Tre gocce di zammù (1)

«Sangu miu, che stai facendo?» disse la nonna aggiustandosi la vestaglia.
«Guardavo la processione di San Tarcisio dal finestrone… Lo sai che hanno scelto il mio amico Micheluzzu per la volata degli angeli? Se non avessi ’sta panza magari sceglievano pure me».
E la nonna sorrise storta ripensando a quando la buon’anima del nonno s’era arricampato dal fronte che era ridotto a quattr’ossa col pantalone tenuto su con lo spago duro, che solo la guerra ti insegna davvero cos’è il pititto. La fame lo sbranava dall’interno, di notte, quando faceva ancora più male e aveva tanta voglia di addentare qualsiasi cosa che non riusciva nemmeno a chiudere gli occhi. Provava allora con le pagliuzze della seggiola ma niente da fare, le gengive sanguinavano e perdeva un dente dopo l’altro.
Mandò via quell’immagine del marito affamato e ritornò a pettinare il nipotino che aveva una pancia tonda tonda e gli occhi buoni. «Non ti preoccupare, Ninuzzo, questa tutta altezza è».
A far due rapidi conti, calcolando per bene il volume dello sferoide che aveva per nipote, Ninuzzo per smaltire quell’invidiabile salvagente di ciccia che lo ancorava al pavimento doveva allungare entro sei anni d’almeno due metri e quattro centimetri, che era praticamente impossibile visto che discendeva da due genitori che solleticavano il metro e sessanta da lontano.
Sua figlia e suo genero erano dovuti emigrare – come quasi tutti i giovani di Comala – in Germania dove s’erano persi di vista per cercare di campare i due figli, Ninuzzo e Caterina, che avevano lasciato in Italia alla signora Pinuzza che se li portava sempre dietro nel sedile posteriore della Renault 4 che a Ninuzzo sempre ricordava la la forma della faccia del cane bianco e nero di Charlie Brown.
Passavano i giorni nella casa del Corso, filavano come in tutte le case coll’alchimia del calendario che accorciava la pensione di guerra del nonno che veniva stirata per bene, sempre di più, come quando nei cartoni animati di Ninuzzo il cattivo finiva sotto il rullo compressore e s’alzava ridotto a sogliola. Tirando tirando non s’arrivava oltre le tre settimane e l’ultima di ogni mese era una faticaccia, con il signor Lanzafame dell’omonimo emporio che segnava e segnava ma ogni venti del mese voleva sino all’ultimo spicciolo. E già la scadenza spostata dal quindici al venti era una proroga che non aveva precedenti nella piccola comunità di Comala, da tenere ammucciatissima anche se tutti sapevano che in gioventù il Lanzafame aveva corteggiato spietatamente la signora Pinuzza omaggiandola di profumatissimi cotechini e con buttighiuna di zammù o dobloni di cioccolato solo per veder spuntare sul suo faccino di bambola bisquit un sorriso capace di illuminare tutto l’emporio rimbalzando sulle schiere compatte di buatte di pesche sotto spirito, sulle bottiglie di moscato e pure su quelle di marsala e da lì finire riverberata sui vassoi di acciaio lucidato a specchio su cui s’ammassavano mattoni di fondente da sbriciolare per farcire i buccellati.
E Pinuzza segnava pure lei anche se non aveva scuola alle spalle, tracciava delle ics sulle colonne su cui aveva segnato le date, una ics corrispondeva a mille lire. E le ics diventavano sempre di più da quando Ninuzzo e Caterina vivevano con lei. Ninuzzo era un pentola sfunnata, aveva fame sia nello stomaco che nel cervello. Per la panza bastava l’emporio Lanzafame che aveva di tutto, manco fosse stato uno di quei meganegozi che magnificavano tutte le comari che tornavano dall’America quando principiava la bella stagione, a sentire la zia Minica quelli avevano dalla fagiola per la pasta all’astronave e anche di più. Per l’encefalo e la sua onnivora curiosità c’era l’edicola di Pippo che era la cosa più simile a una libreria che il paesino di Comala potesse vantare. La biblioteca civica più vicina era quella di Ficarazzi e Ninuzzo che pure se la cavava a pedalare sulla Graziella bianca e verde di Caterina non aveva il permesso di uscire fuori dal paese e non l’avrebbe mai fatto con una bicicletta da femmina.
Così pure Pippo iniziò a segnare i libri che il picciriddo educato e pacchione pigliava dallo scaffale nel retrobottega, messi a coprire le fimmine nude delle vhs della Mariuzzengel SuckingCock Enterprises. Pippo teneva i libri di filosofia solo per ammucciare la pornografia che a Comala costituiva la sua principale fonte di reddito, nessuno avrebbe sbirciato mai sotto le copertine dei dialoghi di Platone o dell’Etica di Spinoza, ché più del Giornale di Sicilia e della Gazzetta dello Sport nessuno comprava.

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«Sangu miu, che stai facendo?» disse la nonna aggiustandosi la vestaglia.

«Guardavo la processione di San Tarcisio dal finestrone… Lo sai che hanno scelto il mio amico Micheluzzu per la volata degli angeli? Se non avessi ’sta panza magari sceglievano pure me».

E la nonna sorrise storta ripensando a quando la buon’anima del nonno s’era arricampato dal fronte che era ridotto a quattr’ossa col pantalone tenuto su con lo spago duro, che solo la guerra ti insegna davvero cos’è il pititto. La fame lo sbranava dall’interno, di notte, quando faceva ancora più male e aveva tanta voglia di addentare qualsiasi cosa che non riusciva nemmeno a chiudere gli occhi. Provava allora con le pagliuzze della seggiola ma niente da fare, le gengive sanguinavano e perdeva un dente dopo l’altro.

Mandò via quell’immagine del marito affamato e ritornò a pettinare il nipotino che aveva una pancia tonda tonda e gli occhi buoni. «Non ti preoccupare, Ninuzzo, questa tutta altezza è».

A far due rapidi conti, calcolando per bene il volume delnipote, Ninuzzo per smaltire quel salvagente di ciccia che lo ancorava al pavimento doveva allungare entro sei anni d’almeno due metri e quattro centimetri, che era praticamente impossibile visto che discendeva da due genitori che solleticavano il metro e sessanta da lontano.

Sua figlia e suo genero erano dovuti emigrare – come quasi tutti i giovani di Comala – in Germania dove s’erano persi di vista per cercare di campare i due figli, Ninuzzo e Caterina, che avevano lasciato in Italia alla signora Pinuzza che se li portava sempre dietro nel sedile posteriore della Renault 4.

Passavano i giorni nella casa del Corso, filavano come in tutte le case coll’alchimia del calendario che accorciava la pensione di guerra del nonno che veniva stirata per bene, sempre di più, come quando nei cartoni animati di Ninuzzo il cattivo finiva sotto il rullo compressore e s’alzava ridotto a sogliola. Tirando tirando non s’arrivava oltre le tre settimane e l’ultima d’ogni mese era una faticaccia, con il signor Lanzafame dell’omonimo emporio che segnava e segnava ma ogni venti del mese voleva sino all’ultimo spicciolo. E già la scadenza spostata dal quindici al venti era una proroga che non aveva precedenti nella piccola comunità di Comala, da tenere ammucciatissima. Anche se tutti sapevano che in gioventù il Lanzafame aveva corteggiato spietatamente la signora Pinuzza omaggiandola di profumatissimi cotechini e con buttighiuna di zammù o dobloni di cioccolato solo per veder spuntare sul suo faccino di bambola bisquit un sorriso capace di illuminare tutto l’emporio, rimbalzando sulle schiere compatte di buatte di pesche sotto spirito, sulle bottiglie di moscato e pure su quelle di marsala e da lì finire riverberata sui vassoi di acciaio lucidato a specchio su cui s’ammassavano mattoni di fondente da sbriciolare per farcire i buccellati.

E Pinuzza segnava pure lei anche se non aveva scuola alle spalle, tracciava delle ics sulle colonne su cui aveva segnato le date, una ics corrispondeva a mille lire. E le ics diventavano sempre di più da quando Ninuzzo e Caterina vivevano con lei. Ninuzzo era un pentola sfunnata, aveva fame sia nello stomaco che nel cervello. Per la panza bastava l’emporio Lanzafame che aveva di tutto, manco fosse stato uno di quei meganegozi che magnificavano tutte le comari che tornavano dall’America quando principiava la bella stagione, a sentire la zia Minica quelli avevano dalla fagiola per la pasta all’astronave e anche di più. Per l’encefalo e la sua onnivora curiosità c’era l’edicola di Pippo che era la cosa più simile a una libreria che il paesino di Comala potesse vantare. La biblioteca civica più vicina era quella di Ficarazzi e Ninuzzo che pure se la cavava a pedalare sulla Graziella bianca e verde di Caterina non aveva il permesso di uscire fuori dal paese e non l’avrebbe mai fatto con una bicicletta da femmina.

Così pure Pippo iniziò a segnare i libri che il picciriddo educato e pacchione pigliava dallo scaffale nel retrobottega, messi a coprire le fimmine nude delle vhs della Mariuzzengel SuckingCock Enterprises. Pippo teneva i libri di filosofia solo per ammucciare la pornografia che a Comala costituiva la sua principale fonte di reddito, nessuno avrebbe sbirciato mai sotto le copertine dei dialoghi di Platone o dell’Etica di Spinoza, ché più del Giornale di Sicilia e della Gazzetta dello Sport nessuno comprava.

continua…

6 pensieri riguardo “Tre gocce di zammù (1)”

  1. Gentile Barbara, dopo il primo commento approvato diventa tutto più semplice. E’ l’unico modo per evitare fastidiosissimo spam.
    Grazie della visita.

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