“Nessun dolore. Una storia di Casa Pound” per scoprire Roma nell’occhiata breve d’un amico

Se dalla copertina di Nessun  Dolore. Una storia di Casa Pound hai già deciso che non è il romanzo che fa per te, che a te non interessano né la politica né la letteratura schierata, caro lettore, lasciami dire che questa volta ti sei sbagliato di grosso.

Perché Nessun Dolore è prima di tutto un bel viaggio.

Un viaggio dei romani nella Roma più autentica, quella nuda e cruda dell’Esquilino, roccaforte di Casa Pound, di Piazza Vittorio, che se lo chiedi ad un non romano non ci sa arrivare, ma che con i suoi palazzoni tanto austeri quanto magici ed imponenti, dal tramonto all’alba torna ad appartenere profondamente a chi in quel quartiere ci è nato.

E’ più di un viaggio: è una delle più belle dichiarazioni d’amore fatte da un romano alla propria città che, l’autore non me ne voglia, “sarà pure una puttana un poco sfatta, ma ha addosso un buon odore da bambina che ti sorprende quando la annusi a fondo”.

E ti sorprende, infatti, tanto che anche a noi non romani Di Tullio, forse senza volerlo, propone un meraviglioso viaggio alla scoperta della Roma “non convenzionale” che lontano dalle luci sfolgoranti delle attrattive per turisti, è ancora abitata  da  “gente che giocava a dadi mentre il figlio di Dio spirava sulla croce, che non s’impressiona del crollo degli Imperi né del passaggio dei Lanzichenecchi. Figli di mignotta capaci all’improvviso di sacrifici e grandezze che non ti sai spiegare”.

Così, tra le pagine di questo viaggio hai voglia di andare la prossima volta in via Monti della Farnesina, alla scoperta di una stazione metro praticamente inutilizzata, costruita apposta per Italia 90 ora adibita dai militanti di destra ad area autogestita.

E ti fa scoprire, che, poco più in là, Ponte Milvio è esistito molto prima dei “catenacci” dei lettori di Moccia e degli aperitivi più “In” della Roma Nord ormai tanto pubblicizzati nell’era di Facebook. Perché Ponte Milvio è sopra ogni cosa nero per antonomasia ed è la passeggiata prediletta dei giovani Blocchetti, i militanti del Blocco Studentesco a cui, a prescindere dal colore politico, impari forse a chiedere scusa per averli giudicati troppe volte come dei Fascisti attaccabrighe da evitare sempre e comunque. Perché è bello scoprire, tra le vicende appassionanti e tanto vere del romanzo, che oggi questi nostri fratelli minori, se non addirittura figli per alcuni di noi, possono fare politica, riescono a scaldare ancora i loro cuori per qualche ideale, attaccano manifesti, fanno volantinaggio, anche se ogni tanto si cacciano in qualche guaio più grande di loro.

Ma soprattutto è un viaggio attraverso il più autentico sentimento d’amicizia, quello che pensi possa esistere solo nei romanzi, ma che invece trovi davvero in chi condivide ancora un ideale: è quel sentimento gratuito, dei “fratelli” che ballano all’unisono la musica degli Zetazeroalfa, i fratelli leali, pronti a muso duro ad addossarsi le colpe di altri, i fratelli che non insultano mai il nemico ideologico, consapevoli, oggi più che mai, del fatto che “ definirsi di destra o di sinistra è il modo migliore che ha un uomo per darsi dell’imbecille”. E così scopri che proprio loro incarnano alla perfezione quella visione prospettivista del mondo che invece è tanto di moda associare alla sinistra intellettualoide radical-chic, quella stessa sinistra che “fa dell’antifascismo un dogma assoluto”. Ma loro lo sanno e continuano a testa alta ad accettare quel “disprezzo che raccolgono e dividono fra loro come buoni fratelli, per la comunione dei reietti” a cui sono avvezzi dopo anni di ostracismo politico ed intellettuale. E la  chiave di volta di quella che alla fine si mostrerà una bella parabola dell’amicizia è proprio questa:

E’ l’occhiata breve dell’amico, che ha già capito tutto e ti segue anche all’inferno, senza sapere bene perché e per cosa, se non che deve e va fatto. Non ci si lascia mai soli e tutto il resto non ha importanza”.

Ma è anche un viaggio interiore per tanti che, come noi, i trentenni dei film di Muccino e dei romanzi di De Carlo, del lavoro precario e della disoccupazione, ma comunque, costi quel che costi,  dell’aperitivo al venerdì, del cinema al sabato, della vacanza in Sardegna ad agosto, dei progetti di matrimonio e delle pause di riflessione un attimo dopo, abbiamo perso la bussola, abbiamo spesso rinnegato le nostre origini, il nostro destino, costruendocene uno su misura di Grande Fratello, dimenticando il dolce sapore della “Rivoluzione”, quella rivoluzione che noi, Generazione X, non abbiamo mai fatto neanche a sedici anni, perché per noi avevano già lottato i nostri padri, i nostri prof, i nostri avvocati.

Noi, che un attimo prima del baratro abbiamo dimenticato che  “la felicità è rientrare dentro e vivere, affrontare i giorni, accada quel che accada, accettare il tuo destino con coraggio e gioia”, sia che quel destino assuma le sembianze del patrocino gratuito a favore di qualche giovane testa calda di Casa Pound che si è cacciato nell’ennesima guaio giudiziario, sia che si tratti di dover cercare un tetto sotto cui dormire dopo l’ennesimo sfratto nell’era in cui la Casa non è più un diritto, ma un lusso per pochi.

E nonostante tutto, dal fondo del baratro, sul cornicione più alto in cui tu possa trovarti scopri che  “quando hai una storia e un mondo a cui appartieni, una comunione d’intenti così grande e profonda che niente può scalfirla, quando ti guardi negli occhi e, senza pensare, riconosci accanto a te il fratello, il padre, la figlia, il tuo amore […] non esiste più nessuna paura, non rimane più nessun dolore” . E lì capisci che sei diventato grande.

La foto è di Fabio La Donna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *