Tu parlavi una lingua meravigliosa

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Oggi un grande musicista compie 67 anni, uno che parla la lingua meravigliosa di Orfeo. Quando collaborò con il poeta Roberto Roversi raggiunse forse l’apice del suo discorso artistico, che poi riuscì a tenere costante per diversi altri anni, procedendo per conto suo e sfornando numerosi pezzi di vera arte sonora. Spulciando vari siti, e database anche stranieri, molti esperti musicali non riescono ad accostarne il lavoro a quello di nessun altro, per influenze riscontrabili nella sua produzione. Le cantine del jazz da cui proviene gli hanno lasciato un imprinting di libertà e anarchia. Questa canzone parla dell’incontro inaspettato di un uomo seduto in una stazione. Un passato d’amore archiviato riemerge negli occhi di una donna che riappare. Auguri Lucio.

I sassi della stazione sono di ruggine nera.

Sto sotto la pensilina dove sventola adagio una bandiera.

In un campo una donna si china su due agnelli appena nati,

striscia al vento nudo sopra il fuoco, il fuoco violento dei prati.

Un uccello, isolato, raccoglie sopra un vagone abbandonato

il cielo grande d’ottobre e gli strappa il fianco bianco e gelato.

Intorno, dopo la notte, ci sono tronchi sporchi di mosto

e mille macchine in fila laggiù, in un deposito nascosto.

Apro il giornale e provo a leggere per nascondermi un poco,

mentre lei parla ad un uomo ed io riconosco il suo suono un poco roco.

Chiudo il giornale, la guardo, lei è voltata e non mi vede,

i capelli sono biondi e sono tinti; dunque lei alla vita non cede.

Vuoi guardarmi?

Occhio della mente, occhio della memoria,

una donna è vecchia quando non ha più giovinezza

e ascolto la marea del cuore perché siamo vicini.

L’ho ritrovata per caso ma non è più una ragazza.

Vorrei chiamarla e dirle:

le volpi con le code incendiate non parlano, ma gridano pazze

fra gli alberi per il dolore.

Sediamoci per terra oppure là, sopra panchine imbiancate,

sediamoci sopra un letto di foglie secche ed ascoltiamo il nostro cuore.

Ci siamo scordati e perduti.

Ti ritrovo adesso all’improvviso dentro una piccola stazione

in un giorno grigio d’ottobre;

tu non mi guardi neppure, io solo ho l’inferno nel cuore

perché la vita è una goccia che scava la pietra del viso.

E ogni mattina, ogni sera io parto e ritorno da solo,

come il ragazzo che ero

non posso più bruciare in un volo.

Il treno arriva, si ferma,

la mia ombra sale, parte, scompare.

Io ti vedo giovane ancora

come in un sogno dileguare.

(Anidride solforosa 1975)

Dal 1981 racimola una laurea del primitivo ordinamento con tesi in semiotica della letteratura sul tempo nei racconti di Borges; un paio d’anni a scrivere per La Sicilia e un pirandelliano tesserino da giornalista professionista; diversi e non conclusi anni di teatro per ragazzi a muovere e suonare per i burattini; un progetto di digitalizzazione bibliotecaria alla Sapienza, qualche poesia sparsa in varie antologie e l’attuale attività di traduttore e lettore. Adora religiosamente i classici e la poesia.

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