METRO-MANIA di Paolo Melissi

Perché raccontiamo queste storie?
Che siamo venuti a cercare qui?
lontano da noi nel tempo e nello spazio,
questo luogo per noi fa parte
di una memoria potenziale,
di un’autobiografia probabile
Georges Perec, Ellis Island


metro mania di Paolo MelissiUna città è tua se ci sei nato o se la conquisti. La seconda possibilità è la mia.

Una città si conquista un passo alla volta, camminandola palmo a palmo, con metodo imparandone le commessure della pavimentazione, consumandoci le suole, guardandola, spiandola e, soprattutto, tracciando nel suo tessuto dei percorsi, luoghi da collegare. Si prendono le misure alle distanze, si rende famigliare ciò che non lo è mai stato, si acquisiscono abitudini, si impara a guardare in faccia l’ignoto che, poco a poco, si rassicura nella consuetudine. Si costruisce una mappa personale, disegnata dal flusso delle abitudini ma anche dei gusti, delle inclinazioni. Si scelgono i pezzi della città da cucire insieme, i quartieri, gli edifici, i monumenti, le strade. Poco alla volta si individua il codice o l’alfabeto secondo i quali vive e dorme quella città, si imparano le strutture, le ricorrenze, le peculiarità. Le impara l’occhio, prima del pensiero.

C’è una rassicurazione nel camminare, il cui orizzonte si sposta all’avanzare del campo visivo, ruota nell’angolo di centottanta gradi. Per quanto sia irregolare il moto lo sguardo è sempre avanti. E colonizza. Rende abitabile.

Doveva essere una necessità profonda fin dall’arrivo, quella.

Faceva freddo, aveva nevicato da poco . C’erano cumuli di sporca neve ghiacciata ovunque nella mia prima mattina a Milano. Dovevo andare da qualche parte e scesi nella metropolitana. Entrai nel bar per fare colazione. Chiesi un caffè e un cornetto. Il barista mi guardò perplesso e rimase sfavellato dietro al bancone. Un cornetto, chiesi ancora, e il barista si rinfavellò trovando il fiato per dire, Non ne abbiamo in questa stagione. Pensai che fosse un ebete, allora, visto che sul bancone c’era una teca di plastica trasparente strapiena di cornetti. E questi cosa sono, chiesi al presunto ebete, incerto se fosse solo ebete o avesse anche qualche prevenzione nei confronti del mio accento da immigrato interno. Ah, sfiatò, Vuole dire brioche!

Presi la metropolitana completamente spaesato. Per la brioche e per i nomi strani che c’erano sulla piantina: Rogoredo, Molino Dorino, Cascina Burrona, Inganni, Porto di Mare, Precotto. Ero spaesato, fuori dal paese ma nello stesso Paese. Non è facile o, almeno, non era facile in quel momento non esserlo. Solo uno straniero può sapere quanto siano ostili i volti di chi passa per strada, e quanto possano spaventare i nomi delle fermate di una linea della metro. In quel momento individuare un punto di riferimento visivo nella città, nella città piatta, era già uno sforzo. Era necessario trovare l’orientamento, imparare le cose che andavano imparate, accettare la fisiognomica cambiata, la gestualità e le espressioni, le voci e gli accenti, e assecondare lentamente il processo dell’adattarsi, del prendere le misure alla città, trasformandola centimetro dopo centimetro in qualcosa di buono da pensare. Finché è sconosciuta, anche una città come Milano, per quanto semplice da percorrere nella sua struttura radiale, può apparire confusa, caotica e non per il traffico. Può frastornare, confondere le idee. Smarrire. Si smarrisce la strada, la ragione ma anche una città.

Conquistare una città è un processo che può passare anche attraverso i tunnel della metropolitana. Presto mi accorsi che con la metropolitana, nonostante lo straniamento, era più facile spostarsi. Si poteva raggiungere un luogo in pochi minuti e non era necessario perdersi, sbagliare strada, chiedere continuamente informazioni, vagare a casaccio nonostante gli occhi incollati alla cartina stradale.

Viaggiare a bordo di un vagone della metropolitana è una variabile del camminare, in cui le azioni del vedere, dell’afferrare, sono traslate e differite: preludono mentre scorrono parallele. Andare in metropolitana non è solo muoversi sotto terra con velocità stando dentro una talpa metallica che stride sui binari. Significa anche percorrere una città. Cambia  il punto di vista. Percorrere le strade sotterranee è un altro modo per aver ragione, un giorno dopo l’altro, del mondo ignoto, abituarsi ad abitarlo e, svegliandosi un giorno, riconoscerlo come più familiare. Perché, come diceva Georges Perec si possa passare da uno spazio all’altro evitando di farsi troppo male.

Ho scoperto la passione per le metropolitane a diciotto anni, quando andai per la prima volta a Parigi. Per me che arrivavo da Napoli, dove fino a pochi anni fa c’era solo una tratta che correva sulla linea ferroviaria, e che puzzava spesso di creolina, entrare nella ragnatela del Metrò parigino fu una rivelazione. Appresi subito l’esercizio che è l’attraversare la città cambiando linee, passando incroci, percorrendo lunghi corridoi e tapis-roulant d’acciaio. Leggevo i nomi delle fermate come parti di un testo poetico che attendeva di essere composto: Cité Universitaire, Denfert-Rochereau, Port Royal, Luxembourg, Cluny-La Sorbonne, St. Michel, o Republique, Oberkampf, St. Ambroise, Voltaire, Charonne, Boulets Montreuil, o Dupleix, La Motte-Piquet-Grenelle, Cambronne, Sèvres Lecombe, Pasteur, Montparnasse Bienvenue. Il fascino della città di superficie si ripeteva anche sotto terra. Si poteva scrivere della città sotterranea come di quella esposta alla luce del sole. Come si può fare per la metropolitana di una città italiana.

Così l’accesso sotterraneo, percorrere le vie illuminate dai neon, può condurre più rapidamente alla città esposta al sole. O quanto meno alla bassa cappa di nuvole che lo nasconde.

Ora, non so se finirò per fare come certe persone di cui parla Alex Roggero ne Il treno per BabylonPaolo Melissi. Quelle persone, a Londra, “vagano per la città dalle prime ore dell’alba, rincorrendo sequenze di numeri di griglia a casaccio nella mappa A-Z. Quelle persone vengono chiamate psicogeografi”.

Con maggiori certezze e, forse, minore casualità, continuo ad attraversare la rete metropolitana di Milano.

tratto da “Metro Milano. Manuale per conquistare una città”, Historica – Cahier di Viaggio
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Paolo Melissi è redattore della rivista Bookshop (excelsior1881), collabora alla rivista Sul Romanzo curando una rubrica dedicata al legame tra camminare e letteratura. E’ il “fondatore” del Kommando McDonald’s, gruppo aperto di esploratori urbani il cui intento è quello di esplorare e riraccontare la città attraverso la scrittura e la fotografia. Ha fatto parte di Ibridamenti, progetto collettivo di indagine e studio dei blog organizzato dall’Università Cà Foscari di Venezia, occupandosi di scrittura in rete e partecipando alla pubblicazione di due volumi: Patriche collaborative in rete e Dai blog ai social network. Arti della connessione virtuale. Ha partecipato alla Living Mutants Society, progetto di narrazione collettiva che ha portato alla pubblicazione de Le Aziende Invisibili, volume strutturato seguendo lo schema de Le città invisibili di Italo Calvino. Un suo racconto, La missione del Rag. Ghiringhelli, è stato pubblicato nella raccolta narrata e illustrata Blog&Nuvole.

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