Filosofia della chiacchiera

Filosofia della chiacchiera
Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare
e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare
per dimostrare che non si deve filosofare; dunque
si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui,
dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose
sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui.
(Aristotele, Protreptico o Esortazione alla filosofia)
“Ammesso che esista”, concede l’autore. Il dubbio è il miglior battesimo di concretezza che si possa offrire alle creature dell’aria, come le chiamò Savater. Non si potrebbe conferire maggiore investitura di autonomia a un’invenzione. Così, borgesianamente affrancata dal volere del suo artefice, l’esistenza di una filosofia della chiacchiera ondeggia tra le performance di chi fugge un qualsiasi uso regolamentato delle parole. Del resto “quando qualcuno dice di qualcun altro che è un chiacchierone, lo fa in base a criteri che valgono soltanto per lui”. Se Aristotele decreta nei vaniloqui un addio alla vita, per molti ciò definisce invece l’attività dello stagirita e dei suoi colleghi, in base alla medesima ragione del primum vivere. Da tale contrapposizione che puntuale si rinnova, Andrea Libero Carbone ha stilato in fibra di prosa arguta il profilo di una “Filosofia della chiacchiera” (Castelvecchi).
Che sia un discutere di fini astrazioni con eccessiva scioltezza (ciò ne richiederebbe la padronanza)? O forse è un riscontro di virtù  maieutiche nel gorgoglio verbale (ciò ne svelerebbe la fertilità)? Se parlare a vanvera non comporta alcuna fatica, la specifica di un pensiero a riguardo pare missione impossibile. A meno che Sisifo col suo macigno non spiani il rilievo che separa i due ‘gesti’ contrapposti, dunque al fondo correlati. In effetti, l’amore per la sapienza e il vizio dello sproloquio sono passibili di accostamento in base a precise caratteristiche. “Pratica del discorso fra tante, la filosofia si distingue in particolare perché ha per scopo (e spesso per oggetto) il discorso stesso”, con ambizione di autosufficienza e autonomia. Un bastare a se stessi che perfeziona l’“io parlo” post kantiano evocato da Foucault, tipico del ciarliere. Grande attributo comune sarebbe dunque una certa autoreferenzialità, il disinteresse per un reale scambio o un arricchimento di derivazione reciproca.
Ma allora la connessione rischia di diventare pura identificazione. Non sia mai! Filosofia e chiacchiera mantengono ciascuna il proprio segno irriducibile. Semmai ci si è concentrati su una falsa pista. Già. Perché se in gioco sono due tipi diversi di realizzazioni del discorso, il discrimine non riguarderà ciò di cui si parla ma come se ne parla. Il merito passa così a un modo d’uso della parola che apra spiragli all’intelligenza. Considerando il linguaggio come specchio della nostra essenza cogitante, lo stesso Plutarco intese la chiacchiera come una malattia del pensiero. Contro di questa ha sempre vigilato la civetta di Minerva. E poiché nel tempo lo statuto della verità cambia luogo, dell’eterna contesa troviamo tracce nel modo in cui l’umanità si è legittimata: dialogando, adducendo ragioni alle proprie motivazioni. Cosicché, proficuo potrà essere anche il divertimento, inteso etimologicamente da Carbone come “attitudine all’ospitalità” dell’altro nel proprio  eloquio. La sua filosofia della chiacchiera diventa allora una vivace e trasversale ricognizione sul modo stesso in cui la disciplina si è svariatamente autodefinita e, non di meno, contraddetta. Si cita il dibattito su quale sia l’oggetto stesso della ricerca, dai natali ellenici alle ‘negazioni’ neopositiviste o alle risoluzioni di Wittgenstein. E mentre Nietzsche considera ogni opera d’intelletto post-greco come una “chiacchiera spensierata”, Heidegger lega “l’idea che la filosofia possa avere una fine” al rischio di una sua eccessiva intelligibilità, un decesso per mano del “lettore mediamente capace” di stabilirne i confini. La rassegna calibrata in tono colloquiale non risparmia nessuno, da Eraclito a Deleuze, da Socrate a Hegel, occupandosi nelle strettezze di 80 pagine anche della famosa partita di calcio filosofica dei Monty Python e di curiose etimologie.
Considerate questo breve saggio di Carbone un promemoria pettegolo contro l’odierno silenzio della ragione, contro chi pretende “che nessun’altra forma di ragione sia possibile” rispetto a quella già assodata. Tali e tanti sono gli spunti aneddotici e i rimandi di questo brillante pamphlet che si rifiuta di imporre soluzioni. E la necessaria vaccinazione contro i cibi preconfezionati per la mente riguarda anche quelli marcati esclusivamente sui palinsesti della storia filosofica. Non potendo infatti cancellare quel contrassegno di verità che si avvinghia all’esperienza trasformandosi in letteratura, si parla anche di Bradbury, Swift, Kafka e Fenoglio: dalla meta-fisica alla meta-forica. Così facendo, Carbone è riuscito nell’osmotica dimostrazione del fatto che la filosofia è un lusso. Ma un lusso che dobbiamo permetterci.

Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui

(Aristotele, Protreptico o Esortazione alla filosofia)

“Ammesso che esista”, concede l’autore. Il dubbio è il miglior battesimo di concretezza che si possa offrire alle creature dell’aria, come le chiamò Savater. Non si potrebbe conferire maggiore investitura di autonomia a un’invenzione. Così, borgesianamente affrancata dal volere del suo artefice, l’esistenza di una filosofia della chiacchiera ondeggia tra le performance di chi fugge un qualsiasi uso regolamentato delle parole. Del resto “quando qualcuno dice di qualcun altro che è un chiacchierone, lo fa in base a criteri che valgono soltanto per lui”. Se Aristotele decreta nei vaniloqui un addio alla vita, per molti ciò definisce invece l’attività dello stagirita e dei suoi colleghi, in base alla medesima ragione del primum vivere. Da tale contrapposizione che puntuale si rinnova, Andrea Libero Carbone ha stilato in fibra di prosa arguta il profilo di una “Filosofia della chiacchiera” (Castelvecchi).

Che sia un discutere di fini astrazioni con eccessiva scioltezza (ciò ne richiederebbe la padronanza)? O forse è un riscontro di virtù  maieutiche nel gorgoglio verbale (ciò ne svelerebbe la fertilità)? Se parlare a vanvera non comporta alcuna fatica, la specifica di un pensiero a riguardo pare missione impossibile. A meno che Sisifo col suo macigno non spiani il rilievo che separa i due ‘gesti’ contrapposti, dunque al fondo correlati. In effetti, l’amore per la sapienza e il vizio dello sproloquio sono passibili di accostamento in base a precise caratteristiche. “Pratica del discorso fra tante, la filosofia si distingue in particolare perché ha per scopo (e spesso per oggetto) il discorso stesso”, con ambizione di autosufficienza e autonomia. Un bastare a se stessi che perfeziona l’“io parlo” post kantiano evocato da Foucault, tipico del ciarliere. Grande attributo comune sarebbe dunque una certa autoreferenzialità, il disinteresse per un reale scambio o un arricchimento di derivazione reciproca.

Ma allora la connessione rischia di diventare pura identificazione. Non sia mai! Filosofia e chiacchiera mantengono ciascuna il proprio segno irriducibile. Semmai ci si è concentrati su una falsa pista. Già. Perché, se in gioco sono due tipi diversi di realizzazioni del discorso, il discrimine non riguarderà ciò di cui si parla ma come se ne parla. Il merito passa così a un modo d’uso della parola che apra spiragli all’intelligenza. Considerando il linguaggio come specchio della nostra essenza cogitante, lo stesso Plutarco intese la chiacchiera come una malattia del pensiero.

Contro di questa ha sempre vigilato la civetta di Minerva. E poiché nel tempo lo statuto della verità cambia luogo, dell’eterna contesa troviamo tracce nel modo in cui l’umanità si è legittimata: dialogando, adducendo ragioni alle proprie motivazioni. Cosicché, sarà proficuo anche il divertimento, inteso etimologicamente da Carbone come “attitudine all’ospitalità” dell’altro nel proprio eloquio. La sua filosofia della chiacchiera diventa allora una vivace e trasversale ricognizione sul modo stesso in cui la disciplina si è svariatamente autodefinita e, non di meno, contraddetta. Si cita il dibattito su quale sia l’oggetto stesso della ricerca, dai natali ellenici alle ‘negazioni’ neopositiviste o alle risoluzioni di Wittgenstein. E mentre Nietzsche considera ogni opera d’intelletto post-greco come una “chiacchiera spensierata”, Heidegger lega “l’idea che la filosofia possa avere una fine” al rischio di una sua eccessiva intelligibilità, un decesso per mano del “lettore mediamente capace” di stabilirne i confini. La rassegna calibrata in tono colloquiale sembra non tralasciare nessuno, da Eraclito a Deleuze, da Socrate a Hegel, occupandosi nelle strettezze di 80 pagine anche della famosa partita di calcio filosofica dei Monty Python e di curiose etimologie.

Considerate questo breve saggio di Carbone un promemoria pettegolo contro l’odierno silenzio della ragione, contro chi pretende “che nessun’altra forma di ragione sia possibile” rispetto a quella già assodata. Tali e tanti sono gli spunti aneddotici e i rimandi di questo brillante pamphlet che si rifiuta di imporre soluzioni. E la necessaria vaccinazione contro i cibi preconfezionati per la mente riguarda anche quelli marcati sui palinsesti della storia filosofica. Così, in questa ricerca trasversale capita di imbattersi in altre sfere. Non potendo infatti ignorare il contrassegno di verità che si avvinghia all’esperienza trasformandosi in letteratura, Filosofia della chiacchiera si appella anche a Bradbury, Swift, Kafka e Fenoglio: dalla meta-fisica alla meta-forica. In tal modo, Carbone riesce nell’osmotica dimostrazione del fatto che la filosofia è un lusso. Ma un lusso che dobbiamo permetterci. (Marco Bisanti)

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