Tre gocce di zammù (3)

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La signora Pinuzza iniziò a cucire biancheria di fino per i corredi delle comalesi prossime a maritarsi, così poteva far campare dignitosamente Rossella e Caterina. Ninuzzo ora studiava teologia a Messina e venne fuori che voleva farsi gesuita. Quella notizia portò una ventata di rispettabilità tra le mura dei Lo Cicero, tanto che i cugini che avevano smesso di andare nella casa del Corso ricominciarono a farsi vedere e a riempire di balocchi e dolciumi Rossellina che diveniva di giorno in giorno più bella.

Caterina si convinse che Ciccio era stato rapito da una donna di fuora che l’aveva visto bello, asciutto e gagliardo come Nembo Kid e l’aveva tenuto con sé a forza di incantamenti. Di sicuro Ciccio non lo sapeva che ogni volta che s’ammazzava una lucertola o un rospo si doveva dire a voce alta “pri serpi t’ammazzu, si si’ donna m’arrispunni” e così la donna di fuora se l’era scinnuto in mezzo ai diavoli della Zisa che nuddu mai riuscì a contare. A questi pensieri sputò tre volte per terra e si stricò per bene sulla fronte la coda di lupo che una volta Ninuzzo gli aveva portato di ritorno da un’andata a caccia con gli amici suoi.
A Comala funzionava così: bastava che un membro di una famiglia pigliasse i voti per dimezzare i peccati della sua stirpe. Se Ninuzzo diventava per davvero gesuita sua sorella e la figlioletta sua potevano camminare di nuovo a testa alta per lo stratone.

La vocazione di Ninuzzo sembrava bella e sincera, a forza di leggere filosofi e filosofie sin da quando era picciriddo si convinse che tutta la scuola d’Atene e quelli che vennero dopo avevano mirato a un principio unico a cui tutto tendeva, c’era stato chi l’aveva chiamato acqua, chi fuoco, chi infinito, chi logos e chi s’era spinto più in là vedendo che solo l’amore ci salvava da questa vita vacante. E San Giovanni non aveva avuto dubbi nel principiare il santissimo vangelo suo scrivendo del Verbo ch’era presso Dio e ch’era Dio. Si rifilò la barba che si stava facendo crescere e pregò per il bene della sua nonna, di sua sorella e in special modo della sua nipotina. Alla fine il pettegolezzo aveva varcato i confini di Comala ed era giunto prima della fine della gravidanza all’orecchio del suo padre spirituale che l’aveva messo poi al corrente. Ma erano lontani gli anni in cui le vergini morivano e venivano mummificate in vesti bianche sotto la croce perché seguissero l’Agnello dovunque andasse. Inforcò gli occhiali, sempre più necessari per seguitare a leggere i tomi della biblioteca della facoltà.

Mentre era immerso nella lettura dell’enciclica Populorum progressio di Paolo VI, nella conclusione della prima parte trovò quello che aveva sempre cercato. Lo lesse a voce alta, infischiandosene del silenzio che reggeva tra le seggiole di noce della sala di lettura: «Non v’è dunque umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana. Lungi dall’essere la norma ultima dei valori, l’uomo non realizza se stesso che trascendendosi. Secondo l’espressione così giusta di Pascal: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”». S’appunto il passaggio nel quaderno a quadrettoni e andò avanti.

Come sempre perdette la cognizione del tempo e, con la panza strabordante e schiacciata sul tavolo, finì a pensare ai suoi anni verdi trascorsi a Comala. Tutti i ricordi iniziavano rammentando ogni nicchia della casa del Corso: ecco la scala da cui era ruzzolato per chiamare la nonna quando arrivò la notizia che il nonno era morto nell’officina mentre era sotto un’alfetta cercando inutilmente di avvitare l’ultimo bullone della sua vita; e poi su, sino alla terrazza in cui la nonna teneva le galline a cui tirava il collo con le lacrime agli occhi per fare il brodo, quando erano troppo vecchie per fare ancora le uova che lui si beveva a colazione; ecco poi la poltrona di pelle in cui la nonna cuciva col ditale smaltato sul medio, punto dopo punto; e Caterina che s’asciuga i capelli nella terrazza in pieno sole, salutando gli amici che vede passare in strada negli abiti buoni della festa ed ecco la stanza tutta sua in cui leggeva e mangiava pollanche sgranando frumentone giallo e succoso.

Gli anni del Corso avevano una densità diversa, tipica d’una fascinazione pericolosa, impantanarsi nel tempo che fu è fin troppo facile, soprattutto per la fervida memoria di Ninuzzo che ricordava ancora dove la nonna teneva la moka, dove teneva lo zucchero di canna e dove il catino per la notte. La pendola del soggiorno segnava le ore con costanza e dal finestrone la luna sembrava una caciotta gonfia e madida, pronta per essere affettata e mangiata col pane buono di paese, quando ancora i fornai si svegliavano alle tre per impastare i filoni con la giggiulena che si metteva ad asciugare dopo che l’avevano lavata per bene. E mentre lui riempiva i quaderni coi dettati, la nonna ritagliava i cartamodelli dai vecchi Burda che teneva in un cestone per fare poi i vestiti a Caterina che sembrava sempre appena uscita dalla migliore boutique di via Roma.

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