La marcia delle agende rosse a Roma

“Oggi io ho camminato con Paolo, ve lo giuro. Ho camminato con Paolo, Emanuela, Agostino, Vincenzo, Walter e Claudio. Perché i loro pezzi sono dentro di voi. […] Questa non è una festa di partito, questo semmai è il partito della gente onesta. […] Ora vi leggerò la lettera di Rosa, una donna che non è potuta venire perché non può permettersi di abbandonare il lavoro con cui riesce difficilmente a tirare avanti; ma lei è qui con noi, così come sono con noi tutte le altre ‘Rose’ che ci seguono da lontano. Non sono con noi tutti quelli che, invece di uscire, continuano a rifugiarsi dietro la tastiera dei loro computer; quelli non sono con noi”.

A piazza Navona a sentire la rabbiosa dignità di Salvatore Borsellino, sabato pomeriggio dopo la marcia delle agende rosse, c’ero anch’io. Sembra gracile ma ha una forza enorme ed è un simbolo che trascina. Chiede allo Stato di ripulirsi con la verità su via d’Amelio, su dove sia finita l’agenda scomparsa misteriosamente pochi minuti dopo lo scoppio della bomba: “lì erano annotati tanti segreti sulle infiltrazioni criminali dentro la magistratura, i servizi segreti e lo Stato. Se venissero alla luce queste nefandezze probabilmente la storia dell’Italia cambierebbe di nuovo” ha spiegato. Borsellino tocca l’amore che passando per suo fratello raccoglie migliaia di persone al suo fianco. Ma non scorda i brandelli della carne fatta a pezzi. Gli stralci del suo breve discorso li ho appuntati su un quaderno dalla copertina rossa comprato di mattina apposta per la manifestazione. Lungo le strade assolate della Capitale, tra le persiane chiuse dei palazzi ministeriali e le nostre teste vicine nascono slogan contro Mancino, Dell’Utri e Alfano, spiccano le agende esibite con decoro risoluto mentre i turisti fotografano anche ciò che non capiscono. L’aria smossa da circa 1500 adulti, ragazzi e bambini in marcia desta curiosità. Dovendo provare se la penna mi funziona, apro il primo foglio del mio nuovo monocromo e compilo le voci, nome e cognome: l’inchiostro seccato della biro rilascia ciò che ho dentro. Paolo Borsellino.

Abitando a Roma mi è dispiaciuto questa estate non poter essere alla prima marcia nella mia Palermo il 19 luglio, giorno della sua uccisione. Questo termine è più adatto di “commemorazione”, perché l’uccisione si fermerà quando i magistrati avranno finito il loro lavoro in merito. Questi giudici, all’opera tra Palermo e Caltanissetta, sono persone come Antonio Ingroia e Sergio Lari e la gente è venuta da tutte le regioni per sostenerli e per scongiurare le cosiddette ‘morti civili’ dei magistrati che vengono screditati o destituiti per le inchieste scomode. Impossibile non ammettere che in larga parte i presenti sabato si rifanno alla corrente di Di Pietro, in piazza con gli ultimi ‘acquisti’ De Magistris e Sonia Alfano. L’esclusiva sull’onestà mi ha dato sempre fastidio ed è qualcosa da temere, non può essere materia di demarcazione militante; mi dà pure fastidio qualunque espressione con la parola popolo, tipo “il popolo delle agende rosse”. Eppure non si può giudicare un’intera folla di singoli individui, ognuno declina responsabilmente la propria dedizione all’idea, e tutti erano là per la fiducia nell’onestà di Salvatore.

Per questo è stato utile sentir parlare sul palco gente diversa. Il fratello di Attilio Manca (urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, ucciso perché curò Provenzano), il giornalista Gianni Lannes (ha avuto già due attentati. Lavorava per la Stampa, ha spiegato, finché un’inchiesta mai pubblicata sulla superstrada che doveva passare da Ficuzza ha attirato la visita di Schifani in redazione e non l’hanno fatto più scrivere. Ora ha un nuovo quotidiano on line), il testimone di giustizia Pino Masciari (imprenditore calabrese denunciò la ’Ndrangheta, due attentati negli ultimi 50 giorni), Anna Petrozzi di Antimafia 2000 (“dietro il furto dell’agenda c’è la chiave per capire l’intento delle stragi del ’92-’93”) e tanti altri. Tutti a pretendere di potersi fidare, a chiedere la metamorfosi di uno Stato che invece continua a vivere al di sotto di ogni sospetto.

In piazza c’era anche uno stand librario della Casa memoria Peppino Impastato. È stato bello poter pensare a questo collegamento con la folla che a Ponteranica protestava contro la rimozione della dedica a suo nome nella biblioteca. Ho comprato una raccolta delle poesie di Peppino, “Amore non ne avremo”, tra cui leggo:

Gli uomini guardano il cielo
e si stupiscono,
guardano la terra
e si muovono a pietà,
ma, stranamente,
non si accorgono di loro stessi.

L’attore Giulio Cavalli, sotto scorta da mesi per il suo impegno di denuncia attraverso il teatro e la satira, ha definito “brigantismo intellettuale” la decisione di rinnegare una vita con le spalle girate. Oggi in particolare cresce l’urgenza di moralità e non moralismo, normalità al posto della normalizzazione. Bisogna testimoniarne in piazza la richiesta con la propria faccia, che si possa vedere, perché queste scene vengono totalmente ignorate dalla stampa o dalla televisione, come infatti è stato anche stavolta. So che l’ardore di Borsellino rischia facili manipolazioni, perché chiede cose condivisibili di cui, appunto per questo, è facile appropriarsi in mala fede. Ma bisogna sostenerlo perché, al contrario di ciò che ci si era prefissati, troppo spesso le nostre gambe hanno camminato sulle loro idee.

Rosso è il colore simbolo di parecchie cose: l’amore, la rabbia, il sangue, l’agenda. In mezzo al fiume che scorreva sotto questo colore mi è venuto in mente il sangue. Spesso si sopravvive alla sua fuoriuscita, eppure quella parte che vediamo non farà mai marcia indietro. È qualcosa che ormai è uscito via, definitivo, non si può rimetter dentro. Paolo Borsellino e i pezzi suoi.

Autore: Marco Bisanti

mela penso

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