Il sostituto

Il sostituto
Stamattina sono rimasto seduto al sole sopra degli scalini di pietra a leggere un libro con pagine di carta (rassicurante ovvietà). Avevo una matita in mano e, con l’aumentare delle righe sottolineate, cresceva anche il caldo perché il torcicollo m’imponeva la stretta di una sciarpa, ma all’inizio era piacevole. Ogni tanto alzavo la testa al passare dei ragazzi, futuri filosofi o esperti di lingue straniere, che discutono per le viuzze di villa Mirafiori, chiacchierano in attesa delle lezioni, si concedono una sigaretta metafisica, consumano le schifezze del bar o quelle dispensate dalle macchinette della facoltà. Continuavo a leggere il mio libro. A un certo punto, si sono sedute dietro di me due persone e si sono messe a parlare. Erano il sottofondo umano delle pagine alle quali mi stavo dedicando, senza risultarne comunque disturbato. Dopo un po’ ancora, una ragazza ha scelto il mio stesso gradino, abbastanza lungo per garantire il minimo reciproco di privacy; si è messa a mangiare e a parlare al telefono un minuto. Poi mi sono alzato. La pietra iniziava ad appiattirmi il sedere e cercavo un posto all’ombra, perché il caldo era diventato davvero troppo. Così sono andato verso le tante panchine che aspettano ai piedi degli alberi e ne ho scelta una. Altri cinque minuti di lettura e infine sono rientrato in biblioteca a lavorare.
Questa potrebbe essere la descrizione di un’unica azione: una mezz’ora di lettura. Ma è proprio questa descrizione che risponde alla domanda su chi sono stato in quel poco tempo, molto più fedelmente di quanto non possa fare un resoconto contenutistico del libro che tenevo. La mia mente, certo, era dedita ai ragionamenti e impegnata a seguire il filo del discorso impresso sulla carta. Ma non è questo che definisce il mio essere nel mondo in quel momento, la mia presenza, il rimando concreto del mio percepire alla coscienza di una “alterità” che mi identifica in termini di spazio, di azione e di relazione. Tutto ciò è invece riportato nella descrizione di cui sopra. Se ripenso infatti alla mezz’ora di lettura, è in quella breve narrazione che ritrovo un me stesso completo di scansione temporale, percezioni e livelli involontari di interscambio umano. Se ci ripenso, semplicemente, mi trovo.
Se ripenso invece alle ore che passo al computer, non mi trovo più, la definizione del mio essere risulta impossibile. Impossibile reperire qualunque descrizione di me stesso. Come non fossi mai stato, quando sono davanti allo schermo: appiattite le percezioni dei cinque sensi, quelle spaziali, quelle temporali e relazionali. In definitiva, è la riduzione di me stesso a un qualcosa che svanisce immediatamente dopo lo spegnimento del pc, che non c’è, assente. Un vissuto indistinto, non vissuto. Qualcosa che non riesco più a recuperare per appropriarmene in quanto mio. In quanto io. Al mio posto invece c’è lui, il sostituto: un oggetto sempre uguale senza storia, ma con una memoria temibilmente più grande della mia. Il computer è il me stesso con cui non sto. L’espressione “sono al computer” infatti è una finta specifica spaziale: non è come dire “sono al mare” o altro. Questa particolare finzione linguistica nasconde in realtà la definizione di un non-essere. Si potrebbe dire magari: “sono il computer”. Ma anche qui la lingua resterebbe in parte quella bugiarda che è.
Poscritto accessorio: sbaglia chi dice che il mondo non ha senso perché non riesce a “capirlo”. Semmai non ne ha solo uno ma, come minimo, il mondo è una strada a doppio senso. Molto dipende dal punto di vista giudicante: da quale corsia considero il senso di marcia, se guardo i veicoli passare dallo specchietto retrovisore o dal finestrino, in quale carreggiata di velocità mi trovo, eccetera. Il problema di cui ho parlato non riguarda certo il senso della vita, ma il fatto che sulla strada sempre più spesso ogni mezzo si ferma. E quando sei pronto a ripartire non sai più dove trovarti.

Stamattina sono rimasto seduto al sole su degli scalini di pietra a leggere un libro con pagine di carta (rassicurante ovvietà). Avevo una matita in mano e, mentre decidevo quali righe sottolineare e quali lasciare in bianco, sentivo sempre più caldo perché il torcicollo mi imponeva la stretta di una sciarpa nemica di questo ottobre ancora tiepido. Ogni tanto alzavo la testa al passaggio dei ragazzi, futuri filosofi o esperti di lingue straniere, che discutono per le viuzze di villa Mirafiori, chiacchierano in attesa delle lezioni, si concedono una sigaretta metafisica, consumano le schifezze del bar o quelle dispensate dalle macchinette della facoltà. A un certo punto, si sono sedute dietro di me due persone e si sono messe a parlare diventando il sottofondo umano delle pagine alle quali mi stavo dedicando, senza risultarne affatto disturbato. Dopo un po’ ancora, una ragazza ha scelto il mio stesso gradino, abbastanza lungo per garantire il minimo reciproco di privacy; si è messa a mangiare e a parlare al telefono per circa un minuto. Poi mi sono alzato: la pietra iniziava ad appiattirmi il sedere e il caldo era diventato davvero troppo. Così, in cerca di un posto all’ombra, sono andato verso le tante panchine sempre in attesa ai piedi degli alberi e ne ho scelta una. Altri cinque minuti di lettura e, infine, sono rientrato in biblioteca a lavorare.

Questa potrebbe essere sintetizzata come la descrizione di un’unica azione: una mezz’ora di lettura. Ma è proprio questa descrizione che risponde alla domanda su chi sono stato in quel poco tempo, molto più fedelmente di quanto non possa fare un resoconto contenutistico del libro che tenevo. La mia mente, certo, era dedita ai ragionamenti e impegnata a seguire il filo del discorso impresso sulla carta. Ma non è questo che definisce il mio essere nel mondo in quel momento, la mia presenza, il rimando concreto del mio percepire alla coscienza di una “alterità” che mi identifica in termini di spazio, di azione e di relazione. Tutto ciò è invece riportato nella descrizione di cui sopra; se ripenso infatti alla mezz’ora di lettura, è in quella breve narrazione che ritrovo un me stesso completo di scansione temporale, percezioni e livelli involontari di interscambio umano. Se ci ripenso, semplicemente, mi trovo.

Se ripenso invece alle ore che passo al computer, non mi trovo più, la definizione del mio essere risulta impossibile. Impossibile reperire qualunque descrizione di me stesso; come non fossi mai stato, quando sono davanti allo schermo: appiattite le percezioni dei cinque sensi sull’unica funzione visiva, quelle spaziali, quelle temporali e relazionali. Come definire questi vuoti della mia presenza? In definitiva, potrei dire, è la riduzione di me stesso a un qualcosa che svanisce subito dopo lo spegnimento del pc, che non c’è, assente, senza traccia e dunque irreperibile. Un vissuto indistinto, non vissuto. Qualcosa che non riesco più a recuperare per appropriarmene in quanto mio. In quanto io. Al mio posto invece c’è lui, il sostituto: un oggetto sempre uguale senza storia, ma con una memoria temibilmente più grande della mia. Il computer dunque è il me stesso con cui non sto. E l’espressione “sono al computer” è una finta specifica spaziale: non è come dire “sono al mare” o altro. È più una finzione linguistica che in realtà nasconde la definizione di un non-essere. Perciò si potrebbe invece dire “sono il computer”. Ma, anche qui, la lingua resterebbe in parte quella bugiarda che è.

Poscritto accessorio: sbaglia chi dice che il mondo non ha senso perché non riesce a “capirlo”. Semmai non ne ha solo uno ma, come minimo, il mondo è una strada a doppio senso. Molto dipende dal punto di vista giudicante: da quale corsia considero il senso di marcia, se guardo i veicoli passare dallo specchietto retrovisore o dal finestrino, in quale carreggiata di velocità mi trovo, eccetera. Il problema di cui ho parlato sopra non riguarda forse il senso della vita, ma il fatto che sulla strada sempre più spesso ogni mezzo si ferma. E quando sei pronto a ripartire non sai più dove trovarti.

Autore: Marco Bisanti

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