Il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica

Chiamiamo le cose col loro nome: oggi nella scuola italiana è in atto il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica. E’ un fatto storico,drammatico, ma ben pochi organi di informazione ne parlano. Gelmini ha parlato di 150 mila lavoratori in meno in tre anni: se fossero lavoratori della Fiat o dell’Alitalia scoppierebbe una mezza rivoluzione, ma visto che a licenziare è lo Stato e licenzia docenti, tutto, inquietantemente, tace. Prima di ogni elezione ogni politico ci ricorda che occorre investire di più nei giovani e nella formazione perché sono il nostro futuro. Ma oggi il nostro Paese è noncurante del futuro grigio che l’attende ed è appiattito su un presente manipolato quotidianamente da un’informazione governativa di parte che condiziona pesantemente ogni settore dell’opinione e della vita pubblica. Scuola compresa.
Il licenziamento di massa colpisce soprattutto i precari, la cosiddetta “plebe indocente”. Alcuni occupano le sedi degli ex uffici scolastici provinciali, gli ex provveditorati agli studi. Altri si raccolgono in sit-in. Altri fanno lo sciopero della fame. Altri ancora, ben 15.000, patrocinati dall’Anief – l’Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione -, hanno ottenuto dal Tar Lazio l’inserimento in graduatoria “a pettine” (cioè, in base al punteggio) e non “in coda”, come preteso dalla Lega; per il momento il ministero ha dato indicazioni di ignorare la sentenza in attesa che il Consiglio di Stato confermi o meno quanto già stabilito dal Tar: se dovesse dargli ragione, si dovranno ripetere le nomine a anno scolastico iniziato, creando ulteriore caos nelle aule.
I tagli agli organici del personale previsti in questo primo anno sono 42 mila e 500 tra insegnanti e 15 mila tra il personale ausiliario. E questo sarebbero solo l’inizio di un “virtuoso” triennio. Saranno almeno 16 mila i supplenti di scuola media e superiore che non troveranno più la cattedra. A loro occorre sommare i colleghi della scuola elementare, appiedati dallo smantellamento del “modulo”. E almeno 10 mila Ata che dopo anni di supplenza e l’aspettativa di entrare di ruolo si ritrovano di punto in bianco disoccupati. E’ facile prevedere che nei prossimi giorni, quando si svolgeranno le convocazioni per l’assegnazione delle supplenze, la protesta si estenderà a macchia d’olio: solo allora, infatti, tutti avranno l’esatta percezione di quanti di loro resteranno senza lavoro. E al Sud ci si accorgerà improvvisamente di trovarsi in una vera e propria emergenza sociale: tanto è vero che, dopo aver brandito la scure, ora anche Tremonti parla timidamente di cassa-integrazione per i docenti..
Gelmini, annunciando nei giorni scorsi le novità sul reclutamento e la formazione dei nuovi insegnanti, che in buona parte possiamo anche condividere, è come le maestrine della penna rossa di una volta: fa un bel segno su quello che c’era prima, strappa la pagina, tutto da rifare, senza preoccuparsi di chi rimarrà senza lavoro. Ma c’è di più: vieta protestare. Perché, per esempio, “ogni dirigente scolastico, a qualunque parte politica appartenga, è tenuto al dovere di lealtà verso lo Stato ed al necessario riserbo nelle sue esternazioni”. Parola dell’onorevole Garagnani. Ma la pensa così anche il direttore scolastico regionale dell’Emilia Romagna: non ritiene che una preside, Daniela Turci, consigliere comunale a Bologna, possa criticare le politiche della Gelmini. Questa è la regola non scritta della Gelmini: siate ubbidienti e servili. L’ideologia pericolosa del Governo-Azienda si riproduce nella Scuola-Azienda. Non ti licenzio, osi protestare? La concezione della democrazia e del rapporto fra i funzionari dello Stato e loro dirigenti è sempre più preoccupante. Chi è dipendente dello Stato non potrebbe esprimersi criticamente e pubblicamente su come i superiori operano per quel “bene comune” che è sempre meno “bene” e sempre meno “comune”. Per quanto tempo ancora i direttori generali, regionali, provinciali, e pure tantissimi presidi tenteranno di tenere chiuso il coperchio d’una pentola che, ora per ora, borbotta sempre più? Nessuno si accorge che stiamo arrivando a larghe falcate alla fascistizzazione della Scuola?

Chiamiamo le cose col loro nome: oggi nella scuola italiana è in atto il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica. E’ un fatto storico,drammatico, ma ben pochi organi di informazione ne parlano. Gelmini ha parlato di 150 mila lavoratori in meno in tre anni: se fossero lavoratori della Fiat o dell’Alitalia scoppierebbe una mezza rivoluzione, ma visto che a licenziare è lo Stato e licenzia docenti, tutto, inquietantemente, tace. Prima di ogni elezione ogni politico ci ricorda che occorre investire di più nei giovani e nella formazione perché sono il nostro futuro.

Ma oggi il nostro Paese è noncurante del futuro grigio che l’attende ed è appiattito su un presente manipolato quotidianamente da un’informazione governativa di parte che condiziona pesantemente ogni settore dell’opinione e della vita pubblica. Scuola compresa.

Il licenziamento di massa colpisce soprattutto i precari, la cosiddetta “plebe indocente”. Alcuni occupano le sedi degli ex uffici scolastici provinciali, gli ex provveditorati agli studi. Altri si raccolgono in sit-in. Altri fanno lo sciopero della fame. Altri ancora, ben 15.000, patrocinati dall’Anief – l’Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione -, hanno ottenuto dal Tar Lazio l’inserimento in graduatoria “a pettine” (cioè, in base al punteggio) e non “in coda”, come preteso dalla Lega; per il momento il ministero ha dato indicazioni di ignorare la sentenza in attesa che il Consiglio di Stato confermi o meno quanto già stabilito dal Tar: se dovesse dargli ragione, si dovranno ripetere le nomine a anno scolastico iniziato, creando ulteriore caos nelle aule.

I tagli agli organici del personale previsti in questo primo anno sono 42 mila e 500 tra insegnanti e 15 mila tra il personale ausiliario. E questo sarebbero solo l’inizio di un “virtuoso” triennio. Saranno almeno 16 mila i supplenti di scuola media e superiore che non troveranno più la cattedra. A loro occorre sommare i colleghi della scuola elementare, appiedati dallo smantellamento del “modulo”. E almeno 10 mila Ata che dopo anni di supplenza e l’aspettativa di entrare di ruolo si ritrovano di punto in bianco disoccupati. E’ facile prevedere che nei prossimi giorni, quando si svolgeranno le convocazioni per l’assegnazione delle supplenze, la protesta si estenderà a macchia d’olio: solo allora, infatti, tutti avranno l’esatta percezione di quanti di loro resteranno senza lavoro. E al Sud ci si accorgerà improvvisamente di trovarsi in una vera e propria emergenza sociale: tanto è vero che, dopo aver brandito la scure, ora anche Tremonti parla timidamente di cassa-integrazione per i docenti..

Gelmini, annunciando nei giorni scorsi le novità sul reclutamento e la formazione dei nuovi insegnanti, che in buona parte possiamo anche condividere, è come le maestrine della penna rossa di una volta: fa un bel segno su quello che c’era prima, strappa la pagina, tutto da rifare, senza preoccuparsi di chi rimarrà senza lavoro.

Ma c’è di più: vieta protestare. Perché, per esempio, “ogni dirigente scolastico, a qualunque parte politica appartenga, è tenuto al dovere di lealtà verso lo Stato ed al necessario riserbo nelle sue esternazioni”. Parola dell’onorevole Garagnani. Ma la pensa così anche il direttore scolastico regionale dell’Emilia Romagna: non ritiene che una preside, Daniela Turci, consigliere comunale a Bologna, possa criticare le politiche della Gelmini. Questa è la regola non scritta della Gelmini: siate ubbidienti e servili. L’ideologia pericolosa del Governo-Azienda si riproduce nella Scuola-Azienda. Non ti licenzio, osi protestare? La concezione della democrazia e del rapporto fra i funzionari dello Stato e loro dirigenti è sempre più preoccupante. Chi è dipendente dello Stato non potrebbe esprimersi criticamente e pubblicamente su come i superiori operano per quel “bene comune” che è sempre meno “bene” e sempre meno “comune”. Per quanto tempo ancora i direttori generali, regionali, provinciali, e pure tantissimi presidi tenteranno di tenere chiuso il coperchio d’una pentola che, ora per ora, borbotta sempre più? Nessuno si accorge che stiamo arrivando a larghe falcate alla fascistizzazione della Scuola?

Giuseppe Caliceti

4 pensieri riguardo “Il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica”

  1. La politica dei tagli è una politica inefficiente…non si dovrebbe tagliare nella scuola, bensì investire, spendere in soldi e risorse perchè è tra i banchi della scuola che si muove e cresce il futuro di una società. Purtroppo l’Italia è un paese per vecchi che al futuro non sanno guardare. Ecco che il bene più prezioso per uno stato può essere smembrato e gettato via.
    Ho un’abilitazione, un corso di sostegno e le porte delle scuole chiuse in faccia. Conosco persone, padri e madri di famiglia che sono rimaste senza lavoro, senza una misera supplenza e quando li guardi negli occhi leggi disillusione, rabbia e tanta amarezza. Lo stesso che provo io. Da tempo lo stato ha trasformato il bene comune in bene privato. Non si può più nascondere l’emergenza scuola come la polvere sotto il tappeto.

  2. In verità la scuola, come l’università ed ogni altro Ente od Ufficio Pubblico, NON è MAI stata davvero pubblica.

    Quando 63 anni fa la monarchia lasciò in Italia il posto alla Repubblica, si sarebbe dovuto affermare una gestione collettiva della Res Publica, la quale definizione “Res Publica” coincide esattamente con il significato dell’espressione “Bene Comune”.

    Guaio è stato che storicamente la Funzione Pubblica, primario Bene Comune che gestisce tutti gli altri beni comuni, comprese le risorse naturali e non, come l’acqua e l’energia, guaio è stato che la Funzione Pubblica era per concezione monarchica: affidata a vita a determinate persone allo scopo di fidelizzarle ad un potere per definizione antidemocratico, per poter dominare così il resto della popolazione.

    Ora, poiché la stirpe e casta degli statali era anche l’unica autorizzata a far avanzare culturalmente la società (avete presente l’ambiente universitario non a caso comunemente definito baronale?), il fatto che la nuova organizzazione Repubblicana acquisita dall’Italia avrebbe dovuto redistribuire periodicamente non solo i ruoli di Governo ma pure quelli, ben più numerosi, della Funzione Pubblica, non è emerso ed anzi è stato accuratamente mantenuta una confusione di cui tuttora la popolazione è vittima.

    In somma: statali finto-progressisti da sempre organizzano una marea di convegni e seminari allo scopo prioritario di mantenere lo stato di confusione nella mente della popolazione. Ebbene, rendiamoci conto che mai da un seminario o convegno tenuto da baroni e baronesse potrà emergere la possente verità che la FUNZIONE PUBBLICA è un BENE COMUNE da redistribuire periodicamente tra tutti coloro che volessero svolgerlo ed avessero i requisiti necessari. Così come si fa per i ruoli di Governo:

    http://www.hyperlinker.com/ars/pre_index_it.htm

    Vive cordialità!

    Danilo D’Antonio

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