La vita che ho fatto io

Finalmente un po’  d’aria per mettere da parte la cazzuola, scrollarsi la polvere di dosso e correre verso il marsupio abbandonato nel furgone. Correre proprio, ma senza darlo a vedere a quei cosi inutili che lavoravano con lui. Sempre pronti a prenderlo per il culo per ogni cosa. A tirare in ballo culi e tette e sesso e zumzumzum ad ogni occasione. Con le mani ancora impiastricciate, ma con l’anima ancora linda e pulita, Pino saltò su nel sedile del Fiorino bianco sporco, aprì la cerniera del marsupio e prese il vecchio Nokia modello supereconomico.

– Pronto?
– Ciao.
– Ciao.
– Che c’è, che fai?
– Ma che faccio, niente. Ho rifatto i letti, dato una sistemata alla stanza da pranzo, spolverato le mensoline, poi sono andata al supermercato. Ho comprato lo yogurt e il cacio cavallo. Ora sto guardando la televisione.
– Cosa?
– Forum.
– Come sempre.
– Si, come sempre, e come sempre ora calo la pasta che Nino e Piero stanno arrivando da scuola
– Mmm…per il resto, novità?
– Che novità ti devo raccontare! Da stamattina a ora! Dai, vai a mangiare che tanto ci vediamo quando torni. Mi chiedo che bisogno c’è di telefonare.
– Volevo solo sentirti.
– Si si certo, ma non capisco che motivo c’è. Non è che abitiamo lontano. Dormiamo nello stesso letto, ogni notte, e non manca certo il tempo per parlare. Il bello è che ogni pausa pranzo spendi soldi per telefonarmi e poi arrivi la sera e non parli niente, ti butti sul divano e ti addormenti prima che finisce Walker Texas Ranger.
– Scusa tesoro, ma è un periodo che mi sento più stanco. Sto minchia di lavoro, il nuovo orario, le alzate presto, ti giuro è massacrante. Torno a casa che sono una pezza.
– Si si  lo so, non era un rimprovero. Non ti preoccupare. Dai che ho da fare.
– Allora ti lascio?
– Si si meglio di si. Ciao! Buon lavoro!
– Ciao.

Ogni giorno allo stesso orario la stessa telefonata. I stessi discorsi, quasi quasi le stesse parole. Ognigiornoognigiorno. L’aveva presa ormai ad abitudine. Non ci poteva fare più niente. Ogni pausa pranzo sentiva che il bisogno di telefonare era perfino più forte di quello di aprire il pacchetto di Diana rosse. E fumava le sue venti quotidiane da quand’aveva quindici anni. Ma quel nuovo bisogno ora gli pulsava nella carne viva. Lo sentiva. Era il desiderio preciso di ascoltare quella voce vaporosa, sgraziata e imbarazzata, timida e sfuggente. Che diceva niente. Sua moglie che si imbarazzava a parlare al telefono con lui, dopo venticinque anni di matrimonio, che non sapeva che dire, che rideva nervosamente e non comprendeva il senso di quelle quattro parole da telefono a telefono. Sua moglie che con le parole non c’era abituata. Lui che con le parole non c’era abitato. E quella stupida muta telefonata giornaliera dove le parole non significavano nulla e diventavano soltanto semplici trasmissioni di suoni. Forse forse anche di un po’ di calore. Ma era esattamente ciò che lui ricercava in quella bizzarra routine. Nel loro rapporto, del resto, le parole non erano mai servite. Non c’erano mai state. Si erano sempre capiti con gli occhi, coi corpi, durante gli amplessi o le discussioni, i pianti e gli abbandoni. Non erano servite parole quando lui l’aveva scelta, per esempio, a cavallo della sua Vespa bianca da vitellone di provincia. L’aveva intravista affacciarsi al balcone, con quelle lunghe trecce castane, il vestitino carino e l’espressione virginale della ragazza perbene. Del tipo che non sorride mai per non sembrare sfacciata, che i genitori non fanno mai uscire da casa, che il padre segrega dentro ma per il suo bene, per tenerla lontana dagli sciacalli che ululano per le strade. Lui l’aveva scelta così, senza pensarci, per puro istinto. E fu subito cosa seria, dentro la sua testolina ricciuta di diciottenne manovale. Bicipidi scolpiti a furia di alzare balatoni, camicia smanicata alla Miguel Bosè, Pino cominciò così ad andare a messa ogni domenica. Soltanto per scrutare la sua diletta. E subito si immaginò il matrimonio, i figli, la casa, la vita in comune. Quella ragazzetta riccia dalle lunghe trecce con cui non aveva mai parlato, quella lì, si si, sarebbe diventata il perno della sua vita. Lo sentiva, lo sapeva. Perché a quei tempi era così. Le ragazze perbene se ne stavano chiuse in casa mentre i maschietti diventavano uomini presto, a dodici anni mandati a calci in culo a raccogliere limoni o a rompersi la schiena nei cantieri. E già alla sua età, appena appena maggiorenne, doveva cominciare a rigare dritto, smetterla con le serate in taverna e cercarsi una bella femmina, di famiglia buona. E quindi accasarsi. E per questo bisognava scrutare dentro le case, al di là delle finestre, oltre le tendine che celavano bei visini di fanciulle in fiore. Fuori, per strada, potevi incontrare solo le troie. Le femminacce di cattiva famiglia. Quelle al massimo servivano per un ficcotto, una botta e via. Potevano allietare i maschietti nelle loro serate ubriache, al massimo, quando dopo troppa birra finivano a trastullarsi con le loro carni arrendevoli. Coi loro sorrisi dilatati e gli occhi fondi di disperazione, le troie si strusciavano contro i corpi virili dei giovincelli e si stringevano con le loro cosce piene attorno a quei toraci muscolosi. Ma i ragazzi giudiziosi non ci stavano molto, con loro, e presto le abbandonavano per mettersi alla ricerca della femmina, e della vita, vera. E così Pino, ch’era ragazzo giudizioso, montò sulla sua Vespa e cominciò a passare e spassare davanti al balcone della sua bella. Prima una volta al giorno, poi due, poi cinque, poi dieci, infine tutte le volte che poteva. E tanto insistette che ebbe successo, fece breccia nel suo cuore. E il successo a lui gli dava alla testa. Era fatto così. All’inizio passava e spassava, passava e spassava come un ossesso, ma alla finestra non c’era mai nessuno. Poi, pian piano, cominciò ad intravedere le sue trecce, poi la sua sagoma tutta, infine parti sempre più significative del suo viso. Dopo mesi e mesi di giri in Vespa, litri e litri di benzina consumata, Pino aveva ottenuto il suo trionfo. Lei finì a passare le giornate ad aspettare il rombo della marmitta per correre verso la finestra. Il suo spasimante ora si fermava, metteva il piede a terra, sorrideva e ripartiva. Quando cominciò a sorridere pure lei, Pino si sentì in paradiso. Da lì all’incontro con il padre di lei, alla sua benedizione prudente, al fidanzamento con giubilio delle due famiglie, al matrimonio, il passo fu breve.

Parole non ne servivano molte tra lui e sua moglie. La mattina la sveglia suonava alle cinque meno un quarto, fuori c’era sempre un buio di merda e tirate via le coperte venivi divorato da un freddo schifoso, appiccicoso, che ti bloccava tutte le fibre. Pino si alzava con gli occhi chiusi e impastati di sonno, barcollava fino al lavandino e si flagellava con l’acqua gelata. Sua moglie si alzava di botto, quasi senza provare dolore, e correva a preparargli latte e caffè. Sorrideva, dolcemente sfiorita dopo quarant’anni e due parti naturali. Parole non ne servivano, soprattutto a quell’ora. Perché quel gesto, quel sorriso assonnato, quella ruga sulla fronte, quella faccia ancora impregnata di calore, dicevano quanto bastava. C’era la crisi, urlavano i telegiornali, e lui non sapeva se fosse vero. Sapeva però che il suo lavoro non era mai stato così duro. E che spesso si sentiva trafitto da tante lame al pensiero che così avrebbe potuto continuare per chissà quanto. Fuori col buio era una merda . Il sole non spuntava mai. La giornata ogni volta sembrava nascere morta, un aborto imputridito, un qualcosa di sfatto e insensato. Lo pensava spesso, quando usciva da casa con l’alito ancora puzzolente di caffè: uscire fuori prima dell’alba è una cosa per morti, per zombi, per vampiri. Mica la gente normale ci esce, fuori di casa, a quell’ora. Fuori c’era poi quel buio morboso, malato, non più notturno. Privo di senso. Quel buio torbido e lattiginoso come qualcosa andato a male. Che schifo, pensava. E si sentiva malato egli stesso. Malato proprio, gracile gracile, gobbuto, storpio, di pelle biancastra e piena di pustole, con le due orbite violacee e vuote quasi senza pupille, e lo sguardo inesistente, e le braccia storte e cadenti lungo la vita. Proprio un’ameba, un malato terminale con la schiuma alla bocca. Così si sentiva quando zampettava verso la stazione, con la sua andatura pesante e goffa come quella di un  vecchio.  Il pensiero del letto caldo che gli faceva torcere le budella. E se ne stava lì, ai quattro venti, alle cinque e mezza del mattino. Che roba. Aspettava il Fiorino della ditta davanti ad una vecchia stazione ferroviaria, vedeva sempre arrivare il primo treno della giornata, sempre con lo stesso macchinista con il nero sotto gli occhi e la pelle giallastra di chi soffre di fegato, e poi il custode arteriosclerotico della stazione che spesso affacciava in pigiama per imprecare non si capiva bene verso chi o che cosa. Del resto non c’era quasi mai nessuno, a quell’ora, a parte a volte qualche barbone, qualche negro o qualche puttana polacca o rumena. Che miseria. Poi arrivava il Fiorino con l’autista morto di sonno che gli grugniva qualcosa e lo faceva salire su, e dietro due carpentieri e due manovali a dormire della grossa. Con la testa sulla lamiera fredda delle pareti del furgone, ballonzolavano così per un’ora e mezza inerpicandosi per l’entroterra siciliano verso quei paesini del cazzo in cui il principale aveva lavori. Trecento anime e facce e parlate da medioevo siciliano, rozzo e latifondista. Un caffè al bar di turno, una sigaretta tra le sputate generali, una bestemmia ciascuno, e poi giù a lavorare, con il principale che passava il tempo a rompere le palle. A girare i tacchi del suo potere sulle ferite aperte dell’impotenza operaia. Lo chiamavano Barbetta ed era sempre ben vestito. Con le mani dietro la schiena passeggiava e stendeva il suo occhio molle sui suoi dipendenti sporchi e sudati. Caracollava con la sua panza strabordante mentre i suoi operai inginocchiati buttavano il sangue. Tutto il tempo. Ogni tanto un rimprovero, un’osservazione o una battutina. Ma d’altronde bastava la sua presenza per innervosire. A volte però esagerava e si faceva odiare: “Piùvelocepiùveloce – cominciava allora ad urlare – che tanto a voi vi pago a giornata, e tanto a voi che vi frega se poi quello lì si lamenta perché ci stiamo un anno per un lavoro da sei mesi! Via via veeloce! Ancora che perdete tempo! Forza con quella pala! Vai con quella cazzuola! Che siete la mia rovina! Che mi state scavando la fossa! Remate contro eh? Ve lo faccio vedere io se remate contro, che vi licenzio a tutti! Che tanto ne trovo a decine di gente che lavora come voi!”. Ma Pino, che non era più un ragazzino, sopportava e se ne fregava. Lo disprezzava, a volte lo odiava. Ma non avrebbe fatto niente. Non si sarebbe ribellato. Non ne valeva la pena. Aveva passato questo ed altro per portare a casa quei quattro soldi di stipendio, per campare la sua famiglia, e certo non sarebbe stato un aspirante mafiosello che l’avrebbe fatto preoccupare. Pensava ad altro e lo ignorava, come se non esistesse. Ma a volte succedeva che qualcuno non ce la faceva più, lasciava stare le sue piastrelle, alzava le sue ginocchia da terra, si batteva le mani per levarsi di dosso la polvere e affrontava il Barbetta. Come due mesi fa era successo a Tanino, che aveva vent’anni e si era stufato presto delle sbroccate del principale. Tanino che aveva vent’anni e non sapeva niente della vita. Che l’aveva puntato a muso duro, l’aveva preso a male parole ed era stato sbattuto fuori senza tanti complimenti. Tanino che poi aveva avuto l’ardire di rivolgersi ad un sindacalista, vincere la vertenza e farsi pagare per intero la liquidazione. Una cosa inaudita. Tanino che a vent’anni fu costretto ad emigrare verso il Nord perché, dopo quello che aveva fatto, nessun costruttore edile l’avrebbe mai più preso con se a lavorare.

Quel nuovo lavoro, d’altronde, era proprio una schifezza. Neanche sei mesi che lavorava con Barbetta e già Pino era esaurito. La mattina partiva prestissimo e la sera tornava a casa giusto giusto per l’orario di cena. Il tempo di mangiare, mettersi sul divano e crollare. Le braccia che si abbandonavano pesantemente, le gambe stese davanti allo schermo come quelle di un cadavere. Completamente prostrato, senza nemmeno la forza di parlare. Con sua moglie accovacciata accanto come una gattona imbolsita che guardava e commentava da sola l’ultima fiction per famiglie targata Rai. E che ogni tanto, senza farsi sentire, gli sfiorava la fronte con una carezza pietosa. I sabati e le domeniche di riposo, poi, Pino li passava in un’apatia assorta e spossata, sempre di cattivo umore, sempre amareggiato e incazzoso. E poi grazie che i suoi due figli si lamentavano. Perché Pino a volte s’incazzava per niente. Veniva preso dall’ira e non ci si poteva ragionare. Digrignava i denti e balbettava il suo astio per un pretesto qualsiasi. E i suoi due figli, Nino e Piero, gemelli sedicenni e brufolosi che ascoltavano Black Metal, non gliene facevano passare uno. “Minchia pà – gli dicevano in coro – sempre incazzato, sempre nervoso, e che è successo? Non è successo niente e t’incazzi così! Calmati!”. E ridevano e lo prendevano in giro, imitandolo nei suoi accessi d’ira e d’impotenza. Ma che ne sapevano loro. Che ne sapevano loro del sangue e della fatica che costava quel loro stile di vita. Di cosa era costretto a passare suo padre perché mangiassero ogni giorno, andassero a scuola, si vestissero come tutti gli altri, potessero comprarsi quei loro giubbotti di pelle, quelle loro chitarre. E poi tutte quelle loro cene fuori con gli amici, la loro stupidissima vita sociale, e tutti i loro maledettissimi vizi e stravizi. Che ne sapevano loro! E che però sono troppo buono, si diceva sempre, dovrei fargliele capire certe cose, ma non gli dico niente, no no, sono troppo buono, non voglio caricarli con i miei problemi. Ma sbaglio. E anche per questo loro sono così ingrati. Perché li ho cresciuti male. Dovrei cercare di aprir loro gli occhi sulla vita, avrei già dovuto farlo. Ma è così difficile, così difficile, pensava. È che sono troppo buono, troppo buono.

Glielo diceva sempre anche sua moglie. Tu sei troppo buono. Troppo buono. Ed ecco come ti sei ridotto. Eri un bel giovane possente e pieno di vita ed ora non hai neanche quarantacinque anni e sei già un rottame. Glielo diceva sempre pure il dottore, il caro vecchio dottorino di famiglia: “Lei dovrebbe stare un po’ a riposo, non dovrebbe fare sforzi eccessivi, alzare pesi, stare troppo tempo chinato a terra, insomma, si prenda una bella vacanza! Che l’ernia già si sta ingrossando e se continua così sarà necessaria un operazione, e poi lei, con quelle sue due vertebre schiacciate, dovrebbe trovarsi un lavoro meno pesante!”. Cambiare lavoro! Una parola! Uno ci prova a cambiare, diceva sempre Pino, uno si sbatte, si ammazza la vita, soffre e piange lacrime amare, ma qui le cose non funzionano come si spera: è tutto così fermo ed oppressivo e l’unica cosa ragionevole da fare è restare attaccati a quel poco che si ha. Come un ostrica al suo scoglio. Non c’è altra via possibile. E chi risica non rosica. No, chi risica qui finisce sul lastrico. Come rischiò di finire Tanino, che aveva infine scelto l’unica via possibile ed aveva fatto le valigie ed era partito per non finire disoccupato, disperato, morto di fame e morto dentro. Ma partire a quarantacinque anni è cosa difficile, emigrare lasciando tutta la famiglia uno sforzo immenso. Titanico. E dire che ci aveva già provato un paio di volte, Pino, a lasciare quella Sicilia di merda. Ad accettare qualche lavoro nel continente. Ma tutte e due le volte, passato lo Stretto, lo prendeva una morsa allo stomaco che non lo lasciava più. E che anzi si faceva più feroce dopo la prima serata passata nel nuovo appartamento della ditta, dopo il primo risveglio nel letto estraneo. Sotto un tetto che non era il suo, colazione con gente estranea, dialetti che non capiva e tutti quegli sguardi di smarrimento. Tutte due le volte era così tornato prima del tempo, aveva fallito. Di emigrare non aveva la forza. Tanto che rifiutò di partire quando restò senza lavoro l’anno scorso, prima che Barbetta lo prendesse con se. Era la prima volta che restava seriamente disoccupato. Fino ad allora aveva sempre lavoricchiato, ovviamente sempre in nero o quasi. Ma meglio di niente. Quella volta no. La ditta fallì, il principale se ne andò a fare il meccanico nell’officino del fratello e diciotto padri di famiglia restarono in mezzo alla strada. Pino cominciò a passare le mattinate a chiedere lavoro praticamente a chiunque, a telefonare ai politici, a disturbare tutta la gente che conosceva e che gli avevano fatto conoscere. Si alzava prestissimo, più presto del solito, si vestiva di tutto punto e via, anima e corpo nella sua febbrile missione. Niente di niente. Sei fottuti mesi con l’angoscia nello stomaco e il terrore che lo assaliva di notte, quando tutto sudato si svegliava di botto e sua moglie saltava dal letto e si preoccupava per lui, e lo abbracciava, e preparava la camomilla. Quante camomille calde nel pieno della notte! Quelle camomille tremanti che Pino sorseggiava, con lo sguardo fisso davanti, e sua moglie che tentava di consolarlo con le sue parole sussurrate e dolci e che poi finiva per balbettare anche lei, e confondersi perché non sapeva più cosa dire. Un occhio al marito sull’orlo dell’isteria, un occhio alla camera dei ragazzi che all’indomani dovevano andare a scuola. Poi sua moglie faceva finta di addormentarsi e gli dava le spalle, già sul letto, e Pino sentiva che singhiozzava, che non riusciva a trattenere le lacrime. E lui incespicava, voleva parlarle, voleva dirle NonTiPreoccupare èSoloUnMomentoPasserà TranquillaCheLeCoseSiSistemeranno. Ma niente. Se ne restava lì col cuore a mille a guardare la sua spalla nuda, morbida e chiara. Ma i singhiozzi continuavano. E tutte le notti lei gli piangeva accanto sperando che lui dormisse. Ma Pino non dormiva, e la sentiva sempre, ogni notte. E diventava pazzo, pazzo d’impotenza. Poi infine non ce la fece più e afferrò la sua spalla bianca mentre lei singhiozzava ancora. La toccò e lei sussultò ma non cambiò posizione. Lui si sentì morire e non ebbe la forza di parlare, aveva la gola riempita di paura. Soltanto cominciò ad accarezzarle piano il collo. Lei quindi si girò e lo guardò con i suoi due occhi dilatati dai pianti. Pino non avrebbe mai più dimenticato quello sguardo da cerbiatta impaurita. Senza parlare, la abbracciò e la ricoprì di carezze e poi di baci. Baci amari e insieme dolci. Le parole le avevano buttate via come un paio di calzini da cambiare. Quella notte fu una notte d’amore. Tra i sospiri che s’intrecciavano più potentemente delle loro gambe febbrili, sentirono fuoriuscire  tutte le loro lacrime covate e nascoste per giorni e giorni. Piansero e fecero l’amore, fecero l’amore e piansero, insieme, quasi consolandosi del loro comune terrore.

Il fottuto periodo nero si concluse grazie ad un suo cugino che lo segnalò al Barbetta. Era un lavoro di merda, suo cugino l’aveva avvisato. Tutto in nero, principale scassaminchia, viaggi interminabili. Ma almeno era qualcosa. Del resto Pino si consolava con poco. Era questa forse la sua fortuna più grande. A volte, quando il Fiorino correva su per le strade, quando gli altri dormicchiavano, lui guardava fuori e si rilassava con il lento scorrere del paesaggio. Le colline e le valli anguste della Sicilia più terrona risplendevano di una luce giallastra, assorta, irreale. Piano piano il giorno veniva fuori, contro ogni previsione. E a volte, in quella luce senza spazio e né tempo, lui si guardava le mani, si apriva i palmi davanti a due occhi insolitamente sgranati. Osservava così i suoi calli, la pelle dura e giallognola, i loro taglietti numerosi e coagulati, poi quella cicatrice sul palmo destro che s’era fatta dieci anni prima con un grosso mattone tagliente che gli era franato sopra. Poi a volte si sbottonava perfino le maniche e dava un occhiata ai suoi avambracci grossi e pelosi, con quelle vene gonfie che percorrono per intero il muscolo. Guardava stranito e rabbrividendo un po’. E ripensava a tutti gli sforzi, il sudore e la fatica. E, nonostante tutto, sorrideva. Perché la sua vita in qualche modo aveva avuto un senso. Con quelle mani e quelle braccia, si sorprendeva a pensare, ci aveva campato una famiglia. Lui da solo aveva tenuto tutto, con quelle mani e quelle braccia. Aveva dato da mangiare e da vestire ad i suoi figli e stava offrendo loro la possibilità di diventare qualcuno, di studiare e di farsi una posizione. Voi non avete niente da invidiare a nessuno, gli diceva spesso, voi sicuramente non farete la vita che ho fatto io. E questo bastava per renderlo felice.

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