MicrOdissea di un praticante giornalista/1

Quando decisi di partire tutto era molto più chiaro. Non dico che non fossi pronto a delle incognite di viaggio, anzi. Il fatto è che a questo punto abbiamo superato ogni possibile campo di variabili immaginabili. In questo momento mi trovo ancora sulle spiagge del naviglio milanese, ma sono già pronto ad arrotolare il mio sacco in vista di altre avventure, se vogliamo così chiamarle. Non ho ancora scritto una riga per il beneamato foglio milanese “Il Giorno”, né mai sprecherò inchiostro per le sue pagine, e nei prossimi giorni mi muoverò alla volta di Bologna a quanto pare. “Ma come?” direte voi. Be’, questa è la mia storia. Fino a questo punto. Ovviamente.

Dopo aver salutato la amata-odiata mia Itaca palermitana mi sono diretto alla meta prefissata: Milano. Nonostante la mia famosa paura dei draghi, ho comunque deciso di prendere il volo per raggiungere questa inquinata ma economicamente felice terra. Dopo aver affrontato la tempesta dell’angoscia costante in mezzo a un tipico cielo sereno da inizio estate, sono arrivato a destinazione e all’appuntamento col mio contatto, un certo Colloquio detto informale e di routine. Colloquio era alta, bella, dai toni suadenti, ma ho capito subito che dovevo mantenere alto il livello di guardia. E ho fatto bene.

E’ stato infatti dopo aver subìto la magia nera della sua bella promessa di farsi sentire la mattina seguente che sono cominciati i guai. Informale non chiamava, non chiamava, non chiamava. Così, mosso dal coraggio e dalle nuove conoscenze sul territorio, acquisite grazie a un autoctono col quale sono diventato anche cugino, ho fatto io il primo passo. “Stiamo analizzando il suo caso. Aspetti nostre notizie” mi spiegano. “Va bene aspetto, ma si ricordi che arrivo da molto lontano e procacciarmi il cibo e un riparo ogni luna che sorge non è così semplice”, ribatto. E’ stato nel momento in cui ho rischiato di farmi mangiare vivo dal ciclope Smania che ho deciso di fare la voce grossa.

Ho capito che dovevo andare io nella tana del mostro di routine e levargli la maschera. Un’immagine della battaglia. “Non c’è disponibilità per lei a Milano al momento”, mi dice al telefono sferrando il primo fendente. Allorchè mi copro repentino col mio enorme scudo sicuro: “Sapevo già che c’era la possibilità di un trasferimento a Lodi, sono pronto a fare il pendolare a vostre spese – come avevate detto voi”. E subito dopo rispondo al colpo: “Allora va bene per Lodi?”. Ma a quel punto lo scudo si rompe: “Mi spiace ma neanche per Lodi va bene. Tutti i posti sono già occupati”.

Cado a terra.

Inizia il mio stato di trance; ricordi della segretaria di Palermo che aveva dato rassicurazioni; ricordi della segretaria intermediaria di Bologna che dava per certa la situazione. Ma il mostro era troppo forte. E sono dovuto scappare. E’ stato a quel punto che ho deciso di usare la pozione di Merlino, anche detta Rabbia del Fuodde senza inibizioni, per traferire le mie incazzature altrove e farle fruttare tanto da tirarmi fuori dai pasticci. Ma come si sa tutto ha un prezzo. Quello che dovrò pagare adesso è il fatto di dover partire nuovamente. La meta? Semisconosciuta: Bologna o Firenze. Ma ho deciso comunque di accollarmi il pesante pagamento per il bene della missione: farmi tre mesi fuori da Palermo, cambiare aria, gestirmi una vita mia, dare alla semi apatia della mia vita a Itaca una boccata di ossigeno adrenalinico da esperienza forte, pensare un po’ a chicazzosono e posso fare nel mondo con le mie forze, conoscere posti nuovi, vivere con quel po’ di “spensieratezza sociale” propria dei primi tempi in cui si sta in una nuova città dove non conosci nessuno.

E cagate del genere insomma. Dovevo continuare. Domani mattina, dopo aver posizionato una bomba sotto la sede del Giornodistagranfunc’i’minkia, dirò alla segretaria di Bologna che mi aspetti, che sto arrivando a rinforzare le linee di difesa del Resto del Carlino. Dovrei essere pronto ad occuparmi di cadaveri assassinati, spaesato in posti sconosciuti. Non penso proprio di esserlo, ma il bello è che qualunque cosa la affronterò con l’arma del pensiero leggero. Quando inizierò non è dato ancora saperlo, ma ho avuto rassicurazioni da parte della Signora Pinardi (la chiamano Circe), che si è scusata dell’accaduto, che posso iniziare anche la settimana prossima. A Bologna. Dunque.

Chiedo scusa se non ho usato i giusti toni e parole per raccontare al meglio i miei trascorsi ma, che volete fare, un viaggiatore sono, mica un contapalle…

Nota. Era il 2006, facevo il praticante giornalista. La mia voglia di “uscire” riuscì a farmi dirottare il periodo di stage fuori Palermo da Milano (dove ero ospite di mio cugino) a Bologna, vincendo contro un pasticcio delle varie segreterie di redazione in balia delle quali mi trovavo.

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Autore: Marco Bisanti

mela penso

5 pensieri riguardo “MicrOdissea di un praticante giornalista/1”

  1. Gran bella penna, caro Marco, per delineare uno spaccato di vita in cui possiamo specchiarci tutti… Chiamar spiagge quella pozzanghera dei Navigli mi pare però un po’ eccessivo. Soprattutto per uno che a Mondello ci vive…

  2. dovevo legare l’inizio del viaggio all’alone fognario del naviglio come prefigurazione dell’intera faccenda che di lì a poco avrebbe puzzato d’inganno : )

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