Michele Perriera, incontro con un uomo

di Luigi Fabozzi

Quando muore un poeta
al mondo c’è meno luce,
per vedere le cose.
Quando muore un poeta
gli uccelli hanno una traiettoria in meno
tra quelle possibili,
e non se ne accorgono.
Quando muore un poeta
il male sorride
felice
di aver perso un avversario.
Quando muore un poeta
la mia vita è più piccola
la mia speranza più lieve.

Alda Merini

Io non posso parlare di Michele Perriera. Io posso parlare del Mio Michele Perriera. Tutti adesso si produrranno in sperticate ammirazioni così come capita agli eroi morti che quando sono vivi invece sono una spina nel fianco, una rottura di scatole. Domani e domani l’altro si piangerà qualche lacrima e invece io cercherò di stare lontano dalle lacrime facili e dagli ipocriti amori.

Perché Michele Perriera, o come io lo chiamavo scherzosamente il Sor Perriera, mi ha deformato il cuore. Lo ha liberato e nello stesso tempo imprigionato. Mi ha dato una casa: il teatro; e il verbo: la scrittura. Lo chiamavo Sor Perriera, per segnare quell’ipocrisia del “Maestro”, titolo che spesso si dà a chiunque. Anche lui scherzava con chi lo chiamava maestro, ma la piaggeria a volte stanca anche gli spiriti più forti. Leggo i Necrologi di quel teatro Biondo che non l’ha mai accettato appieno. Di quella Palermo che l’ha snobbato ma come si può snobbare il sole in un giorno d’estate, inutilmente.

Perché era inutile snobbare Michele che non era un insegnante, né uno scrittore, né un drammaturgo, era un uomo (come dice Amleto di suo padre) e di uomini in giro non ce ne sono molti.

Io lo conobbi già malato, fiaccato nel fisico, ma forse per questo ancora più seduttivo e forte. Aveva l’aspetto dello sciamano che era passato nel bosco tabuico e ne era uscito vincitore, tanto da far pensare che quell’antro lo avesse eretto a Casa. Quasi sfidava la morte tra i rami di quella Casa-Foresta osservato dal suo Amato-Odiato Bradipo. La sfidava, la morte, a dare altri colpi alla sua carena e mi immaginavo gridargli: è tutto qui quello che sai fare? E si rimetteva in piedi.

Lo sciamano ci guardava come spento, come un uomo che già conversa con questo e quell’altro mondo. Come una pizia di se stesso. Fissava il vuoto con lo sguardo strabico (altra cosa della quale scherzava sempre) con un occhio alla realtà e un altro alla verità.

Ricordo ancora le parole che mi diceva a mezza voce, le battute, le premonizioni sul mio futuro.

Un giorno Michele mi prese da solo e in un incontro privato mi fece fare esercizi fisici e di improvvisazione teatrale fin quando i miei polmoni non cercarono di uscire dalla bocca, poi mi fece fare una preghiera. In ginocchio. Fu catastrofica. La stanchezza aveva incatenato la memoria più stupida, quella dell’Ave Maria. Non la ricordavo. Non ricordavo una preghiera. Lui si fece una gran risata.

Ricordo tutto, lo spazio alla Zisa, vuoto, in semi luce, lui seduto al centro e io accanto a lui.

Di colpo mi disse: tu sei un attore del Teates che non recita alla Teates. Io mi aspettavo un rimprovero, uno schiaffone e invece sorrise con metà bocca in quel modo che lo trasformava improvvisamente in un bambino, e continuò dicendo: bravo! Io non capisco perché gli altri si somiglino tutti.

Mi domandò se i miei genitori fossero d’accordo del percorso da me intrapreso e io gli dissi che non mi avevano detto nulla. E lui con fare serafico rispose: meglio di niente.

Allora ti dico una cosa che non ho quasi mai detto a nessuno, continuò, tu sei un attore, puoi fare l’attore come mestiere, ti esorto a farlo, ma troverai difficoltà, grandissime, perché sei un attore che pensa, sei un intellettuale. Lo spettacolo che avete messo su (era la Salomè che avevamo messo in scena io e altre due magnifiche compagne) è la cosa migliore che sia uscita da questa scuola da quando esiste. Ma troverai difficoltà tra gli attori e tra i registi che non ti capiranno.

Rimasi basito. Rintontito.

Uscii di lì frastornato, deformato, appunto.

Non sapevo se credergli o no.

Se fosse un vecchio pazzo (anche se vecchio non era) o un vate.

Io scelsi quest’ultima forma o forse anche l’altra. Quindi Michele era un Vate, un pazzo, uno sciamano, un uomo. E chi ha la forza di capire tutto questo? Chi ha l’ambire di decodificare un uomo così? Davanti a uno sciamano lo si ascolta e si prende la sua energia finché scompare nell’Humus che tanto ricorda la parola Humanitas.

Grazie di tutto: del tuo scalpello e del tuo mistero. Grazie per avermi scelto per confidenze che non ho mai rivelato a nessuno.

Grazie.

Calmiamoci. Avanziamo con discrezione verso il lato oscuro di noi stessi e avviciniamo le nostre contraddizioni con la curiosità e lo stupore dei bambini. Riprendiamo a fantasticare, qualunque isolamento ci costi.

Michele Perriera

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