Perec: un libro, un puzzle e la vita

Un libro pensato come un puzzle e un puzzle pensato come la vita, con il rischio di scoprire che tutt’e tre potrebbero rivelarsi nient’altro che un vuoto barcamenarsi entro un rituale rigido, nato per dare un senso ma che finisce con l’offrire un’organizzazione impeccabile quanto inutile.

Se tra i piani dello stabile di Rue Simon-Crubellier volessimo trovare un protagonista esso sarebbe sicuramente il ricco Inglese Bartlebooth, tutt’altro che un eroe o un personaggio carismatico, bensì un individuo qualunque che decide di investire i suoi mezzi finanziari e la sua vita in un progetto pluriennale, che lo condurrà dapprima a impadronirsi dell’arte dell’acquarello, quindi a dipingere cinquecento marine, che saranno scomposte in puzzle da un artigiano e, in un secondo momento, da lui stesso ricomposte negli anni a venire, per essere, infine, riconsegnate al nulla nel luogo stesso in cui furono dipinte: uno scopo senza scopo, un processo lungo quanto inconcludente e insensato.

Ma Bartlebooth è il protagonista, perché è da lui che comprendiamo come leggere il romanzo: egli è l’ipostasi del lettore nel testo, così come Winckler, l’artigiano che ha fatto dei suoi acquarelli puzzle, è l’ipostasi dello scrittore; il rapporto che lega i due è lo stesso che avvince lettore e autore, non a caso, sin dalle prime pagine, siamo avvertiti, a proposito del puzzle che «malgrado le apparenze, non si tratta di un gioco solitario: ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui». In tale gioco è coinvolto il lettore, che si trova a percorrere pezzo dopo pezzo la vita dello stabile, con un’attenzione spasmodica ai particolari minimi dell’arredo – che è parte integrante della vita degli inquilini che abitano i vari appartamenti ma che sembra talora prescindere da essi, perdurando da una generazione all’altra -, con la descrizione minuziosa delle cantine e del materiale qui accatastato, delle scale e di quanto, negli anni, vi è stato ritrovato, entro un percorso in cui l’attenzione per il dato infimo , così come quando si ricompone un puzzle, può talora prescindere da quella per l’insieme, un percorso apparentemente casuale (esattamente come se estraessimo da una scatola i pezzi di un puzzle), ma che casuale assolutamente non è, scelto per noi dall’autore, attraverso novantanove capitoli.

In questi minuscoli pezzi, in queste miniature affrescate fluiscono le vicende dello stabile, la sua memoria che va oltre il tempo presente e rammenta le storie di chi, in passato, ha vissuto in stanze ora nelle mani di nuovi proprietari. Solo alla fine scopriamo che quella che, per tutto il romanzo, ci era sembrata una memoria delle cose è, in verità, la memoria del pittore Valene, l’inquilino più anziano dello stabile, la cui morte costituisce l’epilogo: «la tela era praticamente vergine: pochi tratti a carboncino, tracciati con cura, la dividevano in quadrati regolari, schizzo dello spaccato di uno stabile che nessun volto né figura avrebbe più abitato»: un dipinto entro il puzzle che lo rappresenta, come in un gioco di specchi, nel quale la morte sfuma i contorni e cancella le figure.

È la morte, dunque, a chiudere questo libro ma questo accatastare oggetti, storie, stili narrativi (che vanno dal romanzo giallo a quello di avventura), questo procedere a tentoni, per intuizione e approssimazione, costretti spesso a sfogliare all’indietro le pagine, perché i pezzi che l’autore ci ha messo in mano possano perfettamente combaciare, quale legame ha con la vita cui si fa riferimento nel titolo? Se in Bartlebooth ci è dato di rivedere il lettore, allora nel suo procedere nella lettura possiamo scorgere un procedere pezzo dopo pezzo in un tentativo di comprensione che è, in parte, condizionato dall’autore-artigiano che gli fornisce la materia prima su cui esercitarsi. Non dobbiamo, tuttavia, dimenticare – come ci ammonisce l’autore a proposito di uno degli inquilini, la signora Trévins (capitolo 89), che per i suoi personaggi di invenzione chi scrive fa talora riferimento agli individui che ha incontrato nella sua vita – non solo ma dovremmo anche rammentarci che Bartlebooth è colui che ricompone il puzzle ma è anche l’autore dell’acquarello da cui è tratto, allo stesso modo in cui il lettore è “l’autore” della vita che lo scrittore fa a pezzi e accatasta a mo’ di puzzle. Quello di George Perec ci appare , dunque, un libro sul modo caotico e talora inconcludente in cui leggiamo e scriviamo libri, in cui cerchiamo di scomporre e ricomporre la vita, nel tentativo di comprenderla o, forse, solo pretendendo di darle un senso e un ordine. Quanto sia fallace questo tentativo ce lo insegna la conclusione del progetto di Bartlebooth, impedito da una malattia agli occhi, in ritardo i tempi che si è imposto, impossibilitato a ricomporre tutti gli acquarelli che ha realizzato, muore stringendo in mano il pezzo sbagliato del puzzle che stava per completare, segno, forse, che la vita riesce sempre ad avere la meglio sulle nostre mistificazioni intellettuali e le nostre verbose e meticolose ossessioni.

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