Metafisica di carta e penna scomparse

Il cammino dell’integrazione computeristica ha raggiunto un livello di quotidiana compenetrazione tale che, riguardo ai fatti di scrittura creativa, l’uomo che dovesse prendere la penna in mano e scrivere su un foglio reale avrebbe quasi il sospetto di non compiere alcun gesto. Alzando lo sguardo dal foglio, si chiederebbe semplicemente: ma perché non accendo il computer e apro word? Complice necessaria del meccanismo che porta all’atroce dubbio è anche un’evoluzione ulteriore, sempre legata al mondo della tecnologia, e che riguarda la variabile di esistenza di qualunque forma di comunicazione espressiva testuale: la possibilità di essere letta.

Ora, vista la relativa e sempre più naturale occasione di inserire un proprio testo elettronico in un circuito di lettura, grazie alle reti telematiche, qualunque contenuto impresso su un foglio di vera carta perde sempre più consistenza, restando slegato dal suddetto circuito, e  trascolora nel regno delle orme che muoiono sulla battigia. Anche nel caso in cui oggetto della stesura a inchiostro sia un diario privato, e dunque pensieri o riflessioni non destinate alla loro diffusione, la nostra irreversibile familiarità con la forma digitale della scrittura – sempre più tendente all’aforisma come strumento di espressione identitaria – impedirebbe di attribuire a quel testo un valore di pregnanza uguale o maggiore rispetto agli altri video-elaborati.

Cosa comporta questa svolta a livello di linguaggio, e quindi di contenuto? Una prima differenza, probabilmente, è rintracciabile dal confronto con le  passate evoluzioni tecniche di supporto alla scrittura. L’invenzione della macchina per scrivere, ad esempio, non ha revocato l’abitudine di riempire fogli per lettere a parenti lontani o amori da (voler) raggiungere. Questo perché allo strumento non si accompagnava un parallelo progresso delle forme di scambio-comunicazione. Perciò la macchina per scrivere non sembra aver cambiato più di tanto le forme di composizione linguistica/del pensiero e di comunicazione testuale.

Non si può dire lo stesso per la videoscrittura, che è stata invece protagonista di una rivoluzione copernicana nelle forme immateriali del comunicare, in termini di tempo e di spazio: la prima dimensione infatti si è azzerata, la seconda si è espansa all’in(de)finito. Queste due variabili, dunque, si sono invertite in maniera perfettamente antitetica rispetto alle condizioni di esistenza che prima dettavano le forme della comunicazione materiale (un tempo mediamente significativo e uno spazio sicuramente limitato).

Così, la possibilità di scrivere ancora con inchiostro su carta esiste, ed esisterà sempre, ma per quanto si possa definire “atto concreto”, ormai la considerazione e l’importanza che gli attribuiamo ha raggiunto uno status di immaterialità più trasparente di quello che accordiamo ai testi in video. E bisogna aggiungere, cosa ancor più notevole, che ci verrà sempre più difficile elaborare il pensiero in quella forma, perché non più abituati ai processi cognitivi sincronizzati coi tempi (lunghi), e imbucati negli spazi (brevi) della pagina cartacea. La mentalità di “buona la prima” che governa il foglio elettronico, coi suoi copia, taglia e incolla, la possibilità di cancellare definitivamente gli errori (e non lasciarli tagliati o sotto scarabocchi, come evidente segno di un pensiero che si forma e si affina gradualmente) temo ci stia trasformando in grandi scrittori virtuali ma semi-analfabeti reali. L’ottica di pulizia che simula un prodotto pulito, già pubblicabile, tenta sempre più persone (forse anche me) sulla breve strada del pensare (troppo) velocemente.

Nessuno pensa che l’associata evoluzione di scrittura e forme di condivisione stia o abbia già condizionato (in termini regressivi) i modi di elaborare il nostro pensiero? Forse questo, questoquesto e questo sono solo i soliti articoli chiacchieroni messi lì dai giornali per riempire spazio…

… forse sono solo un “retrogrado”, come attestato da questo, questo e questo.

Autore: Marco Bisanti

mela penso

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