Ho applaudito gaudente Bruno Vespa

Ho applaudito Bruno Vespa. Ed ero convinto e sorridevo. Si chiama “tutti devono potersi esprimere”, articolo 21 della Costituzione. Si chiama Voltaire. Non ci potevo credere. Moralmente è stato questo il momento topico della mia partecipazione alla manifestazione “Riaccendiamo tutto” di ieri sera, organizzata in estemporanea dal sindacato dei giornalisti contro lo stop ai talk show durante la campagna elettorale. Ricordo che “talk” in inglese significa semplicemente “parlare”; per un mese non si potrà parlare. Il provvedimento approvato quest’anno in nome di una ‘par condicio’ che esiste però da ben dieci anni, è lo stesso che da tempo veniva puntualmente presentato da un esponente dei Radicali, per denunciare l’oscuramento di certi partiti dalla ribalta. Eppure una telefonata durante un break nel Consiglio ha deciso che stavolta doveva passare.

Così a Roma in via Teulada, davanti allo studio dove non è andato in onda Ballarò, c’erano veramente tutti. Da Santoro a Floris, dall’Annunziata all’uomo del campanello, appunto; a parte qualche politico famoso e tutti gli altri dementi che sventolavano le bandiere di partito e di qualche cosa rossa che non ho colto. Molti del popolo viola con le loro bandiere: quelle ci stavano bene. Quello è puro, sano e semplice attivismo, ancora. Facendomi spazio tra alcune facce note del giornalismo italiano che ancora si possono permettere di apparire dignitosamente tra la gente (molti redattori del Tg 3, Ruotolo e altri di Annozero) ho guadagnato il mio posto accanto alla cassa più gracchiante che abbia mai avuto la sfortuna di avvicinare. Quasi mai altrettanto ho sentito uscire da un impianto di amplificazione cose così agghiaccianti, o che difficilmente avremo la possibilità di sentire altrove, dati i tempi.

L’inizio è stato affidato a Floris che, dopo qualche osservazione sul danno anche economico che la Rai si auto infligge chiudendo programmi di indiscussa audience, ha lasciato che almeno Crozza in collegamento telefonico facesse la sua copertina. Nell’introduzione del presidente Fnsi, Roberto Natale, c’era il bisogno di tenere unito tutto il fronte professionale, nelle sue più diverse espressioni, visto che la decisione contestata blocca indiscriminatamente  tutti fino al 29 marzo. E poi Lucia Annunziata. La sua trasmissione non era tra quelle incluse nella chiusura forzata. Quando ha saputo della decisione della Commissione di vigilanza della Rai, su proposta di quella bestia di Mauro Masi, si trovava in Iraq. Doveva preparare un servizio sulle imminenti e delicate elezioni di lì, mettendo in risalto le persecuzioni contro i cristiani. La stessa azienda, cioè, che le permetteva di seguire le elezioni all’estero, non le avrebbe permesso di poter parlare degli ebeti che manco riescono ad iscrivere la propria lista elettorale nel suo Paese. Così ha chiesto di rientrare.

Altra notizia: Santoro che legge un articolo di Galli Della Loggia. Ma i fischi preventivi si trasformano in applausi scroscianti quando se ne misura il timbro: una feroce mannaia contro il governo del grande dettatore. Definizione del Pdl, secondo l’editorialista:

una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa – specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma – gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d’ogni risma ma di nessuna capacità.

Agghiacciante sapere che l’articolo ha avuto il tempo di raggiungere Parigi e di apparire nella rassegna stampa di Sky Tg 24, per poi sparire dal quotidiano andato in stampa ieri mattina. E dal giornale parlano di “errore tecnico”. Comunque il pezzo dovrebbe apparire sul Corriere di oggi.

Ma nessun “errore tecnico” ha provocato la decisione consapevole di oscurare tutto, persino Vespa. Il quale, appena finito di registrare negli studi antistanti una puntata per i 50 anni della Rai, è sceso dalla vettura con cui si accompagnava al Pippo nazionale e ha sentito (per alcuni, ha “osato”) di dover dire qualcosa. Difficilmente la sua lingua biforcuta è riuscita ad esprimere un dissenso che male oscurava l’attaccamento vampiresco all’azienda in cui lavora da 40 anni. Ha sproloquiato inoltre sulla solita solfa che nessuno lo calcolò nel 2003 quando ebbe degli screzi con la direzione Rai. C’è voluto il plurimo intervento di Natale e di Floris per far capire a tutti i dementi che fischiavano che era come si tirassero la merda addosso, vista l’ispirazione unitaria, democratica e voltairiana della protesta. Insomma, Bruno Vespa ha parlato (dicendo cagate) e io l’ho applaudito gaudente.

Se c’è un altro barile in cui siamo dentro, non lo so. So però che abbiamo toccato il fondo di questo.

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