Un’Alice palermitana che lecca la vita

Se l’Alice di Carroll fosse nata a Palermo sarebbe stata Annina Tirone, la quindicenne che inventa parolacce e turbominchiate tra le catapecchie di Fondo Picone, lì dove i sorci intingono per bene le code in quel rigagnolo che un giorno fu il fiume Oreto.
Annina esce dalle pagine de L’invenzione di Palermo, opera prima di Giuseppe Rizzo, che nato agrigentino, in trasferta a Roma ha trascorso un bel pezzo di vita a Palermo dove ha pure scritto sul Giornale di Sicilia.

È una favola, una bella favola di quelle che avresti volentieri ascoltato quand’eri picciriddo. Si perdonano perfino quel paio d’ingenuità che sfilacciano la trama, prima fra tutte l’età scelta per Annina. Una palermitana di quindici anni alla fine degli anni Ottanta sarebbe finita in una baracca tutta sua a tirar su un figlio dopo l’altro. La copertina svia e confonde, facendoci più confusi che persuasi, due bambine.

Rizzo ha mano mirabile e felice a creare parolacce,  fa gemmare leggero la meraviglia dal grottesco che affratella tutta una schiera di personaggi che paiono usciti dritti dritti dalle pellicole sgranate di Ciprì e Maresco.

E la neve attesa, desiderata, purifica e fa dimenticare le offese del mondo, del sindaco, del Principe. Ci sono nani, zie guaste con geni di jena e tentacoli di polpo, le invenzioni strampalate d’un disoccupato che protesta per mestiere e c’è pure la buon’anima di Mike Bongiorno. Basta un biglietto zingaro per il paradiso e tutto il resto va leccato via nel ricordo d’una torta di compleanno che mai arriverà. C’è stoffa e Rizzo sa cucire.

Mi addormentai riavvolgendo il nastro di quelle ultime settimane in casa Tirone. Come ogni inverno, mamma aveva ritirato fuori il rosario di lagne sulla baracca, il freddo, le creature, i sorci e le malattie. Ogni chiacchiera con papà, pure quella più stupida, pure quella che non c’entrava niente, andava a parare sull’unica cosa che mamma riteneva potesse salvarci da Fondo Picone: la casa popolare.
L’alloggio l’aspettavamo da quando nostro signore Gesù l’aveva inventato e sua Santità il Sindaco di Palermo aveva distribuite la case come ostie preziose. A noi, non ce n’erano toccate. Secondo mamma perché eravamo dei peccatori. Secondo papà perché erano dei cornuti.

In rete

L’invenzione di Palermo e Istruzioni per l’uso di miracoli e tamburi, embrioni del romanzo comparsi su Nazione Indiana

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