Ridere per esistere

Non solo so che abbiamo perso sei milioni di ebrei,ma quello che mi preoccupa è che i record sono fatti per essere battuti.

– Meglio essere vigliacchi per un minuto che morti per il resto della vita.

– Il mio grado nell’esercito? In caso di guerra, ostaggio.

– Ho visto la morte in faccia, e non è stato bello. Ma lei ha visto me, ed è fuggita via a gambe levate

– Recentemente ho letto la Bibbia. Non male, ma il personaggio principale è poco credibile.

– “Che fai sabato sera?” “Sono occupata. Devo suicidarmi.” “Allora venerdì sera?”.

Squarciati, sodomizzati dal grande maelstrom della Crisi.
Costretti a forza a sentirci patetiche variabili dipendenti di un sistema economico impazzito. Raschiati, tagliuzzati, torturati dagli artigli dei boia dell’ultracapitalismo, colpevoli senzafaccia di un crimine immane.
Ma che possiamo farci.

Nello sbrindellamento di esistenze, talenti, cervelli, ambizioni, speranze – in questo scoramento generalizzato, dove anche i migliori si piegano in due in preda a conati di rassegnazione – l’unica cosa intelligente da fare è ridere.
Impariamo dagli ebrei.

Loro sì che ne sanno qualcosa di sopravvivere alle situazioni tragiche. E altro che crisi economica. Altro che disoccupazione e nonarrivoallafinedelmese. Millenni di persecuzioni, stermini, sanguinose peregrinazioni, fino a diventare le cavie del più sconvolgente esperimento di orrore programmato della Storia. Lo sappiamo tutti.

Per questo l’umorismo ebraico è forse uno strumento che può tornarci utile. Sì, quello disgustoso, cinico e bastardo, spesso “di cattivo gusto”. Questo tipo di disposizione esistenziale può, in qualche modo, diventare un’arma in più per noi generazione fottuta.

Già, perché l’umorismo degli ebrei, quel loro ridere davanti a tutte le schifezze del creato, è servito loro come difesa da un mondo ostile, confuso e soprattutto difficilmente sensato. Il loro scherzare su tutto li ha fatti sopravvivere davanti all’inspiegabile, al non riducibile, all’inaccettabile. Perché hai voglia di semplificare, spiegare, giustificare ciò che succede. Prima o poi avverrà qualcosa che rimescola le carte e sconvolge l’esistenza.
Piccole sfumature di una giornata, ma anche atrocità inimmaginabili.
Si ride per non piangere, dicendola banalmente. Si ride per esistere.

Da due mesi sono a Milano per farmi un futuro. Ho lasciato la Sicilia dei sogni interrotti e ho raggiunto la capitale economica d’Itala per riprendere il filo. Ho capitato un compagno di stanza che collabora con Moni Ovadia, e ovviamente ho attinto alla sua libreria, avvicinandomi ancor di più alla cultura del popolo deicida. Negli ultimi tempi, infatti, vedo e leggo troppo yiddish: Woody Allen, i fratelli Coen, Tarantino, Saul Bellow, Philip Roth, Mordecai Richler.

Ovadia è una figura affascinante. Teatrante bulgaro residente a Milano, “agnostico dubbioso” ebreo e appassionato di cose ebraiche, i suoi libri sono saggi o raccolte di storielle ebraiche. Il migliore in assoluto è “Vai in te stesso”, pubblicato nel 2002. Le sue idee sono fortemente influenzate dall’insegnamento del filosofo Haim Baharier (in fondo all’articolo un video con Ovadia che racconta una gustosissima barzelletta ebraica, dallo spettacolo Oylem Goylem).

Scrive Ovadia: “L’esplosione di riso ebraico che si genera sul limitare dell’orrore è un’azione di affermazione di identità proprio nell’istante in cui sembra perdersi il senso stesso di una identità qualsiasi”. L’umorismo ebraico, infatti, non è altro che lo stare a schiena dritta davanti all’inaccettabile, l’accettare la contraddizioni. Ridere per preservare la propria identità. Ridere per aggrapparsi a sé stessi e non venire travolti dalle correnti spersonalizzanti che rombano, tremende, soprattutto di questi tempi.

3 pensieri riguardo “Ridere per esistere”

  1. “Ridere per esistere”: bel pezzo!
    Non è facile imparare a ridere per difendersi. Non è proprio nelle nostre corde. L’italiano è amante del tragico. Nel loro dramma non c’è spazio per ridere, per riderci sopra. E il “ma che possiamo farci” non riesce a diventare più profondo, esistenziale, ma si risolve facendo spallucce e voltandosi da un’altra parte, la propria parte. Dovremmo avere più spina dorsale per riuscire a ridere così, per difendere la nostra identità.

  2. Già, ci vuole un’identità forte per ridere così. Per essere veramente liberi, individui nonostante tutti gli accidenti e le contingenze.
    La nostra generazione è stata nutrita di sogni e speranze per tutta l’infanzia e l’adolescenza, coccolata da un bozzolo di protezione social-familiare eccezionale, con la sicurezza che comunque siamo un paese occidentale, welfare, benessere, stili di vita di un certo livello etc etc
    Il fatto è che, almeno dal dopoguerra in poi, siamo la prima generazione che la vedrà più dura della generazione dei padri. E quindi salta tutto. Non ci sono consiglieri, mentori, padri putativi, gente più grande che sa barcamenarsi in questo strano periodo storico. Istituzioni, media, famiglia, nessuno sa darti i consigli giusti, nessuno sa indirizzarti.
    Anomia, credo si chiami.
    E quindi? Siamo soli esposti al periodo storico. E che c’è da fare?
    Secondo me la via d’uscita sta nella contestualizzazione, nella globalizzazione, oltre che nell’umorismo. Perchè possiamo lamentarci quanto vogliamo, possiamo essere offesi, lacerati, feriti e blablabla, però siamo sempre nel mondo occidentale, siamo sempre nel ventunesimo secolo. Non conosciamo fame, epidemie, carestie e via dicendo. Possiamo dire che, in assoluto, le coordinate spazio-temporali ci sono favorevoli. A prescindere da crisi economica e roba del genere.
    Certo, è difficile prendere coscienza di questo e soprattutto vivere e pensare di conseguenza. Essere felici nonostante i sogni interrotti. Ma può essere l’occasione per reinventarsi e ricostruirsi (ri-costituirsi). Riconsiderare le proprie vite, vedere le cose secondo un’ottica più ampia.

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