Nel silenzio più assoluto

Pubblichiamo la lettera d’un ventunenne che la vita ha masticato per bene, la storia di A. è lo specchio di questa nostra generazione allo sbando. Una generazione in cui quel che era un diritto è diventato un privilegio.

81/365 - NoTitle © Paolo Castronovo
81/365 - NoTitle © Paolo Castronovo

Mi chiamo A., ho 21 anni. Sono nato e cresciuto in un comune del palermitano che è sempre passato inosservato se non per qualche vicenda di mafia o di criminalità, specie negli anni ’80. Un comune che da diversi anni non offre nulla, anzi a mia memoria, non ha mai offerto nulla ai suoi cittadini.
Sarà chiaro quanto possa essere complicato per un ragazzo della mia età vivere in un posto stagnante dove l’unica dinamicità sta nel passare dei giorni, sempre identico, sempre tremendamente vuoto e fine a se stesso. 
Realizzazione professionale, carriera, futuro, indipendenza. Tutto ciò in un comune come il mio è impossibile, è impensabile addirittura. E’ roba da pazzi sperare di realizzarsi restando qui.

A., 21 anni, residente in un comune senza risorse di nessun genere, una mamma affetta da Morbo di Crohn che almeno una volta all’anno, da otto anni, subisce un ricovero e che in nessun modo riesce ad ottenere l’assegno d’invalidità civile parziale che a detta dei medici le spetterebbe di diritto, un papà ormai sessantenne con 35 anni di lavoro da operaio edile incisi sulla schiena curva e il corpo esile di chi neanche ad agosto si riposa perché non c’è abituato a riposare. Due sorelle, una delle quali irrintracciabile, l’altra sposata con un ex cocainomane ed eroinomane in cura presso il Sert.

A., 21 anni. Solo, con un bagaglio di problemi altrui caricati sulle spalle e tanta voglia di scappare da qui per farsi un futuro, per realizzare i suoi sogni, per potere sperare anche lui, così come ha fatto quarant’anni addietro suo padre, così come hanno fatto tutti i padri, di avere una vita propria, una casa propria, una moglie e dei figli per casa a rallegrare questo viaggio terreno a cui ci abbarbichiamo con tanta tenacia, così come se non dovessimo mai morire. Ma come fare?

A vent’anni ho lasciato l’università, quasi immediatamente dopo l’iscrizione. Dopo una riflessione non troppo complessa si capiva bene che non avevo le possibilità per fare lo studente a tempo pieno, quindi ho cercato un lavoro. Portiere di notte, 3 notti a settimana, 10 ore per notte per un guadagno netto di 20 euro per turno. Chiaramente non bastavano neanche per i rifornimenti alla macchina. La macchina che, pur con una mamma malata a casa, ero costretto a sottrarre per tre notti a settimana per spostarmi da casa al posto di lavoro. Una nissan Micra mille, dieci anni di vita e 120,000 km, acquistata naturalmente usata perché figurarsi se ci si può permettere il mercato del nuovo. Insomma, dato che quei soldi non bastavano, mi sono offerto di coprire dei turni pomeridiani come receptionist. Stesso datore di lavoro che poi è uguale a un sacco di altri datori di lavoro. Altri tre turni settimanali quindi, pomeridiani questi, e di 6 ore ciascuno. 15 euro per turno. Ricapitolando: 3 turni notturni a 20 euro e 3 turni pomeridiani a 15 euro. Uguale 420 euro mensili, che diviso 192 che è il numero di ore lavorative per ogni mese, fa 2,19 (arrotondando per eccesso).

Due euro e diciannove centesimi l’ora. E sapete quando ho capito che non potevo farcela? Quando una mattina, tornando a casa dopo la notte trascorsa al lavoro, mi son seduto sul letto e ho cominciato a piangere come un disperato. Perché una cosa per me è sempre stata alla base di tutto: la dignità. E io ne perdevo un pezzetto ogni volta che offrivo il mio lavoro a 2 euro l’ora. Quella mattina finii la mia scorta di dignità. Qualche giorno più tardi decisi di lasciare quel lavoro, di dare le “dimissioni”, che metto accuratamente tra virgolette visto che non si è mai parlato di contratto.

Dal 31 luglio 2010 sono tornato disoccupato a tutti gli effetti. Non male per uno che vuole scappare e farsi un futuro. Decine e decine di aziende possiedono, in uno dei cassetti più remoti, una copia del mio Curriculum, che certo non è ricchissimo, ma mi chiedo come possa esserlo se non si ha la possibilità di esprimere le proprie capacità sul lavoro.

Mi chiamo A., ho 21 anni. Sono un giovane italiano che qualche anno fa ha scritto un articolo su un giornalino scolastico. “T.V.B. Costituzione”. Questo era il titolo di quell’articolo. Il mio preside rimase colpito da quel “pezzo” e non esitò a spedirlo alla presidenza della Repubblica, dalla quale arrivò, una risposta, insperata devo dire, da parte della segreteria della presidenza di Napolitano, nella persona di Elio Berarducci. Un pezzetto di carta, poche righe messe lì frettolosamente immagino per far felice un giovane studente. Non importa come siano state scritte quelle poche righe, ma mi hanno reso orgoglioso e hanno reso orgogliosi i miei docenti, il mio preside. Tant’è che quest’ultimo scrisse alla mia famiglia che “sono certo che il vostro A. avrà un futuro brillante.” Brillante!

Sono A., ho 21 anni e da qualche giorno ho iniziato a farmi delle domande: vale davvero la pena continuare a lottare per avere un posto in questa società dove pare che gli unici a poter pensare di andare avanti sono quelli già realizzati alla nascita? Quelli che già al loro primo vagito hanno la sicurezza che da grandi saranno qualcuno e che comunque vada non patiranno mai le pene dell’inutile e accanita ricerca di un posto di lavoro, quelli che non subiranno mai l’umiliazione di dover lavorare di notte e di giorno per guadagnare meno di 500 euro al mese. Ne vale davvero la pena? E’ plausibile, essendo soli e difficilmente compresi, pensare di poterla spuntare in qualche modo? E perché, per quale assurda ragione il mio Paese, per il quale nutro un forte un senso di appartenenza, non riesce a migliorarsi? E come fare a migliorare se stessi se tutto intorno rimane immutato? Cos’è il welfare in questo Paese? Che significato assumono entro questa realtà i primi 4 articoli della nostra Costituzione?

Sono A., ho 21 anni e sono stanco di non avere risposte alle mie domande. E così ho deciso di metterle nero su bianco a disposizione di tutti. Nella speranza che finalmente qualche risposta arrivi. Per me e per tutti i giovani italiani che ogni giorno fanno i conti con l’immensa incertezza che i nostri nonni hanno lasciato e che i nostri padri si accingono a lasciare a questo Paese.

2 pensieri riguardo “Nel silenzio più assoluto”

  1. Caro A. la risposta forse l’avevi avuta davanti tanti anni fa, con quell’articolo per il giornalino della scuola. Vista la crisi generale, e l’impossibilità cronica di trovare un lavoro per tutti (in tutte le categorie), prova a coltivare quel tuo talento e proponiti ai giornali. Sicuramente scrivere ti risulterà meno faticoso dei turni notturni da portiere. Il guadagno all’inizio non sarà differente dal precedente lavoro (anzi, c’è il rischio che sia inferiore), ma potrai godere della ricchezza della tua dignità. Solo rispettando sé stessi ci si può svegliare tutte le mattine con un sorriso e non perdere mai la speranza. Non mollare. Auguri.

  2. Una storia come tante, significativamente e tragicamente. Solo un piccolo pezzo di una situazione che è molto più che nazionale. Le barriere all’accesso nel mondo del lavoro – lo sappiamo tutti – sono durissime. Tra tirocini, stage, mesi di prova, contrattini del cazzo e tanto tempo buttato alle ortiche, il senso di scoramento è il sentimento più diffuso tra i giovanissimi lavoratori.
    Che fare?
    Forse COMINCIARE così, farsi le ossa in un contesto così incasinato, è cosa migliore rispetto a vedersi segare le gambe a 40-50 anni, assistendo alla frantumazione di un futuro già progettato.
    Si sviluppano anticorpi, ci si irrobustisce, o al limite si muore.
    A vent’anni morire, anche metaforicamente, è improbabile.
    A vent’anni c’è tutto il tempo di ricominciare, reinventarsi, ricostruire e ricostruirsi.
    Vivere, insomma.

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