LA CUSPIDE di Irene Chias

Ulna è una delle tre protagoniste di “Sono ateo e ti amo”, il romanzo d’esordio della giornalista siciliana Irene Chias. Pubblichiamo uno dei 17 capitoletti della prima parte “Fucsia è il colore del disincanto”. Un capitolo che andrebbe stampato e distribuito per lottare ad armi pari con tutti gli omini e le donnine di burro che fanno diventare privilegi quelli che sono i nostri sacrosanti diritti. Tutta la redazione consiglia l’acquisto del libro, un libro in cui si ride, si pensa e perfino ci si commuove. Con la Sicilia che resta sullo sfondo e viene recuperata attraverso la lingua-madre, l’unica in cui non si può non dire il vero.

A New York ero montatrice. Invero non so cosa fossi a New York, ma facevo la montatrice. Montavo video musicali per una società di postproduzione. Tra i clienti c’era una piccola etichetta discografica di un amico di Alberto, l’architetto spagnolo. I loro videoclip li montavo quasi sempre io.

A Palermo in questi giorni mi sono guardata intorno alla ricerca di qualcosa di analogo in cui poter spendere la mia seppur vaga credibilità professionale. Ma sembrava il deserto. Poi l’altro giorno mia madre, con aria trionfale, mi chiama per dirmi che attraverso il sindaco di un paesino della provincia di Agrigento, che è amico di un funzionario della Regione che a sua volta “è infilato” con corsi del Fondo sociale europeo, è riuscita ad avere il nome e il numero di una regista che fa documentari per Palazzo d’Orléans, e lavora anche con le Province e i Comuni del palermitano. Quindi ho vinto a fatica una specie di ritegno invalidante e mi sono messa al telefono. Così ho un colloquio con la tizia che ha una società di produzioni video. Si chiama Paola Scotti, avrà tra i cinquanta e i sessanta, sembra una mitomane e forse è anche pericolosa.

Mi accoglie nel suo studio di viale Strasburgo, al pianterreno di un palazzo di una decina di piani, con ingresso autonomo attraverso un giardinetto.

«Piacere. Tu sei l’amica di…».

«Sì» presumo. «Buongiorno».

Mi riceve con una specie di tunica à la Demis Roussos. Colma di monili e di una strana arroganza.

«Vedi questi bulbi, nella fontana? Li faccio io. Qui faccio tutto io. Se non fosse per me, la baracca affonderebbe».

«Mmh… belli. Cosa sono?».

«Come cosa sono? Bulbi». Mi guarda come se fossi una cretina.

«Sì. Ma volevo sapere che tipo di bulbi, come si chiamano». Che fatica. E dire che non me ne frega un cazzo dei bulbi.

«Non lo so. Ancora non gli ho dato un nome».

Il delirio da onnipotenza mi appare in tutta la sua chiarezza. Ci ha messo quarantacinque secondi, ma solo perché per carattere ho sempre dei problemi a formarmi un’opinione definita sui fatti.

«Ma sei giovanissima» protesta. «Mi aspettavo di avere a che fare con una donna, non con una ragazzina… carina come te» aggiunge dopo i puntini di sospensione, cambiando tono e stringendomi il mento fra le mani ruvide e ingioiellate. La odio? Non credo. Non ancora.

Ci dirigiamo all’interno dello studio, lasciandoci alle spalle la fontana e i bulbi.

«Ho quasi trent’anni e cerco lavoro. Ho visto i video che avete fatto per la Regione sulle riserve naturali in Sicilia. Li ho trovati molto belli. Qui c’è il mio curriculum. Sono stata due anni e mezzo a New York dove ho lavorato per la…» glielo porgo. Lo strappa senza neanche guardarlo. Lo butta nel cestino e si siede dietro la scrivania. Poi mi fa cenno con la destra per invitarmi a sedere. Vuol farmi capire che mi sta scrutando. Mi chiedo se un’assassina sfuggita al braccio della morte del manicomio criminale di Dallas non sia venuta qui apposta per ammazzare la signora regista e produttrice Paola Scotti e prenderne il posto durante il colloquio che si prospetta come il più difficile della mia storia.

I suoi video, ammetto, non li ho neanche visti in copertina. Il mio amico Aldo, che invece ne ha guardati un paio, mi ha detto che fanno veramente schifo. Riprese banali. Montaggio scontato. Colonne sonore da redazionali di infima categoria.

Lei intanto, col naso poggiato sugli indici delle mani giunte, a significare concentrazione, e gli occhi a fessura, a significare attenta analisi, prende il suo tempo perché i suoi superpoteri attraversino la mia persona e giungano a cogliere la mia vera essenza.

Così,

noi due sole,

senza parlare.

Io mi guardo intorno. Sugli scaffali delle librerie targhette e coppe.

Guardo meglio. Tornei di bridge.

«A me non serve leggere il curriculum. Le persone le capisco. Afferro l’energia che emanano. Io sono fatta così. Infatti tutti mi temono».

Non so che rispondere. Stringo le mani sulle gambe e mi sento inerme e indefinita come la ragazzina preadolescente di Pubertà di Munch.

Ma non si aspetta che le dica io qualcosa. È lei che fa le domande.

«Che segno zodiacale sei?».

«Non lo so… voglio dire, pare che sia cuspide fra Pesci e Ariete».

«Uuuuhhh…» inorridisce. Le cuspidi non vanno bene. Non mi darà mai un lavoro.

«Ma sembri in gamba. Sicura di non essere Capricorno?».

«Non credo. Sono nata il 22 marzo, di notte. È un annoso problema, questo della cuspide…».

«Ho due figlie: Costanza e Corradina. Costanza è Capricorno. Una veramente tosta, tenace, testarda. Sa quello che vuole e nella vita arriverà lontano, non ho dubbi. Corradina sarà pure la figlia più dolce del mondo, ma è una pappa molle. Non per niente è Cancro. Che coraggio può mai avere, povera figlia».

irene chias
Irene Chias

Che palle. Un prolasso uterino. Ma lei continua. E va a peggiorare. Il colloquio si rivela un monologo sbrodolante autoammirazione, autoamore, autoreferenzialità costante.

«Io sono una donna molto maschile. Tutti alla Regione hanno paura di me. Li faccio stare con due piedi in una scarpa, io. Ah! Quando alzo la voce io, in Regione tremano i vetri. Sei di destra o di sinistra?».

«Ma io… veramente… non è che m’identifichi proprio… però, certo, il divario tra ricchi e poveri… i miei amici anarchici dicono che…».

«Aaaahhhh…» inorridisce di nuovo. Non dovevo parlare di anarchia, forse. «La sinistra! Tutti i giovani sono di sinistra per conformismo. Io sono molto maschile, e sono di destra. Orlando, quella specie di… di…, lo facevo tremare, lo facevo. Quando arrivavo io a Palazzo delle Aquile, tutti si levavano il cappello. E avevano paura, avevano. Cammarata invece non trema, perché ha capito subito da che parte gli conviene stare e ci tiene alla mia approvazione. Guarda qui!».

Mi mostra una rassegna stampa dalle origini a oggi su sue produzioni, su premi che ha ricevuto (extra-bridge), su quanto è brava. E capisco che quello che le interessa non sono le mie risposte, ma le sue domande, che a loro volta richiamano una serie di considerazioni su se stessa e innescano precisi meccanismi di autolaude. Che fatica.

«Va bene» mi dice dopo un’ora di autocelebrazione. «Si vede che sei in gamba, infatti sei Leone, m’hai detto, no? Voglio darti una possibilità. Vedi questo cd-rom, ce l’ha commissionato la Regione. Guarda che bello. Col multimediale si aprono nuovi scenari che nessuno si aspetta e io sono all’avanguardia. Ti piacerebbe lavorare per me?».

«Certo, sarebbe entusiasmante». Scenari nuovi dieci anni fa, mi dico.

So di non essere credibile, ma lei non se ne accorgerà, trattandosi di me: altro da lei.

«Bene, possiamo vederci lunedì. D’accordo?».

«Sì».

«A lunedì allora».

Mi accompagna davanti alla fontana con i bulbi da lei creati il settimo giorno.

«Ah!» mi dice mentre ho già aperto il cancello e il rumore del traffico di viale Strasburgo mi stordisce. «Sei molto giovane e carina».

«Grazie».

«Ma anche se vieni a lavorare qui, non ti pago».

tratto da “Sono ateo e ti amo”, Elliot edizioni – © tutti i diritti riservati

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