C’è qualcosa che urla in questo posto, si sente distintamente. C’è qualcosa che urla e fa sorgere un dubbio, ogni volta che urla: se sia la furia quotidiana del principe o la tormentosa resistenza dell’onesto.
Questo posto urla e i sordi sono più di quello che sembra. Ma io ora non sono più sordo. Qui il cielo si abbassa e, non fossi già vecchio, potrei anche allungarmi fino alla volta che domina il mare e un tempo era simbolo di libero arbitrio. Ora quell’azzurro schiaccia, smussa e soffoca ogni prova di risveglio sgradita. E poi ci sarebbero le urla a distrarre il mio volo! Non fosse per il buio che pesa sulle orfane stelle, potremmo cambiare direzione in favore di un posto più calmo: altrove la luna impianta sentieri d’argento.
Ma, escluso chi parte, è qui che si resta e dorme il varo di un nuovo splendore.
Riconosciuto da chi l’abbandona come il posto soggettivamente più bello che esista, cresce in ogni persona che resta il desiderio d’incidergli un passo e un’impronta diversa. Ma il posto non vuole cambiare perch’egli stesso è il primo a incantarsi, divorarsi e terrifica con lingua rasata ogni atto deviante, annega gli occhi, la vista efficiente. E chi vuole incidere ne esce anzi inciso.
C’è qualcosa che urla in questo posto. Riacquisti l’udito solo fuori di qui. Poi, la prima volta che torni, lo senti come un sottofondo nell’aria della città, nelle facce dei suoi abitanti, nei ruderi dei vecchi balconi, nei giardini d’antiche delizie, nel sole che sveglia i mercati e ovunque appresso ai randagi negli arabi vichi.
C’è qualcosa che urla e fa sorgere un dubbio. Ma è sicuro che urla.
(sopra, alberi di ficus a villa Garibaldi; sotto, il Cassaro visto da Lillo Sorrentino)



