La cosa più egoistica del mondo

Non avevo ancora visto il “Dracula” di Francis Ford Coppola. Non ci avevo mai pensato, in realtà. Ieri sera non avevo molto da fare e l’ho infilato nel lettore dvd. Ne è valsa la pena. Uno stramaledettissimo capolavoro. Forse l’opera più bella di Coppola, forse addirittura meglio del “Padrino” e di “Apocalipse Now”. Coppola, seppur meno geniale dal punto di vista stilistico di Scorsese, ha il pregio della trasfigurazione, della metafora. Sa trattare di argomenti assoluti senza divagare, raccontando singole storie, peraltro costruite alla perfezione, con un gusto del grandioso e del teatrale che si trova forse solo in Sergio Leone. Così le vicende della famiglia Corleone diventano una riflessione sui grandi temi umani, sullo stile delle grandi tragedie greche. Così il viaggio dell’ufficiale Benjamin Willard nell’inferno del Vietnam, alla ricerca di Kurtz, diventa una riflessione sull’orrore della storia. Così le vicende del conte Dracula e dei giovani londinesi invischiati nel suo incubo diventano un’allegoria della sessualità repressa che pulsa sotto i tappeti di ogni società. Si tratta, a dire il vero, di una rilettura certo personale del mito di Dracula, ma sicuramente più corretta “filologicamente” rispetto a tutte le altre trasposizione cinematografiche. Il vampiro, esplicitamente e implicitamente, è stato sempre un simbolo della frenesia sessuale e dell’inestricabile alleanza amore-morte. E nelle scene in cui l’invasata Lucy mostra i suoi primi segni di vampirismo, soffiando, urlando e digrignando i denti, scopri che Coppola, oltre che un grande regista, è anche un grande intellettuale.

La potenza dell’eros. La furia iconoclasta della sessualità. La sua carica trasgressiva. Potrebbe trattarsi semplicemente di parole prese da un testo di un qualche spot di una qualche nuova linea di gelati Algida. O di un qualche profumo fighetto. O cose del genere. Infatti, nella nostra civiltà post-iper-consumistica, tutto è diventato slogan, spot, mercato. Tutto è diventato macchietta, stampino, luogo comune. E non si ragiona più sull’essenza.

Le tette di Alessia Marcuzzi. Ecco, l’essenza. Tipo del sesso. O meglio della sessualità. Parlarne può sembrare una cosa banale, altrochè.  Siamo nel pieno del tetteculismo televisivo, si dirà. Cosa vuoi che resti da capire sulla sessualità. I vestiti della Marcuzzi diventano sempre più vertiginosi man man che il Grande Fratello perde ascolti. È quasi una legge economica, ormai. Però di fatto la sessualità viene capita sempre meno. E le ultime discussioni pubbliche di un certo livello sono ormai vecchie di trenta o quarant’anni. Dobbiamo tornare al ’68 o al massimo alle battaglie delle femministe. Poi basta, involuzione. Man mano che si susseguono i vari Drive In, Striscia La Notizia e Distraction, paradossalmente, i tabù – invece di essere messi in discussione – si rafforzano e si irrigidiscono. Nessuna evoluzione, nessuna riflessione seria.Solo sorrisini pudici, tremendamente bigotti. Strizzatine d’occhio alla  Cristian De Sica.Insomma, siamo nell’era dell’ErosPanettone.

Me la da non me la da. Nella vulgata comune il sesso è diventato uno stereotipo tra i più stupidi. O grottesco “valore” alla Settimo Cielo, con dementi idee sulla verginità e roba del genere. Oppure, all’esatto opposto, bene di consumo alla stregua del cellulare, della vacanza pagata da papi o del cocktail del sabato sera. Un mottino da consumare per puro capriccio, senza perdere tempo a chiedersi perché. Con i ventenni milanesi che, intervistati in un vecchio documentario di nonmiricordochi, urlano sguaiati: “Certo che ce la danno la fica! Certo che ce la danno la fica!”. E tutto si riduce all’unico problema se quella stronza ti da o no la fica. In mezzo a questi due poli, tanti altri stereotipi più “moderati” ma altrettanto stupidi o, almeno, troppo semplificatori. Il sesso nella coppia stabile come diritto/dovere. Il sesso nella neo-coppia come pratica naturale e gioiosa. Il sesso nella giovinezza come “errore leggittimo”. Il sesso dei vecchi come rifugio dalla morte. E cose del genere.

Florentino Ariza. Non basta. Tutto ciò non basta. È semplificatorio. Inautentico. Il modo migliore per cominciare a narrare l’essenza della sessualità è invece calarla nel suo contesto umano. Calare la sua “miccia” nei contesti sociali in cui essa divampa, viene alimentata o soppressa, crea la grossa fiamma, l’incendio, oppure al contrario si estingue in una nube di fumo o cattivo odore. Soltanto il contrasto con la gabbia delle convenzioni umane, con tutto il loro carico di necessità e idiozia, può far risplendere la natura arbitriaria (dunque libera) e incredibilmente spontanea (dunque autentica) della sessualità. Soltanto così può venire evocato quel legame ancestrale – che trascende secoli e secoli di storia, pensiero e tecnica – dell’uomo contemporaneo con l’uomo delle origini. Con le radici di tutta l’umanità. Penso ai piccoli febbrili meravigliosi personaggi di Marquez o all’estasi rivoluzionaria di Lady Chatterley.

Fuori di se. In tutte e due gli esempi letterari, inoltre, è presente un altro aspetto sempre trascurato della questione. Già, perché guardi la televisione, guardi i film, guardi le (stupende) serie tv americane, leggi i libri contemporanei, ed il sesso è forse la cosa più egoistica del mondo. Ognuno cerchi si procacciarsi un po’ di sesso per migliorare la propria vita, ecco il messaggio. Cerchi pure il vero amore, magari, ma sempre per il proprio tornaconto personale. Sesso e amore, nella cultura pop, sono elementi, campi di azione, propri dell’individuo. Alla stregua di qualunque altro elemento del mondo capitalista. In Cent’anni di solitudineL’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez, apparentemente, è la stessa cosa. I personaggi vivono la loro sessualità, a volte pure i loro amori irrefrenabili, per proprio tornaconto personale. Ma in realtà le cose lì sono già più sfaccettate. E capiamo, dopo la lettura dei due capolavori, che i personaggi che vengono investiti dalle Passioni, spesso fino a venirne letteralmente travolti, non fanno altro che vivere nel senso più vero del termine. Imparano a stare al mondo, scoprono i mille aspetti dell’esistenza, abbattono muri su muri e svelano mille e mill’altri inganni della vita sociale. Tutto inconsapevolmente, ovvio. Così come inconsapevolmente Lady Chatterley, nella sua attrazione fatale verso il guardiacaccia, si ricollega – per osmosi – all’enormità del creato. Comincia a vivere e respirare in armonia con il febbrile scorrere della vita in tutta la natura. In entrambi i casi, la scoperta della sessualità apre l’individuo al mondo, al tutto, abbattendo le barriere – volendo usare una terminologia antipatica – tra io e non-io. Ecco un elemento che non viene fuori dagli stereotipi comuni. L’estasi della sessualità, quando è autentica, conduce l’individuo a distogliere lo sguardo dal proprio io, dal proprio misero orizzonte solipsistico. L’individuo si ricongiunge sì con un altro individuo, quando parliamo di rapporto sessuale, ma non solo. Le sue fibre captano qualcosa dello scorrere universale, della vita in senso lato. Non a caso il primissimo Nietzsche parlava di orgie, di frenesia sessuale e di ubriachezza come della stessa cosa. Mezzi per “spersonalizzarsi”, nell’ambito di certe attività rituali nella Grecia antica, per toccare la vera essenza dell’esistente, per essere intrisi del vero spirito dionisiaco. Sovrabbondante, eccessivo, caotico.

Virginia Woolf. Detto questo, credo che la sessualità più interessante da analizzare sia quella femminile. Saranno forse tare storiche, consuetudini vecchie di millenni, non so, ma l’ebbrezza della sessualità, il fremere del corpo, il “richiamo della foresta”, nelle donne si manifesta in forme molto più elaborate e raffinate che negli uomini. Per i maschi è tutto semplice, chiaro, automatico. Le logiche che sottendono le loro pulsioni sessuali sono ispirate a rozze logiche di bisogni e soddisfazioni di bisogni. Se non c’è una riflessione sincera della propria sessualità, come avviene nella maggioranza dei casi, il maschio può concentrare tutta la propria energia sessuale in pochi miseri elementi. Senza sfaccettature, il sesso per l’uomo può facilmente diventare mero atto meccanico. Così come il cibarsi, il dormire, il defecare. Per le femmine invece, almeno potenzialmente, è tutto molto diverso. La loro sessualità è meno netta e schematica, più contorta e sfuggente. La mente lavora molto di più e la psiche trasfigura tutto. Sensuali arabeschi d’esistenza propriamente femminili. E così i fremiti del corpo, i desideri irresistibili, le voglie roventi, nelle donne, vengono vissuti in modo – come dire – più “diffuso”. Per fare un esempio stupido e semplificatorio: mentre gli uomini percepiscono il loro senso di eccitazione, mettiamo, guardando una scollatura o un bel culo, immaginando quel corpo sotto le proprie mani, per le donne la stessa cosa può succedere ad esempio accarezzando un gatto o pettinandosi i capelli. Per associazioni di idee anche molto indirette. Molto interessante, così, è il senso di smarrimento che prende lo donne quando si trovano a fare i conti con i propri fantasmi sessuali. E più le convenzioni sociali sono rigide, più definita è la collocazione della donna nel suo contesto, più pericoloso (ma illuminante) può diventare lo sgorgare di tali ruscelli. L’uomo, anche adesso, è più abituato della donna a fare i conti con i propri fantasmi sessuali. Li accetta più di buon grado. Parla con il proprio organo genitale come si fa ad un fratello scapestrato. Ma è talmente abituato che non si ferma quasi mai a pensare al significato delle proprie pulsioni. Non ne fa quasi mai base per una qualche crescita personale, conoscitiva. Forse è anche per questo che la sessualità femminile è più interessante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *