Eppur si scrive. Il miracolo è scrivere ancora

Una generazione perversa e adultera pretende un segno!
Ma nessun segno le sarà dato

Matteo 12,39

Un segno noi siamo, senza senso
F. Hölderlin

Scrivere è fronteggiare l’eventualità di un miracolo. Scriviamo, in altre parole, perchè la possibilità di una catastrofe ci sia risparmiata, temendo l’evenienza di quel superiore disordine che, irrompendo nella razionalità del discorso, ci indurrebbe a ricadere nell’ineffabilità dell’infanzia – lo spazio bianco delle nostre nascite immature. Non può d’altronde che dirsi così di quel nostro pretenderci autori, dell’arroganza con cui poniamo la firma a sigilla di un testo, come se le parole di cui esso si compone, i concetti che lo formano, rientrassero nella disponibilità di ciò che ci è proprio. Apprendisti demiurghi, gli scrittori bramano il miracolo e lo temono, al contempo; in perpetua ricerca dell’origine, erigono testi come possenti bastioni atti a rivelare, celandolo, l’abisso di senso da cui ogni singola parola pure proviene.

Il miracolo, eppure, accade, il segno – la sua indecifrabilità, l’ambiguità che sfigura il testo e lo deforma, restituendolo ai suoi natali di cenere – si impone. Indicibile, apolide, nomade, esso – contro ogni ragione – si manifesta, appare. Non una parola fra le altre, evidentemente; esso appare invece sottraendosi, sparendo, fra le maglie del discorso, fra le luci e le ombre di ciò che si dà a vedere.

Questo breve abbozzo di una teoria del miracolo, del tutto laica e non confessionale mi sono stati sollecitati dalla lettura del numero 0 del Bollettino dei Moai, laddove il numero zero (la cifra in sè) assumeva il ruolo, ai miei occhi, di quel miracolo di cui ho descritto alcune caratteristiche. Quasi che l’intera rivista, insomma – ma non è poi questo il compito di tutta la scrittura, appunto? – portasse su di sé l’onere e l’onore di un tentativo, munifico ed effimero, sullo zero.

Poi, certo, i numeri si sommano, i giorni scorrono, e lo zero della rivista era già all’opera come mera finzione letteraria. Eppure, lo zero resta, perdura, come l’esitazione di un punto interrogativo, la persistenza di un sospetto; e irrompe fra le pagine, smascherando – con la sua epifania – quell’urgenza che predomina la scrittura, quella virulenta forza maggiore che fa emergere l’inchiostro dalla pagina, in altre parole l’emergenza di un autore. La sua emergenza personale, innanzitutto.

Perché sempre più spesso, laddove la scrittura confina davvero con lo zero – ovvero, senza ironie, laddove essa si confronta con la sua accidentalità più pura, con la sua transitorietà, con l’insussistenza di un pur unico lettore – mi accade di scorgere l’autore con la sua personale emergenza, quella quotidiana, personale, quella che forse l’autore non vorrebbe nemmeno far trasparire, fra le righe. Perchè scrivi? Scrivi perchè quel che non sai scrivere ancora è terribile. Scrivi perchè la tua scrittura sia scrigno, sopporti e custodisca, ma soprattutto, respinga, il miracolo che ti minaccia. Nessuna cosa sia dove la scrittura manca(S. George). Ciò che scrivi, al contrario del miracolo che temi, è, persiste, si dà.

Per questo, di fronte alla scoperta, all’interno del numero zero del bollettino dei Moai, di un testo in più parti composto con materiale altrui, copiato e incollato senza riserve, mi interrogo sul limite oltre cui l’emergenza personale dell’autore – la possibile epifania di un qualcosa di intimo che non viene alla scrittura, che non si dà, e tuttavia appare: il miracolo – anzi-chè motivarne e animarne la scrittura, finica per tradursi invece nell’annicchilimento della stessa – nel suo azzeramento.

Perché, come abbiamo detto fin dall’inizio, il miracolo è terribile. V’è del mostruoso, nel segno: esso si mostra, esso è un mostro. Non a caso Hölderlin, nel suo ambiguo verso, descrive l’uomo stesso come un segno, senza senso; un indice, che indica in direzione del nulla. Il nulla, che a volte può essere anche lo spazio bianco, oltre il quale questo articolo termina, e dal quale anche questo, come tutti gli articoli, è enigmaticamente nato.

Una memoria da non smarrire, il radicale enigma da cui ogni scrittura tenta di affrancarsi, presumendone la soluzione. Una soluzione – una scrittura – che in realtà nessuno possiede. Una soluzione che bisogna umilmente riconoscere di non conoscere, perchè solo questa umiltà ci consente, ancora, di scriverne. Come diceva Lyotard nel suo memorabile Letture d’infanzia: “Nessuno sa scrivere. Ognuno, il più “grande” soprattutto, scrive per afferrare con il e nel testo qualcosa che non sa scrivere” .

Così, mi chiedo, finendo: ma laddove l’urgenza di scrivere si fa così pressante da indurrci al plagio, pur di neutralizzare il candore della pagina (affermandone invece la supremazia invincibile), non occorrerà, invece, riappropriarsi di quella scrittura che, per fare il verso a un Galileo apocrifo, ―eppur si scrive -, come un’incerta movenza infantile, un’esitazione timorosa un insistente e curioso perché? Giacché il miracolo appare, sempre. Ma neppure lo scrittore può reggerne la vista. Quella dello scrittore, lungi dall’essere privilegiata ed esclusiva visione del miracolo della scrittura, tutt’al più può darsi come umile testimonianza – martirio, in senso proprio, generoso dar corpo all’apparire del miracolo, del tremendo – non sublimazione, ma canto, la mimesi impossibile e non il più adultero dei plagi.

Nel mezzo, non solo nel mezzo del cammino
ma per tutto il cammino, in una selva oscura, tra i rovi,
sull’orlo di un pantano, dove il piede non è sicuro,
e tra minacce di mostri, luci fantastiche,
col rischio dell’incantesimo.”

(East Coker, T.S.Eliot)

tratto dal Bollettino dei Moai n.1

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *