L’esordio narrativo dell’ispettore Marineo tra risate, palle di vetro e “tenerumi”

Un piccolo libro gustosissimo ed esilarante. Di quelli che ti metti a ridere da solo e gli altri ti guardano strano. Ovviamente succede sempre in metro, o sul bus. Parliamo di “Marineide – epopea semiseria dell’ispettore Marineo dal bronzeo viso”, il primo della serie dell’ispettore Marineo, pubblicato nell’autunno 2009 dall’editore Navarra. Un giocattolino narrativo che, nonostante le tante pecche, funziona alla grande. Onesto, senza pretese, senza ambizioni letterarie. Raggiunge in pieno il suo obiettivo: diverte. Già, il primo libro dell’ispettore Marineo diverte. E parecchio. L’autore – chiunque esso sia – ci sa fare. Inanella, scena dopo scena, un affresco minimalista e (soprattutto) comico. Freddure a raffica, brillanti scambi di battute, situazioni esilaranti, scherzi, lazzi e prese in giro. Leggi e ridi. Per questo il libro funziona.

L’ispettore Marineo ha un caratteraccio. Non ci sta niente a mandarti a quel paese, e quando gli girano gli girano. Però è leale e profondamente onesto. Sarà un impulsivo, ma non è un incosciente o una testa calda. Il contrario. Quando c’è di lavorare di fino, ha il cervello per farlo. E infatti risolve sempre i casi con deduzioni mirabolanti. Ama la sua terra, la Sicilia, ama la buona cucina, è un abitudinario, è tendenzialmente single. Ok, si. L’ispettore Marineo assomiglia fin troppo al commissario Montalbano. O meglio. È il commissario Montalbano scarnificato della sua profondità e ridotto a quattro elementi essenziali. Quattro tic, atteggiamenti, battute fulminanti, situazioni. L’autore Ioan Viborg – palesemente uno pseudonimo – non fa altro che prendere la formula della fortunata serie di Camilleri estremizzandone i punti ritenuti vincenti. Ma lo fa bene. E – già detto – riesce a regalare una lettura divertente e spensierata.

Certo, le trame dei due racconti lunghi che compongono il libro sono assolutamente pretenziose, solo la scusa per permettere la costruzione delle singole scene comiche, gran parte delle quali del tutto autosussistenti. Certo, la parte del “giallo” è infilata lì di forza, tanto per inserire i personaggi – tutti ben caratterizzati – in un contesto “di genere”. Poi il lettore non ha nessuna voglia di seguire le indagini, e – tipo nel secondo racconto – è tentato di saltare a piè pari lo spiegone della truffa ai gratta e vinci. Questi, insieme a tante altre piccole asperità, compongono il piccolo bagaglio di difetti del libro.

Però vale la pena leggerlo, anche solo per farsi la fatidica domanda: “Chi diamine è questo Ioan Viborg?”. Le bio presenti nei due libri finora pubblicati (questo e l’ultimo “pax et bonum”) sono del tutto goliardiche. Viborg sarebbe un danese di madre siciliana, in carcere in Danimarca “dopo esservi stato estradato dall’Ucciardone”. “Al momento Ioan è stato destinato a lavori socialmente utili all’interno del carcere: affianca un cappellano nell’attività di redenzione delle prostitute presenti nel braccio femminile”. Commenti sull’identità dell’autore li troviamo anche su un paio di blog: qui e qui.

La stessa casa editrice, infine, ha pubblicato un video su youtube con una “doppia intervista” all’ispettore Marineo e all’autore.

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