Tempo inesistendo

1. i progressi telematici hanno esteso indefinitamente lo spazio in cui stipare i nostri scambi e le nostre conoscenze. in cambio ci hanno tolto, sconquassato fino a farla scomparire, la dimensione temporale per come in fondo è sempre stata pensata dall’uomo: dimensione irreale, intangibile, da recuperare narrativamente. oggi il tempo sembra aver perso quella sua aura impalpabile, mitica e, come per un processo di impoverimento, è diventato reale.

2. esempio. per quanto possa mangiare fino a raggiungere livelli di espansione adiposa da guinness dei primati, non potrei comunque allungare l’ombra della mia vita a una circonferenza che da terra superi il mio sguardo. la mia ciccia non raggiungerà mai l’orizzonte. meglio così: lo spazio dà un limite – seppur enorme – ai miei sforamenti mangerecci. quello che posso fare, invece, è distendere il ricordo e recuperare il rintocco d’orologio che batteva nella stanza delle mie prime volte. come la volta che lessi una poesia del laterale Borges, mi confidai a una donna, divisi il pane e il vino con un amico e stetti un’ora in spiaggia ad assistere il sole morente: il tempo non fissa alcun limite – neppur minimo – ai miei viaggi nostalgici. tutti questi, e molti altri, io li compio in luoghi che sfuggono alla rete virtuale in perenne espansione e, irrecuperabili, inesistono nel tempo di ogni persona.

2 a. in effetti, il tempo è virtuale di per sé, lo è sempre stato. ma la sua sostanza impalpabile si fondava sulla carne concreta di uno spazio sempre definibile: la mia vita, più o meno adiposa. il paradosso odierno invece sta nell’accostargli uno spazio che se ne accaparra indebitamente il distintivo. e noi che pensavamo di averle viste tutte!
con tutto quello che ancora gli scienziati non hanno capito sulle dinamiche e sulla realtà dell’universo che contiene questo nostro pianetino, la cosa ormai assodata (fino a ieri) era che un tempo relativo si riesce a misurare sulla distanza degli spazi reali, talmente reali che il cosmo mima il respiro di un continuo movimento. invece, ora che da noi anche lo spazio ha perso di realtà nel configurare l’esperienza, è come se fosse caduto l’attaccapanni che tenevamo all’ingresso della nostra bella casa. non c’è più dove appendere l’occhiello del tempo che continuamente cade a terra e si sgretola con tutte le macchie che l’intera giornata gli ha lasciato nel mantello: cose importanti, incontri interessanti, piccole sorprese e scorci inediti nel solco che collega i nostri luoghi quotidiani. tutte cose che, insieme, ordinate in base al senso della fine, diventano racconto.

3. guardando le stelle lontane, il telescopio sa di guardare indietro nel tempo. ma noi, guardando l’ultimo video girato stamattina in culo al mondo, sappiamo che quel momento corrisponde all’alzatina di chiappa che ho fatto adesso sulla sedia per lasciar andare l’impalpabile di me, solo davanti a uno schermo super piatto ad altissima fedeltà (fedeltà a se stesso, non a me). ormai basta poco, anzi niente; nulla si frappone tra me e il mio poter essere raggiunto da chiunque in qualunque momento e posto si trovi il disturbatore. e le compagnie pubblicitarie sfoggiano una retorica esaltante la prigione, l’accerchiamento: «tutto il mondo intorno a te», «tutte le vendite, minuto per minuto». aver cancellato il tempo come durata, insomma, oggi è un vanto paradossale.
è paradossale perché non si può cancellare una cosa che di per sé è sempre stata immateriale. ma il paradosso nasconde la vera cancellazione concreta di cui sto parlando: aver cancellato la significatività dello spazio, la sua primaria valenza materica, di limite. questo è il vanto veramente nuovo dei giorni nostri: cento dischi in un Ipod, dieci libri in un E-book. ma le orecchie restano due e così pure gli occhi. e due sono le mani, e due le gambe e i miei piedi.

3 a. e due i sentieri del tempo che a ogni passo si biforca e il compito di ognuno – l’attribuzione del senso – è risalire il corso particolare che a ogni passo s’è creato a sua insaputa. e leggere e rileggere decine e decine di volte lo stesso paragrafo di “Timore e Tremore”, ascoltare cento volte l’Adagietto mahleriano, per capire quando eravamo quelle cose e dove siamo ancora in quelle cose.

4. fin tanto che il tempo era irreale, lo spazio era reale e il mondo era materico; e noi avevamo la possibilità di magnificare l’intimo fiato che ci fa svegliare la mattina. ora che il tempo è reale e lo spazio è irreale, ora che il mondo è alla rovescia rispetto a quando sono nato, io mi sento a volte solo carne chiusa in gabbia a cercare di capire se la zampa che fa un passo e poi si ferma è mia davvero, che non me la ricordavo. perché tutto è ormai minuscolo.

Autore: Marco Bisanti

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