Non dirà più d’esser poetessa…

Imprevisto successo ha riscosso il post sulle “poesie” della Melissa P. nazionale (autrice dell’immortale quartina “ho bisogno d’aratura/di qualcuno che mi dica:/ tuo adesso tuo per sempre/nel tuo cuore e nella fica”) Qui siamo nel posto adatto: per difendere la mia idea di Poesia devo provarne a dare una buona definizione.

E via con l’etimologia: Poesia da Poien che indica una produzione in genere. Poietes è qualsiasi produttore, mentre Musichè è qualsiasi attività patrocinata dalla nove muse figlie di Zeus e Mnemsosine (Clio, la musa della storia. Euterpe, la musa della musica. Talia, la musa della commedia. Tersicore, la musa della danza. Erato, la musa dell’Elegia. Polimnia, la musa della lirica. Urania, la musa dell’astronomia e Calliope, la musa retorica e della poesia retorica). Ecco, dopo sto veloce ripasso di mitologia, continuiamo…
La poesia per i Greci non è arte. Arte è techne, qualsiasi produzione esperta, eseguita ciò secondo principi e regole.
La poesia, dono divino, non è arte. Non si apprende studiando regole e principi, o si è toccati dalle muse o non lo si è.
Arte e poesia erano addirittura contrapposte:
nella poesia si riconosceva un elemento spirituale di grado superiore (la divina mania) e, inoltre, aveva, una capacità psicagogica, guidava cioè gli animi. A questo aggiungiamo il suo vistoso significato metafisico e il suo alto valore morale ed educativo (e già Melissa P. ce la siamo giocata…).
Però i Greci avevano una duplice concezione della poesia: per forma e per contenuto. Ma Aristotele condanna questa distinzione scrivendo che la tecnica versificatoria è lontanissima dall’ispirazione poetica. Quanto amo il Maestro di color che sanno!
Eccoci al punto: per i Greci la poesia era infinitamente superiore all’arte.
Già i miei neuroni sogghignano, hanno la vittoria in pugno. Li lascio sorridere ed eccoci di nuovo ad Atene, all’Accademia. Quella lunga barba non lascia spazio a dubbi: il buon vecchio Zio Platone ha sempre la risposta.
Bene, i neuroni affondano la stoccata finale. Sono finito nelle pagine del Fedro.
Platone mi presenta una gerarchia delle Anime e acchiappo il foglio e leggo con avidità. Cribbio: il poeta compare due volte. Mi chiedo se il buon Vecchio Zio ha sbagliato, una fila di neuroni si suicida al solo pensiero di accusare il migliore allievo di Socrate.
Bene, cerchiamo di capirci qualcosa. Il poeta compare al SESTO POSTO nella gerarchia sotto la dicitura “poeta o qualsiasi altro imitatore” e poi, di nuovo, in pole position, accanto al filosofo e in compagnia di due tettute psicagoghe offerte dallo sponsor. Solo che al primo posto compare sotto il nome di Musikos, cioè il poeta prescelto dalle muse.

Lascio parlare lo zio: “il poeta è un essere leggero, alato, sacro che non sa poetare se prima non sia stato ispirato dal dio, se prima non sia uscito di senno e più non abbia intelletto.” Riepiloghiamo: il primo tipo di poesia è solo riproduzione della realtà in versi, una copia al quadrato: copia della copia (la realtà è copia delle Idee immutabili, la versificazione copia la realtà…), due volte lontana dalla verità. Il secondo tipo è conoscenza a priori dell’Essere. Bene, lascio il prato delle anime col musikos che vola oltre le antenne e gli aquiloni, lì, sempre più in alto e ritorno.

I miei neuroni sono fuggiti con le due tettute psicagoghe; Melissa P. sta bene, e la prossima volta che nella repubblica meneghina delle lettere incontrerò Serino lo inseguirò con una carriola colma delle Poesie della Plath, di Montale e dei poeti che conosce solo Spadaro.

P.S. Per la disquisizione storica si ringrazia il terzo capitolo di ‘Storia di sei idee’ di W. Tatarkiewicz

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