Uomo è chi è padrone della sua lingua

Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai quasi tutte le altre materie. Non faccio più che lingua e lingue. Mi richiamo dieci, venti volte per sera alle etimologie. Mi fermo sulle parole, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi. La parola è la chiave fatata che apre ogni porta. Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua.

don milaniLa potenza e la ricchezza della lingua, nostro genetico mezzo espressivo, è tale che ignorandone la caratura si rischia di viverci dentro facendosi muovere (anche in termini di pensiero) da modelli estranei neanche percepiti come tali. Riferendomi al discorso del mutamento e impoverimento odierno dell’italiano accennato nel precedente pupino, è bello riscoprire il lavoro di Lorenzo Milani. Unica direzione: consapevolezza. Forse la sua opera non è immediatamente pertinente, non indica come pensarla nella querelle mossa dall’articolo di Segre. Di certo però egli legava in maniera profonda la questione della lingua a quella dello sviluppo della persona, sottolineandone il reciproco condizionamento e la necessità di una formazione consapevole. E ciò non diventa affatto un rimando alla lingua colta e raffinata, anzi. Tanto riguardo aveva Milani della verità insita nei modelli della lingua parlata dai poveri e dagli analfabeti, che affidò più volte alla loro immediatezza il succo scritto dei suoi pensieri, redigendoli in cooperazione con tutti i ragazzi che frequentavano la sua scuola, facendoli sbocciare da una riflessione collettiva. Qui ho trovato alcuni estratti e qui qualcosa di più.

Autore: Marco Bisanti

mela penso

Un pensiero riguardo “Uomo è chi è padrone della sua lingua”

  1. “Non ho che una lingua, e non è lamia.
    […]
    E mai questa lingua, la sola che io sia così votato a parlare, finché parlare mi sarà possibile, alla vita alla morte, questa sola lingua, vedi, non sarà mai la mia. Non lo fu mai, in verità. […]

    Ecco perché si scrive, ecco come si sogna di scrivere, forse. Ed ecco perché facendolo ogni volta ci si ricorda, ci si inquieta, ci si mette in cerca di storia e di filiazione.
    […] Anche se lo dimentica, chiama ancora questa memoria, si chiama così, la scrittura si chiama a memoria.

    […]

    Appartenenza della lingua…Ma chi la possiede di preciso? Ed essa chi possiede? La lingua è mai in possesso, come un bene proprio? Che ne è di quell’essere-presso-di-sé nella lingua, verso il quale non smettiamo di fare ritorno?”

    (J. Derrida, Il monolinguismo dell’altro)

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