Tu, ipocrita lettore, mio simile, fratello.

Si passeggiava col buon Nino tra le recidive piramidi di munnizza notando il cambio dei consumi, prima era la Sma a primeggiare, poi i vari Gs lasciarono il podio all’Eurospin scalzato oggi dal Todis.
Tiro fuori dal borsello la vecchia digitale compatta della Samsung, reliquia di modernariato coi suoi 3.1 megapixel e il suo ridicolo zoom digitale. Nino mi ferma, di foto di munnizza abbiamo pieni gli hard disk di tutti i computer della redazione.
Ci siamo abituati così tanto che nemmeno merita più un trafiletto la sospensione della raccolta dei rifiuti e i fiumi di percolato che avvelenano l’aria. Arriviamo sino al negozio dei Dvd e lo troviamo falciato via dalla concorrenza dei divX. Ci rifacciamo la bocca alla yogurteria parlando di letteratura, fumetti e di questo sito che state leggendo. Già, proprio dei Pupi di Zuccaro.
Felicissima la sintesi del mio collega: il primo numero della rivista l’ha scaricato e ha pensato “mah…”, il secondo gli ha strappato un “bah”. Il terzo non meriterà l’inchiostro della sua stampante. Questi retroscena potremmo tenerceli per noi, offrirvi sempre più sparuti aggiornamenti senza nessuna cadenza o periodicità e pensare ad altro.
E non mancherebbero i pezzi da scrivere: uno sulla produzione verbovisiva di Vinicio Capossela, qualcuno sui film che divoriamo notte dopo notte, un trafiletto sulla tardiva riabilitazione vaticana dei Beatles e il mordace commento dei baffoni di Ringo che s’è ridotto a vendere bacchette per batteria.
Deve mutare lo sguardo, inseguire lucertole su vecchi muretti di tufo rimpiangendo il realismo lirico di Vittorini a poco o nulla serve. Son tutte strade che seccano presto. Poi i pupi in nemmeno dodici mesi hanno ritirato gli arretrati della vita vera. Ci aspettava paziente quella virago! Mentre leggevamo e scrivevamo il mondo è andato avanti.
Ci ritroviamo tutti reazionari nei nostri sempre più vicini trent’anni. Con la certezza di far parte d’un’intera schiera di giovani validi e affratellati dalle avversità. Una guerra tra poveri dove si son realizzati solo quelli che avevano già nella culla la targa d’ottone del loro ufficio nella fabbrichetta del papà.

A chi giova questo modo d’affrontare la vita? L’altra sera, nella redazione di 90011.it mentre s’accantonava un progetto dopo l’altro si finisce su Youtube a guardare spezzoni di Bunuel e di quel gran film che è “Signore e signori, buonanotte“. Una pellicola ad episodi col grande Marcello Mastroianni a far da raccordo.
Scena dopo scena si raggrumava un solo pensiero: quello di cui ci lamentiamo c’era già più di trent’anni fa. Nulla muta. Si gira e rigira e si finisce sempre col culo a terra.
Sia benedetta la qualità ma perché sembra che molti pezzi debbano essere pubblicati su una rivista universitaria? Dove magari non sfigurerebbero nemmeno.
Nino lo sapeva già: siamo finiti istituzionalizzati senza nemmeno accorgercene, abbiamo smarrito la leggerezza che era la migliore qualità del nostro scrivere insieme. Siamo ancora in tempo per traghettare il progetto in una dimensione davvero nuova, lontana dalla tendenza al gattopardismo che qui ci danno insieme al codice fiscale.

2 pensieri riguardo “Tu, ipocrita lettore, mio simile, fratello.”

  1. “La stanchezza di tutte le illusioni e di tutto ciò che c’è nelle illusioni – la loro perdita, l’inutilità di averle, la prestanchezza di doverle avere per perderle, il rammarico di averle avute, la vergogna intellettuale di averle avute sapendo che avrebbero fatto tale fine. La coscienza dell’incoscienza della vita è la più vecchia imposta sull’intelligenza” (Pessoa, Il libro dell’inquietudine)
    Ma sai, non smetteremo di illuderci di poter davvero “fare” qualcosa. “Fare” per un cuore, per un’intelligenza capace di accogliere “altro” che non sia questa videogioco che vogliono venderci della realtà. Che siamo così. La sconfitta non ci vincerà. (-; (Spero)

  2. Andrea, me lo auguro davvero. Per ora resta solo la viva nostalgia del fare. Qualcosa che resti davvero.

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