L’ebreo che è in noi

Non pensate che la cultura yiddish sia un affare esotico, un trastullo per gente stramba, un cantuccio di cernecchi e caffettani. Macchè. L’ebraismo ci è più vicino di quanto possiamo pensare. L’immaginario occidentale è permeato di cultura yiddish. Hollywood è stata creata da un manipolo di produttori ebrei. Il 40% dei nobel, l’80% dei comici professionisti, il 75% degli americani famosi sono ebrei. Tutto questo a fronte di quel misero 5% di popolazione statunitense che gli ebrei rappresentano. Perché tutti questi successi? Perché gli ebrei sono un popolo cosmopolita, un popolo esule e soprattutto un popolo che studia. L’ebraismo fornisce poderosi strumenti intellettuali, che permettono di confrontarsi con le massime profondità di pensiero. Infatti i pensatori che più hanno rivoluzionato il modo di pensare hanno ascendenze ebraiche: Einsten, Marx, Freud.

Parola di Moni Ovadia, che mercoledì 9 febbraio, alla Feltrinelli di corso Buenos Aires di Milano, ha presentato “Yiddish, ascesa e caduta di una nazione” di Paul Kriwaczek, edito in Italia da Lindau. Ovadia, autore della prefazione, in scena all’Elfo Puccini con “Shylock, il mercante” in prova fino al 13 febbraio, prosegue la sua campagna intellettuale per promuovere la cultura yiddish. Una cultura che può risultare vitale per superare l’impasse che l’Occidente sta attualmente vivendo. Una deriva fatta di intolleranza, stupidità, nazionalismi, ottuse chiusure, menti sclerotizzate contro la diversità. “La yiddishkeit, la cultura yiddish, può insegnare tanto. Con il loro potenziale deflagrante di creatività, gli ebrei rappresentano un capolavoro ineguagliato di idea di popolo. Sovranazionale, cosmopolita, antinazionalista, flessibile, pronto a confrontarsi, ad assorbire, ad arricchirsi dall’incontro col diverso”. “Il nazionalismo – continua Ovadia – è la forma moderna dell’etica tribale, idolatrica. L’ebraismo sopravviverà solo nell’universalismo. Non c’è futuro dell’ebraismo nei nazionalismi”. E la stessa cosa forse si può dire dell’umanità intera. (Nino Fricano)

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