesto e con diverse prospettive), che al pessimismo dell’intelligenza bisogna opporre l’ottimismo della volontà. Essere qui nel gelo polacco a tanti chilometri di distanza è una sfida con se stessi: perché non c’è niente di più angosciante che sentirsi piccola Terra che gira intorno ad un Sole non meglio identificato in una Galassia che sarà sempre una minima parte dell’Universo. Giocare con la propria finitezza, facendo i conti a volte con una certa provincialità di modi e costumi, è la mia rivoluzione copernicana in questa Polonia dove il Sole attualmente è pallido e quasi inesistente, ma che col passare del tempo diventerà sempre più chiaro ed evidente.

(Alessandro Buttitta)

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