SEPOLTURE di Domenico Di Tullio

Relax is a tube by Paolo Castronovo

La pioggia sottile rendeva più grigio il cemento dei moli, il mare viola ed invernale già urlava, dall’altra parte.

La macchina rossa si ferma, le portiere si aprono su una sabbia fangosa e giallastra. Più in la, una pozzanghera d’acqua salata riflette il piombo delle nuvole.

Scendono senza fretta, mancano ancora venti minuti buoni alla partenza della nave. Un borsone da viaggio breve, di cuoio e fibbie d’ottone, la giacca nera, il bavero rialzato. I capelli dell’uomo sono neri, un poco lunghi e morbidi. Qualche piccola ruga si intravede, un volto che da poco non è più di ragazzo, anche se negli occhi non è cambiato. Lei, per evitare l’ingombro del volante, torce un poco il busto, sporge inclinata la testa, per uscire. Scivolano i capelli, una cascata dritta e liscia di petrolio manda brividi di luce catturata. La pelle è bianchissima, gli occhi neri e tagliati. Un naso non piccolo infonde equilibrio e, così, altra bellezza.

Le mani sono da bambina, le unghie corte, la pelle di sopra un poco scabra, per l’inverno passato appena.

Esce dalla chiesa del paese. C’è molta gente intorno ma sono pochi che si avvicinano, miracolosamente il giusto numero, che decisi caricano la bara sulle spalle. Il cimitero è lontano, ma il viaggio sarà fatto a piedi. Una processione antica, lenta e faticosa. Così ha voluto.

È iniziato tutto da molto prima. La mattina presto, lasciato l’albergo, pagato in fretta il conto. Lei aspettava, nella pioggia fredda. È iniziato tutto da prima, da quando hanno fatto l’ultimo amore, in fretta ma vibrante, nel tempo rubato al check out.

È iniziato quando hanno capito che era morto. Hanno chiamato i becchini, solerti. Hanno scelto la cassa, senza soffermarsi troppo sull’oscenità del catalogo plastificato. Hanno scritto,pagato il bollettino postale ed inviato i necrologi via fax al giornale. Hanno parlato con il prete, indicato più o meno la gente che si aspettavano, scelto le letture e proibito commoventi prediche. Sono arrivate le donne, per lavarlo. Non è stato lungo. L’hanno rasato e pettinato bene. L’hanno rivestito di uno dei suoi abiti, scelto tra quelli meno usati. Poi, composto sul letto, la porta della grande casa è stata aperta, in attesa. Sono arrivati, da soli o in piccoli gruppi. Hanno pregato e stretto mani, hanno ricevuto cibo e condoglianze sussurrate, in un tentativo di conforto unico e multiplo, che coinvolgesse spirito e stomaco, che è durato una notte intera.

Tutta la notte era durata, l’ansia di doversi dire un arrivederci, dal sapore delicato di un addio nascosto. Ma poi il giorno aveva fatto giustizia dei pensieri, e lui s’era trovato a prepararsi, in ritardo, lui che dormiva sempre così poco, e lei ad aspettare, piccola e bianca nella luce grigio ferro che filtrava.

Le parole dette in quei giorni insieme, trattenute, per non essere inutilmente drammatiche, erano sospese tra loro come nebbia, mentre facevano colazione. Ridevano di cose semplici e quotidiane, singolari ed eccezionali proprio perché, di solito, tra loro quella quotidianità non esisteva.

Era sceso, come diceva lei. Un lungo viaggio, reso breve dall’aereo e dalla nave. Era sceso, con il commiato pronto nel cuore. Perché il viaggio era programmato breve ed incerto, alla fine. Come tutti i viaggi, in fondo, è vero, ma questo senza scuse di lavoro che richiede o di amici da ritrovare. Solo per raggiungere quella che, in fin dei conti, si sarebbe potuta rivelare una disillusione facile e senza appello. E magari, all’inizio, era stato proprio questo il motivo. La ricerca di qualcosa che stridesse, la volontà di scoprire orrendi nei, in rilievo su quella pelle così bianca, e conoscerla infantile e troppo complicata dai suoi pochi anni, per sopportare il pensiero di rimanerle dentro.

Sì, un bisogno di distruggere, di negare, di poter tornare ad una vita piena di lavoro e di volti, fotogrammi veloci, senza bisogno di doversi fermare a prenderne nessuno tra le mani. Alla sua vita negli ultimi mesi, insomma.

Il prete era venuto, con il suo incenso, e lei era uscita dalla stanza. Per due volte, era uscita, di nascosto, come un ladra. Poi l’avevano accomodato nella bara, e lenti, la fiamma ossidrica sibilava la sua bruciante voce, il bacio caldo dello zinco a chiudere le labbra d’alluminio. Inghiottito, come in un boccone. Non l’avrebbero mai più visto. Le scale della vecchia casa strette e ripide, la forza contenuta e misurata, per far scendere la cassa senza sbattere. La chiesa a pochi metri e le corone di fiori. Tutto è pronto, ora, per l’addio. La pace era venuta, finalmente, in quella vita piena di stelle e fango e polvere di strada. C’era rassegnazione, in quelli che erano venuti, più che rimpianto. Mancava, certo, la rabbia dei funerali giovani, la ribellione per l’ingiusto tempo, quel sentimento di rivolta verso il dio, a volte poco pietoso nel sollevare troppo in anticipo. No, qui era il tempo adatto, era la vita piena e passata. Era quasi giusto, insomma. Quasi un sollievo, che l’orologio avesse funzionato anche per lui, come per tutti.

Invece, il nodo si era stretto. Aveva scoperto la sua vita, dietro al poco che conosceva di lei, all’immagine preconcetta che aveva costruito. Aveva conosciuto l’odore della sua stanza e delle sue paure, e l’origine dei suoi pensieri, cervello e ventre, i volti infantili di alcuni degli amici, molte cose prima solo raccontate. Un mondo lontanissimo, è vero, eppure non meno

reale e vivo di quello che aveva lasciato lui. E gli era piaciuto. Aveva scoperto, poi, insopportabili comunioni, musiche lasciate per caso andare, soste improvvise e violente, dettate dalla fame, sintetiche uguali commozioni di fronte ad incomprensibili bellezze, di una natura il cui spettacolo non provoca abitudine.

Ma ora, ora che la nave stava per partire, lui non vorrebbe lasciarsi baciare più a lungo di un secondo, così come è stato nei precedenti addii, ma non riesce a trattenere le mani di lei che continuano ad accarezzarlo, e le sue braccia che lo stringono e i baci che sono morsi e baci. Basta, le dice, va via, ora. Va via, che ti guarderò andare. E spia le sue gambe lunghe, allontanarsi, i capelli neri che le danzano sulle spalle. E lei cammina, né veloce né piano, cento metri lungo il molo, dritta e senza esitazione, fino al varco nella rete, e poi si gira a salutare. E lui aspira la sigaretta e muove la mano, mentre il mondo é immobile.

Va via che non ti voglio più vedere, che mi hai già sepolto, che ti ho già sepolto, mille volte in questa giornata, ogni volta che controllavamo l’ora, ogni volta che organizzavamo la partenza, ogni volta che ci guardavamo in viso, e ho scelto la bara perfetta in cui rinchiuderti, e ho scritto il tuo necrologio con parole dorate, ed ho pregato per te le preghiere gentili, quando il prete ha sparso il suo fumo odoroso. Mille volte ti ho sepolto, amore mio che scalci dentro e sei vivo, come questo mare che urla e scava e spacca, ma non serve a niente seppellirti, perché io so che verrai e tornerò, tutte le volte che sarà necessario. Perché è inutile buttare terra sul vivo, che non si seppellisce chi respira forte, perché questo è un bambino che con la terra gioca, buttandola per aria, e mentre gioca ride.

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ad Iron Maiden, che per lei è scritto e per lei ora scrivo |

La foto è di Paolo Castronovo

Un pensiero riguardo “SEPOLTURE di Domenico Di Tullio”

  1. ciao, complimenti per l’articolo, ho letto un libro qualche anno fa, riguardo i “centri sociali di destra” pubblicato da Castelvecchi , molto originale l’argomento e per nulla scontato il modo in cui era sviluppato…

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