Paolo Virzì, emozioni e memoria per la rinascita del cinema italiano

Credo proprio che Paolo Virzì sia il meglio del meglio del cinema italiano contemporaneo. Intelligente, profondo, tecnicamente preparatissimo, divertente da morire, Virzì riesce a mettere d’accordo il cinefilo dalla erre moscia e lo spettatore di bocca buona goloso di cinepanettoni. Tra una strizzatina d’occhio al grande e al piccolo pubblico, i film di Virzì godono sempre di una sceneggiatura solida e brillante – grazie alla collaborazione con Francesco Bruno e Francesco Piccolo – personaggi ben caratterizzati e situazioni costruite con estro e cura del dettaglio. Anche quando è poco ispirato e troppo schematico – come in Ferie d’Agosto e Caterina va in Città – riesce a regalare scene, dialoghi e intuizioni che stupiscono, affascinano e fanno tornare in mente il grande cinema italiano dei tempi d’oro. La commedia all’italiana anni ’60, dichiarata fonte d’ispirazione del regista toscano. Ovosodo e Tutta la vita davanti, ad esempio, sono due grandissimi capolavori. Opere insieme divertenti e malinconiche. Sguardo acuto su interiorità e contesto sociale, senza dimenticare l’intrattenimento e l’appeal commerciale. Come ai vecchi tempi d’oro. Come i migliori Monicelli, Germi, Risi.

Ma con La prima cosa bella Virzì si è superato. Il film è di una bellezza abbagliante. E la selezione alla candidatura all’Oscar – notizia di pochi giorni fa – è una speranza per il cinema italiano tutto.

Ieri sera guardavo una puntata de I Simpson e sono saltato sulla sedia davanti ad una formidabile citazione di Nuovo Cinema Paradiso. La rassegna di baci con la colonna sonora di Morricone.

Bene, il capolavoro di Giuseppe Tornatore – vincitore dell’Oscar nel 1989 – è rimasto nell’immaginario americano. Poteva essere la prima scintilla di una rinascita di uno stile cinematografico che negli anni ’50 e ’60 ha fatto scuola in tutto il mondo. E non stiamo qui a dire che i più grandi registi americani – come Scorsese, Coppola, Woody Allen – o sono italoamericani o si ispirano palesemente al cinema italiano ed europeo.

Purtroppo però aspettiamo ancora quella rinascita, come ben indicato dal flop (commerciale) di Baaria dell’anno scorso, insieme alla mancata candidatura all’Oscar.

Ora arriva Virzì, con un’opera che è l’equivalente di Baaria per Tornatore. Già: La prima cosa bella sta a Virzì come Baaria sta a Tornatore. Stessa tensione e urgenza narrativa, stesso esibito autobiografismo, stesso pathos e passione trasfigurate in storie e immagini. Ciascuno a modo suo, i due registi hanno firmato il proprio personalissimo amarcord.

La prima cosa bella è memoria grondante emozioni. Ricordo rivissuto con ardore. Bruno (Valerio Mastrandea) e Valeria (Claudia Pandolfi) sono i figli di Anna Nigiotti in Michelucci (Micaela Ramazzotti/Stefania Sandrelli). Lei è una donna bellissima e traboccante di vita. Lei è troppo per la Livorno anni ’70. A causa della sua bellezza, Anna viene buttata fuori di casa da un marito innamoratissimo e instabile, rimorchiata da un giornalista scalcagnato, sedotta da un viscido conte. Poi fa la figurante ne “La moglie del prete” di Dino Risi, vive con un commerciante balbuziente, affitta l’utero ad un facoltoso avvocato. I due figli sono sballottati tra le sue peregrinazioni, in balia degli eventi, nella precarietà più assoluta, però supportati dalle braccia di quella donna forte e sventurata, che li stringe prima di addormentarsi e li tiene per mano sotto la pioggia cantando “La prima cosa bella”. Ma non basta. Bruno, poco più che adolescente, parte e si allontana da quella enorme figura materna, stanco dei pettegolezzi di provincia, dei furori edipici e dell’amore/odio nei suoi confronti. Voleva fare il poeta, lo scrittore, ma a quarant’anni suonati si ritrova a insegnare lettere in un istituto alberghiero di Milano, dipendente dalle droghe, con una compagna che tenta inutilmente di lasciare. Poi viene costretto dalla sorella a tornare a Livorno – la madre ha un incurabile tumore ai polmoni – e comincia il viaggio all’indietro. Il nostos a sequenze alternate che poi è la struttura del film.

La prima cosa bella è tante cose insieme. Un’autografia truccata, come l’ha definito lo stesso Virzì. Un pamphlet contro la mentalità di provincia. Una lezione di cinema. Una gioia visiva.

Il film è pieno zeppo di scene memorabili. Immagini, suoni, colori, quell’accento livornese che ti resta in mente per giorni e giorni. I personaggi hanno una naturalezza impressionante, le caratterizzazioni sono fluide, per niente schematiche, incredibilmente autentiche. Gli attori sono eccezionali. La sceneggiatura rasenta la perfezione.

Il film rasenta la perfezione.

Un pensiero riguardo “Paolo Virzì, emozioni e memoria per la rinascita del cinema italiano”

  1. Virzì è un grandissimo regista, ma ho trovato in questo film limiti non ravvisabili in altri suoi (quando si dà alla commedia pura senza intermezzi malinconici: Ovosodo o Tutta la vita davanti, per esempio). Sono contento della sua candidatura, perché lo merita, ma quest’anno bisognava mandare un film di molto superiore, e che non è stato scelto forse per codardia: ed era Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, capolavoro assoluto

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