Chiude il cinema Lubitsch a Palermo, la cultura muore in primavera

Tanto tempo fa qui a Palermo esistevano dei focolai benefici di cultura. Esistevano anche dei portatori sani di cultura che, magari anche per errore, riuscivano a creare qualcosa. Qualche piccola scintilla che subito si spegneva o per vanità, o per volontà d’altri, o per la sordità dei palermitani. Dico questo spinto dalla notizia della prossima chiusura del Lubitsch, “cinema di nicchia” se così vogliamo chiamarlo, che aveva – udite, udite! – un’idea non commerciale della sua attività. So che dire non commerciale in questo periodo storico equivale a mandare a quel paese qualcuno e che può essere scambiato come una scelta votata al suicidio. Eppure esistevano ancora, una decina di anni fa, quelle famose scintille. Piccole luci che, non solo a Palermo, sempre più smettono di pulsare. Più che un pretesto, lo definirei come l’ennesimo segnale della morte lenta, inesorabile e voluta della cultura.

Cultura e coltura non a caso hanno assonanza. Per vivere ai tempi dei nostri avi bisognava coltivare (beh, veramente tuttora). Coltivare fu il passaggio immediato a un nuovo stadio di evoluzione dell’uomo e – come in quel caso – anche la cultura necessita di un fertile impianto. Gli ortaggi nell’Humus e i libri, il sapere, nell’Humanitas. Vedete quante somiglianze? Ma perché la cultura muore? Perché così pochi contadini seminano e, soprattutto, raccolgono? E i loro campi ormai sono resi sterili, secchi, privi di semi germoglianti. La cultura come le verdure rende forti e svegli. Senza le verdure, diceva la mamma, non si cresce. E anche senza la cultura non si cresce.

Ma a chi giova tutto ciò? C’è un detto americano che parafrasato suona pressappoco così: per capire chi è il colpevole scopri chi ne trae maggiori benefici. Qui di beneficiari ce ne sono molti, moltissimi, così tanti che bisognerebbe scriverne un saggio. E la cosa peggiore è che i beneficiari sono anche i più potenti della nostra storia. Parliamo di alcuni. Beh, la Politica ad esempio: governare degli stupidi è più facile che governare dei cittadini attenti. Gli stupidi sono più spaventati e spaventabili e hanno bisogno di un papà che li protegga in cambio della loro libertà. Lo stupido, grazie a questa politica, pensa che il problema sia lo straniero e non vede che il problema è invece lo straniero che è in se stesso. A ben vedere la stupidità è conveniente, se siete spietati e senza morale.

Ed ecco un essere nato senza morale, costruito solo per far soldi: il capitalismo. Il capitalismo non è di per sé buono o cattivo, è costruito per fare del capitale. Soldi, denaro, che vanno a braccetto con il consumismo. Ma questa ruota ha bisogno di gente senza cultura, perché ha bisogno di compratori stupidi e anche di lavoratori senza cervello. Partendo da questi ultimi, qual è il lavoratore perfetto? La macchina. La macchina o il robot non si ammalano, non si innamorano, non sono nervosi, lavorano 24 ore su 24, non hanno esigenze: ergo, non hanno cuore né cervello. Non esiste essere più stupido delle macchine. E come rendere l’uomo il più possibile simile alle macchine? Rendendolo senza cervello, senza sentimento.

Capisco che sembra un gioco fosco ma è così che vanno le cose e il capitalismo non c’entra nulla, lui è stato costruito per questo. Non puoi lamentarti che un uccello vola se ha le ali. È nato per volare! Al mercato, infine, servono compratori (in)stupidi(ti), operai nella catena del commercio: è più utile che siano così, inconsapevoli. Perché se un essere umano è consapevole e sa che un oggetto non può durare tanto o addirittura può non essergli utile, non lo comprerebbe. E se non lo compra l’economia si ferma. Perciò viene da questa politica l’esortazione al consumare.  A detta loro “per far ripartire il paese”, mentre le fabbriche si trasferiscono in Cina e India. Allora, il contadino di Cultura è un ostacolo alla Politica e al Mercato. Due Moloch potentissimi e in grande sintonia.

E il campo, i campi dell’inizio non serviranno più a nulla, saranno sempre più secchi e aridi. E sempre più le librerie, i cinema, saranno soppiantati da sale bingo o da ipermercati. E allora, amici miei, guardiamoci in faccia e chiediamoci se questa società non sta creando un genocidio di cervelli. Solo così, guardandoci l’un l’altro, un giorno potremmo riconoscerci ancora.

Luigi Fabozzi

Come riportato da un articolo su Repubblica di oggi, non si tratta dell’ennesimo allarme: dopo undici anni il cinema Lubitsch, una realtà fortemente voluta da Paolo Greco insieme a Ciprì e Maresco,  è costretto a chiudere. A maggio potrebbe già essere utilizzato per un Cabaret, sotto altra gestione. Ma la chiusura diventa un pesante simbolo dell’ulteriore scomparsa di spazi con un preciso progetto culturale, una tendenza che non tocca solo Palermo. Non difendiamo la cultura di nicchia in quanto tale, ma ogni spazio in cui progetti diversi e fecondamente marginali potevano esprimersi, essere rintracciabili. “Se è questo quello che i cittadini vogliono…”, l’amarezza non lascia spazio ad altri commenti; con chi prendersela? Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione in forma di sfogo di Luigi Fabozzi, scrittore, attore e operatore culturale che da anni resiste nella difficile e pneumatica scena palermitana.

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