Cercando dignità perdute

I protagonisti di “Prima che vi uccidano” sembrano, per molti aspetti, i discendenti dei vinti verghiani: il romanzo, pubblicato per la prima volta da Giuseppe Fava nel 1976 ma ambientato all’indomani della seconda guerra mondiale, rievoca una Sicilia agitata da confuse ribellioni, da un desiderio diffuso nelle masse di emergere dalla miseria, vedendo riconosciuti i propri diritti, e dalle manovre decise di chi con le terre deteneva il potere, per mantenere i propri privilegi. La terra, la roba, il banditismo, il lavoro massacrante nelle campagne e nelle miniere, la malattia collegano i personaggi di Fava a quelli di Verga, quasi a sancire il legame malato e mortale che li lega a un mondo destinato a perdurare nei propri orrori e nelle proprie nefandezze, a una Sicilia perdutamente uguale a sé stessa.

Ciò che distingue i personaggi di Fava da quelli di Verga è una tenace vocazione alla vita, che finisce però inevitabilmente con il collidere con una corsa verso il nulla, verso la morte come fine delle speranze: «Ho lavorato tutta la vita e mi pareva sempre che, dall’oggi al domani, dovesse accadere qualcosa, ma nemmeno io sapevo che cosa e perché. Invece mi sono morti i figli e la roba che avevo l’ho perduta. Ora se ne andrà anche Alfio e non lo vedrò più. Un giorno arriverà la morte… Che senso c’è?» dice Turi Scirpu alla moglie alla fine del romanzo.

La morte si chiude sui due protagonisti, Michele e Stellina, sul predicatore Rossano, che infiamma le piazze ricordando loro le condizioni “bestiali” in cui sono costretti a vivere, sui compagni di latitanza di Michele. La morte accompagna le loro azioni e le loro vite, mai come evento naturale ma sempre tragico e violento, attraverso un fucile, un coltello, lo schianto di una parete in una cava, un crollo in una miniera, la malattia. Ognuna delle morti che attraversano il romanzo ha un colpevole, uno o più assassini, ognuna lascia delle mani sporche, ma soprattutto ognuna fa dei personaggi di Fava non più dei vinti ma delle vittime. Persino sull’unico dei personaggi che potrebbe sembrare trovare il riscatto nella scelta di emigrare, si allunga l’ombra fatale della sconfitta: «è come se uno di noi due stesse per morire», pensa Alfio in procinto di partire per il Venezuela, mentre saluta l’anziana madre. Andare via è solo un modo diverso di essere vittima, di essere risucchiati dal nulla.

Ma a morire, nella lunga stagione di scioperi, di violenze, di occupazione delle miniere, che fa da sfondo alla vicenda, non è solo la povera gente che attraversa il romanzo, bensì la Sicilia stessa, è un’intera terra che va incontro alla propria fine violenta, destinata a soccombere alla reazione dei “padroni” e a sprofondare nell’abisso delle logiche clientelari e mafiose, che la dilanieranno nei decenni seguenti fino ad oggi. Fava rievoca quella stagione nella storia della nostra isola, in cui forse qualcosa poteva cambiare o, quanto meno, tale speranza fu confusamente avvertita e condivisa, per poi essere duramente repressa.

Nel corso del romanzo Rossano si rivolge a chi detiene il potere e lo ammonisce: «voi che siete i padroni delle miniere, dei pascoli, delle chiese e delle foreste, aiutateli a non morire, perché anch’essi sono uomini, aiutateli a cercare la loro dignità, perché anch’essi hanno anima umana. Aiutateli, prima che vi uccidano, poiché se essi saranno destinati a morire la vostra morte sarà ancora più orribile». Anche Michele ha un’idea precisa di che cosa sia la dignità di un uomo e sa che è quello che desidera ottenere: «forse è la dignità che è la cosa più difficile da spiegare: cioè un lavoro, che però deve essere sicuro e nessuno te lo deve poter togliere; una casa pulita con l’acqua che scorre dai rubinetti e le lampadine elettriche. Un uomo vuole imparare a leggere e a scrivere per farsi convinto con la sua testa di quello che accade nel mondo, vuole avere le medicine quando è ammalato, non vuole più stare col berretto in mano dinanzi a nessuno». Ma sia Rossano che Michele sono destinati ad essere vittime senza redenzione, a vincere, alla fine, è l’avvocato Ieli che, divenuto deputato, rappresenta il potere di sempre destinato a riprodursi entro schemi nuovi e, tuttavia, sempre uguali. Egli può liquidare le ammonizioni di Rossano come il delirio di un pazzo, poiché sa che l’ignoranza dei contadini e dei minatori li condanna inevitabilmente a soggiacere, a non capire la propria condizione e, dunque, ad essere impotenti nel mutarla. In un romanzo pervaso da una disperata idea di morte, in cui «ogni uomo possiede il suo corpo soltanto, la parte più miserabile di sé stesso», egli rappresenta quella categoria di uomini che si arroga il diritto di “possedere gli altri”, ritenendo che un tale potere non necessiti di assoluzioni.

Le pagine di Fava lasciano un senso di profonda amarezza e di sconfitta, ci spingono a confrontarci con nodi ancora irrisolti della nostra storia recente, ci inducono a riflettere su quanto ancora oggi il valore della vita umana sia troppo facilmente quantificabile in denaro. Le riflessioni di Michele su che cosa sia la dignità di un uomo non possono non indurci a considerare quanto poco tale valore sia rispettato e quanto poco oggi si faccia per garantirlo.

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