Tre gocce di zammù (4)

[intro[1][2][3][4][5][6]

«Rossellina, lo vuoi un mottarello?»
«Minico, quelle cose confezionate lasciale agli americani e agli amici loro, che meglio del gelato alla nocciola del bar Carmelo non ce n’è»
Nell’emporio dei Lanzafame era arrivata un’alitata di progresso, dopo quasi cent’anni di resistenza a qualsiasi novità, accanto alle bottiglie d’anice comparvero di soppiatto le merendine e le patatine imbustate. Pinuzza sorrise sollevata: per fortuna quelle porcherie erano giunte quando già Ninuzzo era volato via dal nido, che altrimenti la pensione se la sarebbe scialata tutta in due giorni per riempirsi la panza di gelati da passeggio. A lei bastava un chilo di pane di frumento, un litro d’olio e una caciotta per saziare la famiglia tutta, assieme ai rigatoni col sugo di pomodoro e i biscotti col cimino che mai dovevano mancare.

«Prendo pure lo sciroppo alla menta e due chili di bucatini che domenica viene a pranzo Carlo e voglio fargli la pasta con le sarde e il finocchietto selvatico che mi portò mio cugino Saro».
La signora Pinuzza con un nipote quasi parrino e a tre anni dal fattaccio, poteva permettersi di squietare la curiosità di Minico Lanzafame, che avrebbe poi provveduto a diramare il bollettino con tutte le commarelle che l’avevano evitata negli ultimi tre anni, manco avesse la spagnola.
«Segno?» chiese il Lanzafame con sommo rispetto.
«No, Minico, non segnare un ciufolo: pago in contanti.» Minico sobbalzò, come un fagiolo salterino, la penna gli sciddicò da dietro l’orecchia e finì dritta dritta nella tasca del grembiule blu. S’era raro vedere moneta sonante prima del quindici del mese, era cosa inusitata e mai successa prima che il contante venisse dalle tasche del casato sbilenco dei Lo Cicero.
Qualcosa era successo, qualcosa su cui tutta Comala avrebbe sparlato volentieri. Che sotto Natale la cosa più interessante era il ritorno degli emigranti che però durava picca e niente, che bastava varcare lo stretto per sentirsi emancipati e dimenticarsi delle proprie radici. Venivano tutti con vestiti baggiani, sfoggiando cappelloni e acconciature che sfidavano la buon’anima di Isacco Newton e quanto aveva scoperto pigliandosi quella mela sulla capa. La signora Pinuzza invece era stata risparmiata dal curtigghiu per troppi anni, si doveva rimediare.
«Rossellina, andiamo che dobbiamo passare pure dallo scarparo per ritirare la borsa e comprare i colori per le statuine del presepio».
«Sì, nonnina! Ma me lo compri davvero il cono a nocciola e cioccolato? E ci posso mettere pure la panna?» chiese la bimbetta che portava un cerchietto a tener buoni i capelli rossi e ricci come rovi.
«Vita mia, certo che ce lo prendiamo il cono. Magari magari pure la brioscina col viddico mi concedo. Ciao Minico, salutami tuo padre e tuo zio».
«Sarà servita, donna Pinuzza e porti i miei omaggi a Caterina e don Ninuzzo: che io lo sapevo che si faceva parrino, che noi guardavamo le fimmine e lui sempre col naso in libri sempre più spessi».

Appena la signora Pinuzza uscì, Minico sospirò: «Ma chi minchia è sto Carlo? Non sarà davvero il figlio del commissario?». Con sti dubbi si misse la ramazza in mano e pensò a quella domenica che era andato a trovare Ninuzzo e aveva visto di sfuggita una minna di Caterina far capolino dalla vestagliona di flanella rossa. Con quella minna in testa era andato di mulinello per il resto dell’adolescenza. E ancora oggi quando stantuffava sua moglie la richiamava dall’oblio per farselo durare duro il più possibile, che la sua consorte dopo l’allattamento dei suoi due gemelli aveva per petto due borse dell’acqua calda tristi e vuote.

***

Carlo passeggiava sui marciapiedi del Corso Federico dal lato dell’ombra, che pure ch’era dicembre il sole picchiava sul borsalino. Si pigliò un caffè al bar Aurora e si accese una sigaretta con uno zolfanello.

Da quando suo padre s’era trasferito da Monreale a Comala la sua vita era stracanciata, aveva perfino smesso di correggere il caffè con la grappa e aveva detto addio alla facoltà di legge che nulla aveva accucchiato in sette anni di studi, giusto giusto diritto civile e filosofia del diritto. Tanto valeva passare ad ingegneria e iniziare a pensare di entrare nel bisinissi del mattone che tanti amici suoi aveva arricchito. Nel riflesso della vetrina della torrefazione s’aggiustò il cappello e il baffetto alla Clark Gable che tanto facevano ridere Caterina.

A Rossellina Carlo piaceva, le faceva fare cavalluccio e le portava sempre le rotelle di liquirizia che le facevano la lingua nera nera come il pelo del canuzzo che le aveva regalato, lei l’aveva chiamato Cucchiara perché quando Carlo l’aveva portato dentro una scatola di scarpe era talmente piccolo che dovevano dargli a mangiare con un cucchiaino. Fu amore a prima vista: dove c’era Cucchiara, trovavi pure Rossellina.

La signora Pinuzza aveva finto di non gradire quella bestia per casa, ma poi era stata felicissima di vedere Rossellina con gli occhi chini chini di felicità. Cucchiara stava bene con tutti, tranne che con Carlo, ogni volta che lui si avvicinava per dare una vasata leggia leggia a Caterina, Cucchiara gli ringhiava che pareva volesse addentargli i calzoni, cosa da strappargli tutti i peli a quel sorcio irriconoscente. Ma con Cucchiara che teneva impegnata Rossella, le possibilità di restare solo con Caterina e con le sue generose scollature s’erano moltiplicate.

Visto che era una bella giornata e il sole scuciva uno dopo l’altro quei nuvoloni che s’erano piazzati da settimane su Comala, Carlo si fece lustrare le scarpe da Pinè, lo scimunito del paese, e andò dritto a suonare il campanello di casa Lo Cicero. Si fece precedere da un vaso di petunie che a pagina settantaquattro del libro dei fiori era scritto bello chiaro che nel linguaggio dei fiori erano il segno palese dell’amore che non si può nascondere. Quel libro l’aveva preso alla biblioteca di Ficarazzi perché delle rose manco lui poteva più sentire l’odore.

E soprattutto era stata Donna Pinuzza a pigliarselo di lato e dirgli papale papale che tutti quei fiori riempivano la casa della stessa aria che si respirava al camposanto. Se proprio fiori dovevano essere, meglio in vaso, che duravano pure di più. E così il terrazzone di casa Lo Cicero pareva adesso uno dei giardini pensili di Babilonia da cui puntualmente Caterina, Cucchiara e Rossellina s’affacciavano ogni volta che sentivano il campanello suonare.

2 pensieri riguardo “Tre gocce di zammù (4)”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *