Woody & New York, amore finito?

Negli anni Duemila Woody Allen ha mostrato un nomadismo, produttivo e creativo, che pareva impossibile per chi – forse presuntuosamente – pensava di conoscere le idiosincrasie del regista newyorchese. Il cantore più witz e romantico della Grande Mela, dopo quarant’anni di carriera costruita attorno ad un’isola di poche milioni di persone, ha improvvisamente cominciato a non considerare più l’Europa come metafora delle più profonde tentazioni assolutistiche (Zelig) e razziste (Ombre e nebbia) o tutt’al più come una trasferta purificatrice (Tutti dicono I love You).

Improvvisamente, Londra, Barcellona, Venezia, Parigi, sono le location dei suoi nuovi film, con protagonisti americani in viaggio (Vicky Cristina Barcelona) o in affari (Match Point) in un mondo de-nuclearizzato, laddove il nucleo è ovviamente la sua città natale.

Perché Woody Allen non ama più New York?

Per rispondere a questa domanda, è meglio non dare troppo peso alle ragioni squisitamente economiche che il regista ama fornire ai giornalisti, con gusto sapientemente (anti)ebraico: Allen può girare ancora negli states tutto quello che gli pare, anche se corrisponde al vero il problema di girare negli studios o a New York, perché costa sempre di più.

Qui però azzardiamo un’altra ipotesi: Allen è la più silente vittima dell’11 Settembre.

Il suo intervento agli Oscar del 2002 resta memorabile: impacciato e ingessato nel ruolo di vecchio stand-up comedian (lavoro che gli ha procurato fama e denaro fino all’età di 35 anni), Allen fece una tirata poco convinta sulla sua antipatia per Los Angeles, con alle spalle un fotogramma gigantesco di uno dei suoi film che ama di meno, Manhattan, per poi omaggiare la città nel ricordo dello skyline perduto, fonte inesauribile – e per questo esaurita? – di ispirazione.

Il bianco e nero era perfetto per congelare l’immagine delle Twin Towers, realizzate soltanto due anni prima della pellicola, ma anche per congelare l’autore di quel film. Già, perché forse inconsapevolmente, Allen da quel giorno sembra aver trovato ogni volta una scusa per non tornare in quei luoghi, non almeno come aveva sempre fatto.

Dei dieci film che ha girato dal 2002 a oggi, sei sono girati lontano dall’America, compreso l’ultimo (Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni) sul grande schermo e l’ultimo ad essere girato, a Parigi (Paris in love). Dei restanti quattro, uno è girato per metà a Hollywood e quasi completamente in interni, altri due sono pellicole abbastanza deboli: Anything Else, dove interpreta la parte di un professore che spinge un giovane scrittore ad andarsene (guarda caso) ed è girato soprattutto a Brooklyn, e Melinda e Melinda, anch’esso girato con straordinaria sofferenza nei pochi esterni previsti in sceneggiatura.

Unica eccezione, quel Basta che funzioni che Allen ha girato con una freschezza che non si vedeva da tempo. Complice il fatto che la sceneggiatura, per sua stessa ammissione, era rimasta nel cassetto per oltre 30 anni in attesa dell’attore giusto. Anche in questo caso, a farla da padrone sono però i quartieri più popolari della città.

La sproporzione è evidente. Difficile credere si tratti soltanto di problemi produttivi per una persona che è capace di sentirsi perdutamente male in una vietta di Bologna o di Venezia se non è accompagnato a vista, come racconta il documentario Wild Man Blues di Barbara Kopple, che fino ad allora era l’uomo meno propenso al viaggio che si potesse immaginare.

Quel che ha spinto Allen a traslocare staff, moglie, sorella (il suo metodo di lavoro è  sempre stato molto famigliare, anche se i tempi del clan Farrow sono finiti) maestranze fidate a Londra nel 2005 per un grande film come Match Point resta un piccolo mistero dei moti del cuore di questo geniale artista.

Da quel momento possiamo far nascere la quarta stagione del regista 75enne: le commedie comico-surreali, il periodo delle commedie sentimentali di successo internazionale, il dopo-Farrow degli anni Novanta, e ora il nomadismo fuori dagli Stati Uniti.

Le letture possono essere molte: anche un atto contro l’America di Bush, che ha in pratica coperto lo stesso intervallo cronologico. Ma forse il motivo è più profondo, legato proprio a quell’attentato che ha sfregiato per sempre quello skyline e vilipeso una storia fatta di persone, luoghi, aneddoti, musica, che Allen sente, forse non del tutto coscientemente, di non poter più rappresentare un’altra volta.

Woody Allen ha insomma rinunciato alla sfida dell’irrappresentabile, come ha fatto invece il suo collega (molto stimato da Allen), Spike Lee, in  La 25 ora, o come ha fatto in qualche modo anche Scorsese con Gangs of New York e persino anticipando quelle stesse tensioni in Al di là della vita.

La risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio potrebbe dunque essere che non ha mai smesso di amarla, ma ha smesso di guardarla, come un pietoso fedifrago con l’amante di una vita. Transfuga del dolore, Woody Allen è però ancora in grado di girare il grande film che racchiude tutto, da lontano, come fece Houston con la sua Irlanda nel suo ultimo, struggente, film.

Lo aspettiamo.

Marco Viviani è giornalista, iscritto all’Ordine dal 2005. Laureato in Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico – con una tesi sul rapporto fra informazione locale e web – ha scritto per molti giornali della sua provincia (Cremona), prima di dirigere un proprio quotidiano web. Ora è giornalista free lance. Si occupa di web journalism, di cultura, produce e realizza servizi video-giornalistici insieme ad un collega di un network televisivo milanese.

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