L’inguardabile grafica del Fatto quotidiano

Stavo per mettermi a scrivere una recensione sulla pessima grafica del “Fatto quotidiano”, francamente inguardabile, con una serie di font scelti a casaccio come quando uno muoveva i primi passi sugli antenati dei programmi di videoscrittura degli odierni pc e si divertiva a scoprire i caratteri più ignobili del sistema.

Scelte penose come la pseudo striscia rossa col punto esclamativo, il sottolineato e quei quadratoni a colori psichedelici. Senza dimenticare l’effetto che mettono sulle foto dei vari politici: una texture che tutti gli utenti del photoshop non hanno mai manco pensato d’usare. Insomma, i contenuti sono massacrati da scelte grafiche sbagliate. E chi nel numero di oggi s’è fatto scappare Grillo “comico bolognese” dovrebbe passare la notte a mangiar cipolle con Fantozzi e il Gabibbo!

Stavo argomentando meglio queste primissime impressioni quando mi sono accorto d’essere stato mirabilmente preceduto dall’autore della grafica dei Pupi di Zuccaro. E allora mi limito a rilanciare le sue note anche qui:

Stamattina all’aeroporto di Fiumicino ho comprato il Fatto Quotidiano.

“Guardi che le ho chiesto il Fatto Quotidiano, non la locandina del Vernacoliere”, è stata la mia prima reazione. L’edicolante si è limitato a indicarmi la testata, scacciandomi con uno sguardo tra il disgustato e il disgustato. Allontanandomi, l’ho visto prendere appunti su un’agenda in pelle sulla quale mi pare ci fosse scritto SISDE.

Nell’oretta di attesa che avevo davanti, ho avuto modo di leggere e analizzare il quotidiano. Visto che non ho l’abitudine di contribuire a cose che non condivido, lascio da parte di spendere tempo in elogi su un nuovo prodotto editoriale, in un periodo di pericolo per la libertà di stampa bla bla bla, limitandomi ad appuntare le cose migliorabili.

Per esempio, tornando alla battuta sul Vernacoliere, grafica e impaginazione sono veramente, ma veramente rivedibili. Evvabbè, dài, sempre a guardare la forma. I contenuti contano. Sì, ok, come volete, ma sono rivedibili. Molto. Al di là che sembra impaginato con un collage, come se l’era del digitale non avesse neanche sfiorato il buon vecchio Gutenberg, fornendo ai grafici al massimo una copia crackata di modellini per Word, il problema è che il tutto ha un aspetto, come dire?, buffo. Ho avuto l’impressione di essere di fronte a un giornale satirico con i colori dell’Unità (che è un po’ una tautologia). La colpa maggiore ce l’hanno quei titoli con i caratteri stretchati verso l’alto che gridano vendetta e sono lì a occupare più spazio possibile. L’accostamento dei font, con i disinvolti passaggi tra “aggraziati” e “senza grazie” e corsivi nei sottotitoli probabilmente ricavati da corrispondenze fedifraghe di metà ‘800, sembrano attuare alla lettera il vecchio metodo del grande maestro Ad Capocchiam. E poi quanto bianco c’è? Mamma mia quanti in utili spazi bianchi. Quanti. Spazi. Bianchi. Forse avrebbe giovato usare un formato tabloid. Per non parlare poi del fatto che, a tratti, si dimenticano la giustifica. Nulla da fare, rivedibile, rivedibile, rivedibile.

Passando ai contenuti, devo segnalare che dopo aver comprato questo numero, e averne sfogliati altri in formato pdf, rimango alquanto perplesso.

Per chi segue Travaglio & Co. da tempo, i contenuti del Fatto Quotidiano hanno ben poco di quotidiano. Sono cose più o meno note ai loro lettori, tra libri e blog vari – è uno dei rischi che si corrono quando si rendono fruibili on line i propri testi. Ma, a dirla tutta, anche di fatti non è che ve ne siano molti. Un paio di inchieste giudiziarie e poco altro. Il resto è tutto commento e retroscena politico, appelli e lettere varie. Un giornale quotidiano è tutt’altra cosa. La scelta di arrivare nelle edicole è anche legata alla necessità di arrivare a quante più persone possibile, superando l’ostacolo del “soli ce la cantiamo e soli ce la suoniamo”. Ma un cittadino che guarda quelle prime pagine o ne sfoglia il giornale, come fa a non pensare di essere di fronte alla risposta antiberlusconiana a Libero. Siamo chiari, anche questo è di per sé un valore, ma per quello bastavano i blog. Un quotidiano deve avere notizie, uno sguardo cinico, piatto e asciutto, che sa muoversi sul territorio, non fermandosi a stanze giudiziarie – che, a scanso d’equivoci, mi sembrano decisamente il pezzo forte del giornale – o parlamentari. Questo è uno di quei giornali che fanno parlare di sé più su altri giornali che tra la gente. Non è detto che sia un male, ma sinceramente speravo di trovarmi di fronte alla versione cartacea di Report – o del miglior Santoro. Anche le collaborazioni mi hanno un po’ deluso. Tutti nomi conosciuti per chi li segue da tempo. Nessuna novità, nessuna apertura a selezioni.

Tutte queste considerazioni ovviamente hanno dei costi. Il Fatto Quotidiano è appena nato e può solo migliorare. Per migliorare però bisogna scommettere e rischiare.

Ci sono anche un altro paio di banalità che non arricchiscono il quotidiano ma che, anzi, a mio immodesto modo di vedere lo danneggiano. Innanzitutto lo spazio twitter. Twitter è uno strumento di microblogging talmente veloce, basato sull’immediato botta e risposta, che rende una trasposizione cartacea di nessun, nessun, e dico nessun, senso. Davvero nessun senso (magari non s’era capito), se non quello di arricchire di storture ortografiche il giornale1.

Poi oggi in prima pagina c’era questo commento:

Fa una certa impressione leggere nella stessa pagina di “Repubblica” questi due titoli: “D’Alema, sulla laicità il Pd dovrebbe imitare la Dc” e “Morte cerebrale, rivedere i criteri”.

La rubrica era “Cattiverie”. No, dico: CATTIVERIE. Questa è una cattiveria? Credo proprio che lassù nelle sfere alte stiano tremando dalla paura, con questo cecchino in circolazione. Bah, ho l’idea che Cristina d’Avena avrebbe saputo fare di meglio.

Per il resto c’è ancora un po’ troppa autocelebrazione, relegata soprattutto alla rassegna stampa, ma lì mi pare un normale processo biologico di un giornale appena nato che deve promuoversi sfruttando il più possibile le ali dell’entusiasmo.

Ma c’è una cosa che però non è proprio tollerabile. Una mancanza ingiustificata e criminogena. In tutto il Fatto Quotidiano non c’è neanche un minimo accenno al problema che come una morsa attanaglia il mondo occidentale: il Signoraggio. Perché Travaglio non ne parla?

3 pensieri riguardo “L’inguardabile grafica del Fatto quotidiano”

  1. Siamo in parecchi a pensarla così. Loro rispondono sempre che non volevano somigliare a nessun giornale esistente. Se non c’è un altro quotidiano con questa accozzaglia di font e effetti grafici degni d’un neofita del pc, ci sarà un motivo, no?

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