Di pagliacci, ragnoni, barchette, dettati e altre meravigliose idiozie

Behind Blue Eyes di Paolo Castronovo
Behind Blue Eyes

Me lo ricordo ancora quel pomeriggio di giugno, all’ipermercato, col resto dei soldi rimasti dalla gita, a sfogliare i libri di Stephen King, da poco messi lì a rimpolpare l’offerta del centro commerciale. C’erano tutti i paper-back della Sperling e Kupfer, in fila. Quelli più in vista erano proprio quelli del Re del terrore: It li batteva tutti per mole e numero di copie.

Agguantai anche la mia, ventunomila lire, un volume doppio: 1238 pagine. Per me, giovane lettore coi primi occhiali neri e quadrati era una sfida. Lo iniziai a leggere subito, a casa di mia zia, leggendo del “frocio” affogato, del pagliaccio che aveva gli occhi come dollari d’argento. Iniziò un’epoca, quella dei libri di Stephen King che mi trascinavo dovunque.

A ogni festa da passare in famiglia c’ero io con un libro di Steve a tenermi lontano dalle beghe familiari e dalle ipercaloriche tentazioni sventagliate dalle zie. Con It fu una sfida, la barchetta dell’incipit fu un tocco di classe, soprattutto per le idiosincrasie che mi legavano ad essa a filo doppio.

Nell’estate dell’ottantasette per passare in primina dovetti superare un dettato, zeppo di parole che poi ho rincontrato solo nelle pagine di Moby Dick tradotto da Pavese: becchettio, rollio, gocciolio. Era la storia di una barchetta di carta che scivolava lungo un fiumiciattolo sino a quando un vento maligno (lo stesso che aveva spedito la ballerina di carta amata dal soldatino di stagno tra le fiamme del camino?) che finiva per mettere tutto a soqquadro.

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.

It è uno di quei romanzi-palestra, quelli che servono per allenare giovani lettori al feticismo per l’oggetto libro, quando mi svaligiarono la casa il primo pensiero corse a loro, ai miei libri, ovviamente erano tutti là, nella loro vetrina.

It ritorna ogni trent’anni a nutrirsi, quella del pagliaccio è solo una delle sue possibili incarnazioni. Tiziano Sclavi prima di cadere in depressione per il mancato successo del suo ultimo libro scriveva nell’almanacco della paura di Dylan Dog che It è l’equivalente della Divina Commedia. Sarà un po’ esagerato ma considerando la diffusa stitichezza che sembra imperversare tra le fila delle nuove penne di questo nuovo secolo, fa piacere rileggere librazzi di questa portata, pieni di personaggi. Poi io mi misi pure a dieta leggendo di come Ben Hascom ce l’aveva fatta a scacciare la panza. La scena del cicciamento e la sfida al professore di ginnastica era la sublimazione della mia “vendetta di carta”: un professore di educazione fisica alle medie m’aveva umiliato quando non ero riuscito a correre dentro il percorso ad ostacoli fatto di pneumatici. Passai da 102 chili a 80, fu pure per me come volare.

Lo lessi in 12 giorni, era un appuntamento quotidiano. Correvo a casa per leggerlo, di traverso sul divano del soggiorno, studiavo chimica, letteratura latina, ingurgitavo la trigonometria e tornavo a Derry, a vedere come se la cavavano i sette sfigati a combattere l’incarnazione del Male.

L’epilogo con il ragnone alieno d’ascendenza spietatamente tolkeniana fu – perdonate la citazione fantozziana – una cagata pazzesca. Ma quel continuo avanzare del cupo mistero dell’infanzia, i momenti di strizza, la scena dei bambini che fanno sesso tutti con Beverly, l’unica “femmina” del gruppo, per ritrovare la calma. Leggere d’amore e desiderio nel fondo buio che sta in quello strato sottocutaneo anche nei primi e verdi anni fu liberatorio. Niente più classici a fumetti del Giornalino, nè riduzioni prese dalle Paoline, quello era un libro con tutti gli attributi, un libro da grandi, un libro vero.

E l’epilogo è di quelli che restano a vita:

Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell’infanzia… sulle sue credenze e i suoi desideri. Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim’ora, un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po’ nel silenzio pulito del mattino, pensare che l’infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota. O almeno così medita talvolta Bill Denbrough svegliandosi il mattino di buon’ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta.

La foto è di Paolo Castronovo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *