Un esorcismo contro la vita borghese

Brevi tratti di penna sofferenti ci invitano a colazione con Mick Jagger. Il Mito. La trasgressione fatta carne e labbra. La protagonista tredicenne di questo breve ed affascinante romanzo, la stessa autrice Nathalie Kuperman, ha una vera ossessione per il frontman dei Rolling Stones. Non sogna tuttavia di possederlo, né sessualmente né sentimentalmente – dopotutto Mick è una rockstar, ma vuole che il big lips entri nella sua vita di adolescente depressa. Nathalie, ancora bambina, subisce le attenzioni di un pedofilo (“Sono un bastardo ma non dirlo a nessuno”). E’ la sua infanzia, il suo passato e il suo futuro, la sua essenza in divenire che esce fuori dalla spietata confessione della Kuperman. Jagger diventa un confidente, pur non perdendo la sua aura mistica di bello e maledetto. Sarà anche lo strumento di crescita sessuale di una ragazzina non ancora donna, una tredicenne che riesce ad amare solo chi non può toccarla.

Dopo un incipit onirico – e delicatissimo – la Kuperman ci porta nel vivo di una esistenza fragile ma non ancora spezzata. Nathalie abbraccia la sua ombra e la sua insicurezza, cocciuta e dolce nella unicità della giovinezza, senza mai, tuttavia, cedere all’autolesionismo. Il lettore – grazie ad una scrittura perfettamente calibrata che non dice mai più dell’indispensabile – non fatica ad affezionarsi alla protagonista; tuttavia, e qui la Kuperman dimostra di essere una grande scrittrice, non si può non provare un certo imbarazzo, un senso di vertigine di fronte a tanta cristallina intimità: Nathalie ascolta Let it Bleed; sente il bisogno di spogliarsi di fronte all’uomo che ama, sotto lo sguardo animalesco di un suo poster-feticcio appeso alla parete; litiga con la madre depressa, unica figura femminile di confronto, la quale non riesce ad avvicinarsi alla figlia e preferisce passare i weekend in ospedale psichiatrico (“da quelli che dormono”). Il padre se n’è andato con una donna più giovane, non chiama mai Nathalie.

L’attrazione per Mick non rappresenta solo un’ancora di salvezza ma un esorcismo, contro la vita borghese, contro un viscido che l’ha toccata sulle scale di un palazzo, contro la debolezza della madre, contro l’assenza del padre. I rapporti di Nathalie con gli uomini non saranno mai del tutto maturi, in bilico tra la voglia di essere amata e l’incapacità di perdonare chi le ha fatto del male. Le tante Nathalie – la bambina, la ragazzina, la donna ormai adulta e, perché no, sua madre – si sovrappongono in un gioco di rimandi eterni che lasciano il lettore in uno stato di sensibilità esasperata, vicini quanto mai al cuore di una donna forte.

Un plauso va alla traduttrice Ondina Granato, precisa e abile su un testo che non lascia titubanze, e alla Edizioni Del Vecchio per il fiuto: con Colazione con Mick Jagger la Kuperman è riuscita a dipingere un meraviglioso ritratto di donna, non un semplice esercizio di stile ma un vero accordo d’arpa strappato ad una sinfonia struggente. Non ce ne voglia Sympathy for the devil degli Stones…

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