UN CANE DI PLASTICA CINESE di Alessandro Carbone

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Sono un cane. Un cane di plastica. Un cane di plastica cinese, Taiwan, per la precisione.

Così c’è scritto sotto la mia pancia.

Sono un cane di plastica di Taiwan e lavoro su di una scrivania.

La sorveglio, per la precisione.

Mi piace il mio lavoro, devo avere a mente l’esatta posizione di tutti gli oggetti che il padrone mi affida: penne, carte, calendari, agende e riviste.

Cose molto importanti.

Ma presto particolare attenzione al Signor Telefono e a sua moglie, Segreteria.

Loro sono diversi. Con loro il padrone parla e discute, e loro gli rispondono. Ora in un modo, ora in altro.

No, con me il padrone non parla, ma non mi dispiace, sono cose da cani di pezza quelle.

Io ho altro a cui pensare. Responsabilità.

Una volta al mio padrone è sfuggita una matita di mano che ha incominciato a rotolare verso il bordo.

Ma io ero lì, a due zampe dal niente e la matita si è fermata sotto di me.

Forse quella è stata l’unica volta che il mio padrone si è rivolto a me, dicendomi: “Benfatto!”

Soltanto il mio dovere. Faccio soltanto il mio dovere.

Sono un cane di plastica io.

Un cane di plastica cinese di Taiwan, per la precisione.

da Reading circus – fenomeni di narrazione

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