Strade che si snodano a ritmo di tamburi

Da quando mi trovo qui in Valtellina, ho iniziato a cedere a un vizio segreto: guardo le puntate di “Agrodolce” ogni sera su raitre. Sicuramente per nostalgia, perché mi piace pensare alle barche di Aspra e al mare intorno a Mongerbino, ma anche per sentirmi rassicurata, per poter pensare quei luoghi un po’ più puliti e un po’ più sicuri di quanto apprendo essere dai telegiornali.

Dialoghi pessimi, storie irreali quanto irrilevanti, personaggi tagliati non con l’accetta ma peggio, neppure sbozzati; insomma, per quanto io ne possa capire, i canoni della soap opera sono tutti pienamente rispettati, inoltre, datosi che per seguire le vicende mi serve un unico neurone, posso tranquillamente impegnare tutti gli altri nelle operazioni per preparare la cena.

Il “mio” mare, la “mia” terra mi manca, ma come ogni buon Siciliano sto scrupolosamente prendendo nota di quanto qui tutto funzioni meglio, dalla biblioteca – dove posso prendere in prestito persino l’ultimo libro di Baricco – alla raccolta differenziata, effettuata con scrupolo ammirevole anche dai ragazzini alla mensa, dove i tovaglioli di carta sono attentamente divisi dai bicchieri di plastica. Ovviamente non prendo nota di tutto ciò perché mi illudo di introdurre nuovi costumi tornata indietro, lo faccio piuttosto con il proposito di avere di che discutere con chi inevitabilmente mi chiederà “come ti trovi?”.

Anche il “mio” accento mi suona gradito da quando sono qui. Prima quasi non me ne accorgevo, ora so che si sente, eccome. Soprattutto quando rimprovero i ragazzi, alzando un po’ il tono della voce. Mi piace proprio, anzi ogni tanto lo esagero apposta.

La verità è che più resto lontana meglio capisco quanto peculiare e coriacea sia la nostra identità, costruita intorno a contraddizioni profonde e a una sorta di ego archetipico estremamente orgoglioso, tanto che, pur essendo consapevole dello stridente confronto tra queste montagne bianche e immacolate, che vedo dalla finestra, e le montage di immondizia, che ammorbano le strade di Palermo, non esiterei a difendere a spada tratta la divina bellezza della “mia” città. Vedi la Zisa e poi muori. Che, poi, pezzi interi di quella città cadano giù o che essa stessa si sia incattivita e abbrutita terribilmente negli ultimi anni non ci piace dirlo e, in particolare, non ci piace sentirlo dagli altri. Forse è vero che nel cuore della Trinacria Zeus ha seppellito uno dei giganti che si erano rivoltati alla sua autorità, forse è avvinghiandosi a quel cuore caparbio che essa ha sviluppato le sue asprezze e la sua ferinità.

Quando penso alle strade del sud, calde, assolate, rumorose, piene dell’odore del cibo venduto dagli ambulanti, mi sale dall’anima un ritmo sincopato come di tamburi battuti a passo di marcia, esattamente il ritmo del cuore di un gigante abbattuto. Il timore è che sempre più lontano, da questi nuovi lidi, dove mi sono trovata, più o meno consapevolmente, a sciamare, quel ritmo possa esistere soltanto nel “dolore del ritorno”.

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