«Sono l’ultimo a scendere»: schegge di vita quotidiana e sadismo reciproco

«Il mio nome è Tizio, e il (mio ndr) romanzo si intitola Xuszufuzx»

«Xuszufuxz?» dico.

«No» dice Tizio.  « Xuszufuzx.»

«Ah» dico. «Ora ricordo. Si, certo. L’ho letto. È quel romanzo nel quale un profeta giunto da un pianeta ai bordi della Galassia impianta sulla Terra il culto dei Dio Pacman?»

«Si» dice Tizio.

«E alla fine tutti vengono sterminati dagli Space Invaders?” dico.

«Si» dice Tizio. «Si tratta in effetti di una riflessione a sfondo filosofico, ma con metodo narrativo, sull’inquinamento del nostro immaginario compiuto dai videogiochi anni Ottanta»

«Appunto» dico. «Si, l’ho letto, come vede.»

«E allora?» dice Tizio.

«E allora niente. Mi è sembrato orribile» dico.

«E me lo dice così?» dice Tizio.

«Sembrato mi orribile è» dico. «Glielo sto dicendo in altri modi.»

«Signor Mozzi, lei è uno stronzo» dice Tizio.

«Mi sento in ottima compagnia» dico.

“Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili” è fatto così. Un grande mosaico composto da minuscoli tasselli come questo. Schegge di vita quotidiana che Giulio Mozzi  (L’Autore) raccoglie, annota, colleziona e rielabora. Il risultato è una quotidianità – quella che vive Giulio Mozzi (Il Protagonista)  – che è il trionfo dell’idiozia, dei vuoti di logica, delle iterazioni meccanica e dell’ottusità generalizzata.

Giulio Mozzi  L’Autore scrive pure che Giulio Mozzi Il Protagonista è un “personaggio di finzione” e che, “poiché geloso della mia intimità, e rispettoso di quella altrui, nessuna delle storie che ho raccontate nel mio diario è vera nel senso ordinario della parola”. Il libro, pubblicato nel settembre 2009, è il compendio di un “diario pubblico” tenuto sul web dal maggio 2003 all’ottobre 208, che continua sull’omonimo blog. Si tratta di un interessante esperimento di scrittura “quotidiana”, il primo in Italia condotto interamente sul web. Un’esplorazione narrativa, che parte da un punto fermo: “Tenermi la piena libertà d’invenzione e, insieme, apparire pienamente credibile. Avrei potuto riportare un evento tal quale era avvenuto, o raccontare un evento del tutto inventato: e non doveva vedersi la differenza”. E l’obiettivo è stato raggiunto. Da leggere i nuovi micro-racconti, tra i quali autentiche perle come questa.

Eh già, il curatore del bollettino letterario Vibrisse ci sa fare. Appena metti a leggerlo, questo sembra un libro da niente: molto piacevole, per carità, ma niente di che. Dopo che lo finisci, però, dopo numerose risate, ti resta addosso qualcosa. Con la sua scrittura minimale, il suo gusto per i toni smorzati, i siparietti surreali, le ellissi e il non-detto, Giulio Mozzi riesce a raccontare un mondo. Un’atmosfera, una condizione di vita. Proprio come fanno i grandi scrittori. Raccontando – scrive – “la difficoltà di mandare avanti – io, che sono un orso – una vita professionale fatta di relazioni” giunge ad evocare lo spauracchio dell’incomunicabilità, del solipsismo, dell’esseresolialmondo. E a questo sono dedicate le ultime righe dell’ultimo capitolo: “Per compilare questo libro ho riletto tutto il mio diario pubblico, e la domanda che mi è rimasta e vi consegno…(è questa, ndr): Chi è lui? Chi è quest’uomo che sembra non sapere praticare alcuna comunicazione se non sotto il segno del sadismo reciproco?”.

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