Martin Karamazov

Nicholas Cage è un ambulanziere alcolista e pallidissimo. Il suo campo di battaglia è una New York notturna e allucinata, ubriaca di perversione, sangue e violenza. Ogni notte salta giù dall’ambulanza, tampona ferite, pratica iniezioni, comanda scosse elettriche. Ma non riesce a salvare più nessuno. Ormai da mesi tutti i pazienti gli muoiono fra le braccia. Nicholas Cage è distrutto dal suo lavoro, ogni volta prega il suo capo di sbatterlo fuori ma il suo capo è un bastardissimo bravuomo e non vuole licenziarlo. Non c’è motivo perché tu non guardi a fondo tutto il male dell’esistenza, tutto lo schifo e l’ultraviolenza che pugnala a morte le folli notti newyorkesi. Mio bell’ambulanziere, sali a bordo e corri a lavorare. E se la gente ti muore addosso non te la prendere come un fatto personale. Vuol dire che era destinata a morire in quel modo. La scena più bella di Al di là della vita di Martin Scorsese è quella in cui Nicholas Cage corre con in braccio un gemello appena nato, un neonatino rosso rosso appena uscito dall’utero della madre giovanissima immigrata messicana. L’altro gemello ce l’ha il suo collega, l’altro gemello sopravvive. Quello di Nicholas Cage muore, nonostante gli pratichi la respirazione bocca a bocca nella piccola fessura che si ritrova nella testolina. Un neonato che muore, una scintilla di una vita intera che gli si estingue tra le mani, sulle sue maniche insanguinate di parto. Non restano neanche le forze per urlare “Perché?”.

Martin Scorsese è un cattolico osservante che addirittura voleva farsi prete. Poi ha cambiato idea e ha deciso di diventare uno dei più grandi registi americani mai esistiti. Meno male. Per capire la sua idea del mondo e della vita basta vedere questo Al di là della vita, del 2000, e soprattutto Mean Street, Domenica in chiesa, Lunedì all’inferno, del 1973.  Tutto gli altri film sono soltanto sublimi variazioni sul tema del bene e del male, della libertà e sulla responsabità umana. Il cristianesimo di Scorsese è evidente nel giudizio dei suoi personaggi, antiantieroi permeati dal proprio ambiente sociale, condizionati irrimediabilmente. Gangster, teppisti, assassini che commettono crudeltà su crudeltà, ammazzano, torturano, sguazzano nell’illegalità. Perché è giusto così, perché gli hanno insegnato così, perché in un mondo come questo è l’unica cosa da fare. Dove sta il peccato, si chiede Scorsese, qual è la vera responsabilità individuale?

In un mondo di atrocità e sofferenze, di homo homini lupus e leggi della giungla, dove New York è davvero la migliore metafora del mondo possibile, contenitore di tutte le contraddizioni dell’universo, di altissimi e di bassissimi, ingiustizie e sopportazioni, spacciatori e grand’uomini, idioti e geni, gente comune e gente eccezionale. New York come una miniatura di tutto il bello e il brutto che può esistere e che è mai esistito. Di fredde prigioni sociali e di libertà sconvolgenti. In una New York del genere, Scorsese mette in scena il suo personale teatro di verità. La sua violenza è iperrealistica e insieme irreale, lo sguardo dell’inquadratura è indulgente e quasi assente. L’occhio del regista, per dirla tutta, è come impotente davanti alla violenza messa in scena. Dov’è finito Cristo, il suo messaggio, l’amore cristiano? Perché duemila anni di storia hanno reso così difficile mettere in pratica le parole del nazareno? Perché è sempre stato così difficile? Basta farsi un giro a New York per toccare con mano la sconfitta di Cristo. Non bisogna neanche andare nell’Africa dei genocidi e delle guerre civili, o nel Sudamerica degli Slums e degli uomini bestia che campano con ciò che trovano nelle discariche, o nell’Asia delle piccole grandi atrocità. No. Un giro nella Grande Mela centro dell’Occidente. E capisci tutto.

Per uno strano arabesco del destino, poi, proprio mentre stavo approfondendo la conoscenza di Scorsese, mi cade dal cielo la lettura delle mille pagine più dense della mia vita. Prima di laurearmi, ho avuto l’arditezza di iniziare e finire I fratelli Karamazov. E nel substrato filosofico-teologico-esistenziale tirato in ballo da quel pazzo di Dostoevski, colui che ha pensato di infilare l’impensabile in un romanzo, beh, ci ho trovato di nuovo Scorsese. Già, perché Ivan Karamazov è colui che non distoglie lo sguardo e mette a giudizio l’universo degli uomini. E lo fa con la sincerità intellettuale che alla fine lo fa impazzire, quella da cui di solito gli uomini sfuggono appunto per non impazzire. Ivan non crede in nessun Dio, per scelta deliberata, forse per ragionamento lucido e razionale. Non crede in Dio e non crede nell’immortalità dell’anima e va dicendo che “Senza l’immortalità dell’anima, tutto è permesso”. Teorizza l’assoluta irresponsabilità delle azioni umane, la mancanza di senso di tutte le azioni e pensieri, l’assurdità di ogni etica e regolamentazione dei comportamenti. Però le sue viscere, attizzate dalla sua mente geniale, non possono fare a meno di spasimare per tutte le assurde atrocità che si verificano ogni minuto nel mondo intero. Nel romanzo ci sono pagine tremende in cui egli elenca esempi ed esempi di queste crudeltà. E l’intelligenza di Ivan gli fa capire che tutte le schifezze che legge sui giornali, i bambini torturati e uccisi, non sono soltanto pazze azioni di mostri o di esseri resi inumani dalla follia. No. Questa è la vulgata popolare e mediatica, il balsamo autoconsolatorio che va bene per il popolino. No. Ivan capisce che l’atrocità, la perversione, il sadismo estremo e – dicono – inaccettabile, è parte integrante dell’animo umano. E perché non accettarlo, dunque? Perché non essere onesti, autentici, e non considerare sbagliato ciò che in fondo è anch’esso umano? Ivan è tentato dal ragionamento, ma non ci riesce. L’Agape cristiano è parte di lui e non può fare a meno di inorridire, anche se prova tenacemente a mettere in discussione il bene e il male, il dubbio e la sua stessa intelligenza, tanto da finire pazzo furioso.

In tutto questo, cala la tenebra con cui tutta l’umanità si è anestetizzata e si anestetizza. La dimenticanza e la distrattezza sulle difformità del mondo e sulla sua intollerabilità. E l’unico abbozzo di un consiglio di vita l’abbiamo quando Leonardo di Caprio e Cameron Diaz, in Gangs of New York, si toccano le ferite e le cicatrici, ricordando quando e come se le sono procurate. Perché un’esistenza autentica forse passa soltanto attraverso il vortice della sofferenza, e forse soltanto dopo aver passato quel gorgo, forse, si può arrivare ad un contatto più vero tra esseri umani. O forse è meglio l’anestesia, il micromondo e il mandare a fanculo tutto l’esistente e la sua insostenibilità semantica. Il rintanarsi nel proprio misero equilibrio di vita illusoria e crearsi mille paraventi, mille trincee per non sentire le bombe e le urla dei nemici.

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