Vermi

Un grosso camion sporco e puzzolente. Dietro la grande bocca dentata che rimastica la sua immondizia e vomita liquami scuri. Un mostro chiamato autocompattatore. A cavallo che lo governano tre operai in divisa arancione fosforescente. Faccia dura e cinica, tipo Far West. Quello aggrappato alla pedana di dietro, a pochi centimetri dalla bocca che rimastica, è un padre di famiglia sessantenne. Ha una pancia enorme, la bocca sdentata, gli occhi sottili e inespressivi. Sul viso ha una brutta voglia violacea ed è conosciuto per le grasse risate, per le bestemmie e le scorreggie in compagnia. Finita di vuotare l’ennesima fila di cassonetti, il camion riparte. Ma viene subito fermato dalle urla del padre di famiglia. “Fermi! Oh, fermi! Cazzo fermatevi!”. L’autista mette il piede sul freno e guarda nello specchietto. “Cazzo vuole?” sbraita. E giù un’altra bestemmia. “Aspetta! Aspetta!”. Il padre di famiglia salta giù dalla pedana e corre indietro verso i cassonetti appena vuotati. Lo specchietto sudicio riflette la goffa corsa. Sembra un cinghiale zoppo, troppo grasso. Il culo enorme lo costringe a muovere le gambe in un modo grottesco. Infine si ferma, si china a raccogliere qualcosa, la guarda, se la infila nei pantaloni. “Andiamo! Andiamo!” urla il padre di famiglia tornando alla sua pedana. Passa la mattinata di lavoro. Svuotano un’altra decina di cassonetti. Il tizio non dice più niente. Poco prima di andarsene, l’autista cede alla curiosità. “Perciò, che cazzo hai preso?” gli chiede. “Cosa?” dice il padre di famiglia. “Quando hai fatto fermare il camion!”. “Aaah”. Il padre di famiglia sorride, gli occhi non si vedono più. Fa due colpi di tosse, come a sottolineare l’importanza del momento. Si tira l’elastico dei pantaloni arancioni e prende un ammasso di carta spiegazzata e lurida. “Cazzo è?” chiede l’autista. Ma già ha capito. Il padre di famiglia sfoglia. Continua a sorridere. “Guarda qui! E qui! E qui!” dice, indicando col dito. Le pagine sono malridotte. Hanno macchie evidenti, scure e informi. Il giornale era stato buttato nell’immondizia. Stava nell’immondizia. Fa proprio schifo. “Ma tu sei tutto scemo!” gli dice l’autista, ma non può fare a meno di ridere. “Ora vado a casa, lo pulisco un po’ e me lo guardo ben benino…in bagno!” dice il padre di famiglia. “Attento a tua moglie!” gli dice l’autista. “Nessuno problema. Tanto è una rincoglionita!” dice il padre di famiglia incamminandosi verso casa. In mano, quasi caduto dal cielo, il suo bel giornaletto porno.

“È un lavoro schifoso, miserabile. A volte arrivo a casa e neanche mangio, ho il voltastomaco. Apro la porta, cerco di scappare dalla vista della mia mogliettina, e mi precipito sotto la doccia, per levarmi di dosso quell’odoro di schifo”. Giovanni fa il giornalista. Ha vent’anni e fa il giornalista. In Sicilia. Ovviamente non lo pagano un cazzo, ma per ora è contento così. Passa le giornate a parlare con la gente. Con una predilizione per la gente semplice. Come Pietro, cinquantasei anni, grasso, senza capelli, operatore ecologico. Uno dei pochi che si è fatto intervistare senza nemmeno chiedere l’anonimato. “Certo, di buono c’è che siamo privilegiati. Come non ammetterlo. Lavoriamo solo la mattina. In fondo siamo dipendenti pubblici, e siamo trattati bene. Lavoriamo poco, siamo pagati discretamente e siamo tutti in regola. Nessuno ti vuole fottere sui contributi. Nessuno ti leva soldi dalla busta. Insomma, da questo punto di vista, è una pacchia. Però continuo a dire che è un lavoro schifoso”. Racconta Pietro che una volta sono stati assaliti dai vermi. Si, si, proprio dai vermi. C’era un grosso sacco nero che era rimasto a fermentare chissà quanti giorni. A dieci metri da un cassonetto. Quando gli spazzini si decisero a prenderlo e darlo in pasto all’autocompattatore, questo si cominciò a muovere. Il sacco. “Dentro – spiega Pietro – c’erano vermi larghi quanto una mia mano e lunghi anche venti centimetri”. Il sacco era stato riempito da qualche macellaio della zona con una cinquantina di chili di scarti. Non appena gli spazzini provarono a sollevarlo, si spaccò e uscirono centinaia di vermi giganti che si abbatterono sulle loro teste. “Si infilarono dappertutto, erano viscidi, pieni di bava. Ci dovemmo spogliare tutti perché si erano infilati fin dentro le mutande”. Un collega di Pietro, la notte stessa, svegliò sua moglie con un urlo. Da bambino aveva una fifa matta dei vermi.

Giovanni fa il giornalista, abbiamo detto. E non viene pagato. Suo padre, Nino, cinquant’anni, operaio edile da trentadue, sa già di non avere nessuna speranza di una pensione dignitosa. Se tutto va bene, gli accettano la minima. Cinquecentosedici euro al mese. Nella sua carriera di bracciante del cemento, infatti, almeno per la previdenza italiana, lui ha lavorato si e no dieci anni. E ha dovuto sempre ringraziare, commuovendosi addirittura, tutte quelle poche volte che il principale di turno ha usato la carineria di “metterlo a regola” . Ha dovuto, quelle poche volte, stringere gli occhi davanti a lui, per non far uscire la lacrimuccia. Fare gli auguri a moglie e figli per le feste comandate. Guardarlo negli occhi riconoscente e poi abbassare la testa in mezzo alle spalle, come un cagnolino timido timido, pronto forse a scondinzolare. Certo, poi nella “busta” di fine mese i soldi non erano tutti ma proprio tutti.  Mancava sempre qualcosina. Certo, i contributi versati erano sempre di meno di quelli che avrebbero dovuto essere. Ma non si può volere tutto dalla vita. D’altronde si è trattato di rare eccezioni, si è già detto. Il lavoro è tutto “a nero” qui in Sicilia. O questo o patate. E i principali – cani e figli di buttana – non sanno fare altro che giustificarsi dando la colpa all’Economia, allo Stato, alle Tasse. E quelli che la prendono nel culo sono sempre gli stessi. Già. Nino a cinquant’anni si sente vecchio come uno di ottanta. Ha le mani spaccate, due ernie a disco, una spalla e un polso che fanno pena. Ha perso la sensibilità a tre dita della mano dopo un incidente sul lavoro, e per un altro ha un occhio lesionato che non gli fa vedere come di giusto.  Ora suo figlio Giovanni fa il giornalista. E non viene pagato.

Ogni sera sempre la stessa storia. Il padre Nino ha notato che il figlio Giovanni sta crescendo. Lo ha notato da poco e cerca di indirizzarlo verso scelte giuste. Lo fa frettolosamente, senza metodo. “Giovà – gli dice – Tu hai gli studi, ora ti laurei. Hai il pezzo di carta. Sei bravo, intelligente, sai parlare. Non farai una vita di merda come la mia. Non devi fare lo schiavo per gli altri come ho fatto io. Ti ho fatto studiare e ho fatto mille sacrifici. Giovà, ora tocca a te farti un avvenire. Fatti furbo e fotti a tutti. Lo devi fare per te, ma anche per me. Io è una vita che la prendo nel culo. Tu devi essere diverso. Fatti furbo, Giovà. Non fare minchiate e fatti furbo”. Giovanni conosce l’antifona, sa cosa significa. “Giovà, devi imparare a leccare il culo alla gente che comanda! Giovà, fatti le tue conoscenze, statti vicino ai politici, che quelli un posto te lo trovano! Tu ora dici che fai il giornalista e allora significa che tu i politici li conosci. Vedi quello che devi fare e vedi di trovarti un bel posticino!”. Giovanni a quel punto aspetta che finisce la cena, si alza e se ne va. Senza dire niente. Questo vuol dire che si sta facendo giudizioso e maturo. Prima invece gli rispondeva, infatti, pieno di livore. Con la ferma convinzione di essere nel giusto. Gli urlava che lui no, non avrebbe leccato il culo a nessuno. Che quelli che secondo suo padre “comandano” sono solo una massa di delinquenti che si approfittano della miseria e dell’ignoranza della gente per fare i sporchi affaracci loro. Che continuando così non c’e nessuna speranza che qualcosa cambi. Ora aveva imparato a non rispondere più. Non che avesse cambiato idea, però.

Suo padre aveva passato anni e anni a leccare il culo alla gente che conta. Solo che aveva cominciato tardi. E si era stufato presto. L’ultima volta quando un politicante della Provincia qualche anno fa gli aveva promesso un bel posto di spazzino. Lavorare nell’immondizia significa lavorare sicuro. Un bel posto fisso, sindacati che ti difendono, tutto in regola. Una favola. Stavano facendo un nuovo consorzio per la raccolta rifiuti e presto sarebbero entrate più di cento persone. Tutte dopo una rigorosa “selezione pubblica”, ovviamente. Suo padre stava per essere “infilato” lì dal politicante, un vecchio amico di un cugino elettricista. Lo aveva preso a simpatia, specie dopo che gli aveva detto di avere una famiglia molto molto numerosa. Solo che, al momento di compilare la richiesta di assunzione, il politicante amico del cugino elettricista gli aveva fatto la fatidica domanda. E suo padre aveva dato la fatidica risposta. “No, non ho preso quinta elementare” aveva detto suo padre, abbassando lo sguardo per la vergogna. Il politicante amico del cugino elettricista allora l’aveva guardato in un modo terribile e, diventato rosso rosso in faccia, l’aveva preso a male parole. Era proprio andato su tutte le furie. Aveva tirato in ballo sua madre, sua moglie, i suoi figli, tutta la sua famiglia, e poi Gesù, la Madonna e un paio di Santi. Era sfumato l’affare. Suo padre aveva balbettato delle  scuse, si era infilato il cappotto e aveva tagliato la corda. Una morsa nello stomaco. Tornato a casa, passò mezz’ora davanti allo specchio asciugandosi le goccioline di saliva che il politicante amico del cugino elettricista gli aveva sputato in faccia mentre lo cazziava.

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