Un sogno musicale

Ci si può svegliare sereni la mattina, se si è appena sognato di insegnare musica a una classe di bambini incuriositi. Ero stato ingaggiato per il mio solito spettacolo su Nick Drake, un cantautore inglese degli anni Settanta. In genere, racconto la sua vita suonando diversi pezzi suoi con la chitarra. Le sue composizioni prevedono l’uso di accordature aperte, strade alternative al canonico sestetto di corde che usiamo correntemente. Non so dire perché in quell’occasione mi accompagnavano in macchina i miei genitori, e neanche il motivo per cui – dopo un po’ – ritrovavo in aula anche mia zia. Lei ama la musica e canta in un coro.
Be’, ero pronto. Non vedevo l’ora di suonare e suonare Nick: farlo conoscere, far conoscere una cosa che amo agli altri. Non si trattava di insegnare nulla, ma di diffondere, ecco.
Appena entro a scuola, non vedo nessuna scuola. Oltre il portone (non so perché si era già fatta sera) c’è solo un vialetto di larghi mattoni quadrati, distanti fra loro appena lo spazio per farvi crescere in mezzo l’erbetta selvatica. In fondo, c’è una sorta di tendone bianco, come quelli che mettono d’estate sui prati nei circoli ricreativi della ricca borghesia in riva al mare. Sta per iniziare a piovere, quindi ci affrettiamo.

L’entrata in aula diventa un «ecco ragazzi, ci siamo, è arrivato l’insegnante». Non sapevo chi fosse la persona che mi pareva il maestro di quei bambini. La classe è molto grande, come minimo trenta alunni. Tutti disposti in file orizzontali di banchi bianchi tutti uniti, in larghezza, da una parte all’altra del capannone che adesso si riveste di pareti cementate marroni. Alle parole del responsabile, guardo i miei, incerto sul da farsi: loro mi hanno accompagnato in macchina perché era sicuro che avrebbe piovuto, ma soprattutto perché ancora non hanno mai visto il mio spettacolo. Così anche mia zia, che è arrivata sul posto prima di noi.
Ad ogni modo, so di non poter rifiutare qualunque trasformazione venga imposta al mio ruolo, che sia da semplice cantastorie a insegnante di musica e chitarra per bambini. L’ingaggio è stato accordato e ora io devo accordarmi all’imprevisto.

In una zolla sospesa del tempo, mentre capisco che avrei insegnato e non suonato Nick Drake, mi viene in mente un viaggio nella notte temporalesca a bordo di un autobus vuoto, a parte me e il conducente, che fila dritto per una strada lunghissima infinita in mezzo alle cataratte di pioggia che si rovesciano negli orizzontali cilindri di luce dei due fari anteriori.
Appena rientro dalla visione, i ragazzi sono già tutti sistemati, il coordinatore mi guarda con aspettativa esponenziale accennando sorridente all’orologio appeso al muro, perché siamo in ritardo. Io mi giro verso i miei che fanno spallucce. Così, mentre decido comunque di sfoderare la chitarra, forse per darmi coraggio, ci pensa il badante a darmi il la.

«Come dicevamo prima, bambini, oggi imparerete i fondamenti della musica e il modo per lavorare con cellule tematiche precise, così da poter costruire poi le vostre personali melodie. Un po’ come in pittura», precisa guardandomi. La mia faccia a punto interrogativo lo spinge ad andare alla lavagna. «Se devo fare un viso, ad esempio, io prima disegno un cerchio e in questo cerchio traccio le coordinate di proporzione delle componenti che poi andrò a perfezionare: naso, occhi, bocca e orecchie», spiega lui ammiccando complice verso di me. A questo punto, inizio a parlare io e non la finisco più. «Come diceva il vostro tutore, ragazzi, la musica bisogna intenderla come l’arte della composizione. Non solo in fase produttiva, ma anche in fase di fruizione: quando ascoltiamo, in fondo, siamo noi che ricomponiamo i vari suoni nella nostra mente, e al solo ascolto possiamo imparare da zero i fondamenti, anche senza saperlo».

Mi impegno in una discussione che verte sulla specificità delle note e il loro posizionamento nel pentagramma, la divisione in tempi, ritmi, cadenze, volumi, minima, semiminima, crome, biscrome, pause, accidenti e chiavi d’interpretazione del mondo. Ma soprattutto intermezzo qua e là ripetendo che bisogna voler bene davvero alle note e alla musica, per farla. Un sorriso accompagna le mie parole, e sono sicuro che serve anche a fare entrare in testa ai bimbi le cose che ancora non possono pienamente afferrare. Dopo una felice dissertazione, semplice negli sviluppi e alternata a cenni di assenso di mia zia che conosce la teoria musicale (a differenza di me che la mastico solo un po’, più per istinto) il mio complice pone sul tavolo una questione: «Parlaci delle cellule tematiche».

Ci vogliono due pause di minima per farmi ricollegare questa richiesta al discorso della pittura che aveva fatto prima. «Allora, ragazzi. Possiamo anche associare col tempo l’uso di determinati pacchetti di note al desiderio di esprimere i sentimenti voluti. Se per esempio ho in mente un’atmosfera nostalgica sul triste, partirò da un gruppo di note in re minore».

«No, aspetta!», il supervisore non ci sta e continua accomodante: «Io direi di partire dal do maggiore e continuare col fa passando poi per il si o il sol, a scelta». Mentre parla di queste cose ha ripreso a disegnare alla lavagna e io cerco di inserirmi nel suo pezzo: «Penso che ci starebbe benissimo anche un fa settima più, al posto del semplice fa maggiore». Al che mia zia, che finora era stata zitta, interviene: «Non è necessario dire “fa settima più”, puoi anche dire solo fa settima» e sorride compiaciuta.
Il seguito non lo ricordo. Ma ricordo bene che la classe diventava un coro armonico di proposte degli stessi ragazzi che adesso nessuno riusciva, né voleva più interrompere. Io, a quel punto, ero felice. Felice. Non avevo fatto il mio spettacolo ma probabilmente ero entrato veramente in contatto con l’altro da me.

Il canale era stato il mio amore per la musica e, pensando che essa possa davvero far crescere meglio qualunque persona, al mio rientro mattiniero in dormiveglia – prima di aprire gli occhi al buio garantitomi dalle finestre ancora chiuse – mi è tornato in mente che importanti filosofi greci avevano senza dubbio inserito la conoscenza e l’insegnamento della musica come fondamentale materia per lo sviluppo completo e la crescita morale e civica di ogni cittadino. Così, almeno, ribadiva padre Florenskij nei suoi scritti. Nulla a che fare col futuro lavorativo di ciascuno. Solo, imparare la teoria musicale per allargare qualitativamente la mappa del mondo su cui ognuno interpreta la propria esperienza e poi la rappresenta.
Poi, ho pensato che deve essere felice il risveglio di un insegnante di musica nelle scuole. Mentre mi mettevo seduto sul letto, ho avuto una sensazione di benessere. È stato bello. Poi, ho annotato questo sogno e una frase, più o meno sibillina: la scrittura non è solo nei libri, ma nel pentagramma cantato da mani superbe. Non so, mi ha ricordato mia nonna. Ho sorriso. Poi, ho preso il caffè.

Autore: Marco Bisanti

mela penso

2 pensieri riguardo “Un sogno musicale”

  1. sei hai fatto davvero un sogno del genere dev’essere stato dopo una serata MARCHIana… prendendolo per vero, mi piacerebbe sapere che cosa ti ha svegliato quella mattina (la sveglia, rumori in strada, una poderosa erezione ecc.), e questo dal momento in cui tiri in ballo floren… aspetta “salgo” a vedere come si scrive… florenskij. al liceo una grande profe di storia dell’arte, purtroppo confinata in un’unica ora settimanale, fu tanto folle da farci leggere “le porte regali” (?), dove nelle prime pagine (non credo di essere andato molto oltre) f. espone la sua (forse però la riprende da qualcun altro) teoria sul sogno “à rebout”. spiego. mettiamo che tu sogni di camminare per un sentiero di campagna, lungo il quale ti capitano determinati fatti (fai cose vedi gente), e poi, alla fine del sogno, arrivi davanti a una chiesa mentre suonano le campane, e il suono delle campane (in realtà la sveglia sul comodino) ti svegliano. ecco, non ci sarebbe niente di strano a supporre che tu abbia identificato il suono della sveglia facente sue precipue funzioni con quello delle campane, per così dire, sul finire del sogno. ma pavel sospiene che in realtà sia stato il suono della sveglia-campane a determinare a ritroso (anzi meglio: in un tempo senza spazio) tutto il tuo sogno, che tu hai “vissuto” dall’inizio della passeggiata fino alla chiesa (con tutto ciò che c’è stato nel mezzo), ma che “in realtà” si è sviluppato nel tempo di pochi istanti, in modo estremamente condensato (“zippato” potremmo dire) e, in pratica, senza la successione temporale normalmente esperibile. se non ricordo male, da questo il buon pavel arriva a intavolare un discorsone sul tempo che esiste solo nella mente umana che ricostruisce e ordina il reale. un discorsone di cui oggi capirei forse solo un pochettino di più di quanto ci chiappai all’epoca. insomma, probabilmente ho pisciato un po’ fuori dal vaso, ma avevo voglia di dirla. poi c’avrei un’altra cosa da dirti, ma è privata e allora ti manderò una mail. bel sito, bravo! ciao.

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